Il 2005 è stato un anno molto duro
per la libertà di espressione sulla
rete ed il 2006 non sta andando molto meglio.
E se è vero che è spesso la
Cina a far parlare di sé in questo
campo, è altrettanto vero che buoni
alleati del governo di Pechino sono i colossi
informatici occidentali Un esempio? Provate
a visitare il sito www.yahoo.com.cn, la versione
cinese del celebre motore di ricerca, e a
digitare per esempio le parole “Falun
Gong” (proprio così, tra virgolette),
il movimento spirituale perseguitato dal
governo cinese. Vedrete, il risultato non
sarà lo stesso di una ricerca effettuata
sulla versione italiana o inglese di Yahoo!.
Non è garantito che l’esperimento
funzioni, considerata la dinamicità della
rete, ma purtroppo potrete farne di analoghi
cercando e confrontando informazioni, per
così dire, spinose, quali quelle su
Taiwan o su Piazza Tienanmen.
Ciò che più stupisce è che tutto ciò venga fatto
alla luce del sole, sotto gli occhi di tutti, senza che ciò comporti alcuna
conseguenza. Invano l’associazione internazionale Reporter Senza Frontiere
(RSF) denuncia da tempo le gravi censure perpetrate ai danni del popolo cinese.
A Ottobre del 2005 il governo di Pechino ha impedito l’accesso, da alcune
popolose province del territorio nazionale, a Wikipedia. Perché? Semplice,
l’enciclopedia libera tratta ampiamente (e liberamente, inutile dirlo)
gli argomenti relativi a Taiwan, al Tibet, al Dalai Lama, alla democrazia e a
tutto il resto. Democrazia, già, non stupisce dunque leggere su La Stampa
che Google ha filtrato, sempre nel 2005, proprio le parole “democrazia” e “Falun
Gong”. E cresce l’elenco di aziende “occidentali” che
si schierano al fianco della censura cinese: proprio nei primi giorni del 2006 è stata
la volta di Microsoft. Il gigante di Redmond, che fa capo a Bill Gates, ha spento
il blog di Zhao Jing, trentenne giornalista cinese che aveva osato denunciare
le violenze commesse contro i dissidenti. Questo episodio ricorda quello dell’anno
scorso, quando la filiale di Hong Kong di Yahoo!, secondo le accuse di RSF e
le inchieste del Wall Street Journal, contribuì all’arresto del
giornalista Shi Tao, condannato a dieci anni di reclusione per aver diffuso il
documento segreto con cui il governo cinese vietava ai giornalisti di commemorare
la strage di Piazza Tienanmen del 4 giugno 1989.
Microsoft, Yahoo!, Google: ecco che siamo tornati in Occidente, dove la Cina è un
mercato che fa gola, con il suo miliardo e trecento milioni di abitanti, che
entro qualche anno ambiranno ad accedere in massa ad Internet, venendo a costituire
il popolo più connesso del mondo. Tra acquisizioni e partnership di ogni
genere sono sbarcati sul suolo cinese anche Skype, Amazon ed eBay. I compromessi
con la censura e le violazioni dei diritti umani non sembrano spaventare le aziende
occidentali, che, nel nome del rispetto delle leggi locali, spesso assecondano
il governo di Pechino, ricalcando un copione già visto in settori diversi
da quello informatico.
Ma, si consoli il popolo cinese, anche in Italia, dal 24 febbraio 2006 la censura
di un dominio legittimo e rispettato nel resto del mondo è diventata possibile.
Come infatti denuncia l’autorevole quotidiano on-line Punto Informatico,
un consistente numero di siti che offrono giochi d’azzardo senza la licenza
dei Monopoli di Stato è diventato, con la legge finanziaria per il 2006,
inaccessibile ai navigatori italiani. Ovviamente la questione non è posta
sull’illegalità o meno di un’azione ma sulla libertà di
accesso alle informazioni, infatti, per assurdo, neppure un sociologo italiano
che studiasse il fenomeno del gioco d’azzardo potrebbe più accedere
ad un sito nella black-list per studiarne il funzionamento e le regole.
Intendiamoci,
legiferare su ciò che
avviene nelle complicate maglie del web è doveroso
e non è affatto facile, non v’è dubbio,
ma imbavagliare Internet non serve e non è giusto.
Stefano Moro
www.rsf.org
www.punto-informatico.it
www.wikipedia.org
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