Fino a un po' di tempo fa Spam (spiced
ham) era solo la carne in scatola utilizzata
dai soldati dell'esercito americano. Pare
che l'adozione di questo termine per identificare
lo sgradito fenomeno delle e-mail non richieste
derivi dallo sketch comico del Monty Python's
Flying Circus, datato 1972, in cui una cameriera
propone ripetutamente piatti a base di spam
(“abbiamo uova e spam; uova pancetta
e spam; uova pancetta salsiccia e spam...”),
ad una coppia che manifesta chiaramente di
detestare quell'alimento.
Oggi quando parliamo di spam ci riferiamo a tutta quella pubblicità, invasiva
e fastidiosa, che tempesta le nostre caselle di posta per proporci e venderci
prodotti di ogni tipo, notizie commerciali, materiale pornografico, farmaci,
ecc. E non sempre si tratta di prodotti legali, spesso ci propongono software
pirata, oscuri affari in paesi africani e truffe economiche di ogni genere. Niente
di nuovo in fin dei conti, una volta era la posta tradizionale l'unico bersaglio
della pubblicità non richiesta, oggi tutte le nuove tecnologie, dalle
e-mail ai messaggi telefonici automatici, agli SMS e alle chat.
In Italia gli ultimi mesi hanno visto un incremento del fenomeno, sebbene i peggiori
spammer nel mondo siano, secondo il rapporto di novembre di Spamhaus, russi ed
americani. Nel rapporto è possibile anche trovare la lista nera aggiornata
dei peggiori ISP (Internet Service Provider), quelle aziende cioè che
offrono servizi di rete (connessione a internet, posta elettronica, etc.) e possono
vincolare i loro clienti a non effettuare spam, pena lo scioglimento del contratto.
Alcuni ISP sono accusati di essere troppo arrendevoli, e talvolta persino conniventi,
nei confronti degli spammer, così come alcuni Paesi sono diventati
ormai dei veri e propri “paradisi dello spam”. Viviane Reding, commissario
europeo per la Società dell'Informazione e i Media, sta portando avanti
una dura battaglia contro lo spam e ha di recente dichiarato che la posta non
desiderata costituisce ormai tra il 50% e l'80% delle e-mail ricevute nell'ambito
dell'Unione Europea.
Per ora il problema resta, quindi cerchiamo di difenderci nel modo più efficace
possibile. Anzitutto non apriamo mai le mail che identifichiamo a prima vista
come spam e, se usiamo un client di posta, disabilitiamo l'anteprima e la visualizzazione
HTML dei messaggi. Inoltre non effettuiamo mai un click sui link interni al messaggio
e non rispondiamo né al mittente né ad eventuali altri indirizzi
indicati, neppure se promettono la cessazione degli invii, infatti la nostra
risposta non farebbe che confermare la validità del nostro indirizzo e
ci renderebbe ottimi bersagli di successivi messaggi. Se poi vogliamo fare un
reclamo ufficiale, il naturale destinatario dovrebbe essere l'ISP dell'utente
che ha spedito la mail, che a sua volta provvederà nei confronti del suo
cliente. Per individuarlo è spesso sufficiente analizzare l'intestazione
(header) della e-mail, non immediatamente visibile ma accessibile visualizzandone
le proprietà, tuttavia nei casi più complessi questo potrebbe non
essere sufficiente, per cui sono stati creati servizi appositi su vari siti,
tra cui www.abuse.net e www.nic.it, che assistono in questo iter.
Come possiamo però prevenire questo fenomeno? Esistono filtri antispam
che possiamo gestire noi, se utilizziamo un client di posta, e filtri gestiti
direttamente dal nostro provider sui server di posta elettronica. I
primi agiscono quando ormai la posta è stata scaricata e sono spesso gratuiti,
come quello integrato in Mozilla Thunderbird, mentre i secondi ci evitano di
scaricare le mail di spam e sono solitamente a pagamento. La migliore prevenzione
tuttavia consiste nel non pubblicare il proprio indirizzo in alcun modo, né su
pagine web, né in blog o chat, e nell'utilizzare sempre i campi per l'invio
in copia nascosta quando si spedisce una e-mail a molti destinatari.
Abbiamo dunque qualche arma con cui difenderci, ma la soluzione definitiva è una
legge che sia adottata da tutti gli stati nei quali sia presente un accesso ad
Internet, cosa non facile almeno nel breve termine.
Stefano Moro
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