In questo numero
NO SPAM di Stefano Moro    


Fino a un po' di tempo fa Spam (spiced ham) era solo la carne in scatola utilizzata dai soldati dell'esercito americano. Pare che l'adozione di questo termine per identificare lo sgradito fenomeno delle e-mail non richieste derivi dallo sketch comico del Monty Python's Flying Circus, datato 1972, in cui una cameriera propone ripetutamente piatti a base di spam (“abbiamo uova e spam; uova pancetta e spam; uova pancetta salsiccia e spam...”), ad una coppia che manifesta chiaramente di detestare quell'alimento.
Oggi quando parliamo di spam ci riferiamo a tutta quella pubblicità, invasiva e fastidiosa, che tempesta le nostre caselle di posta per proporci e venderci prodotti di ogni tipo, notizie commerciali, materiale pornografico, farmaci, ecc. E non sempre si tratta di prodotti legali, spesso ci propongono software pirata, oscuri affari in paesi africani e truffe economiche di ogni genere. Niente di nuovo in fin dei conti, una volta era la posta tradizionale l'unico bersaglio della pubblicità non richiesta, oggi tutte le nuove tecnologie, dalle e-mail ai messaggi telefonici automatici, agli SMS e alle chat.
In Italia gli ultimi mesi hanno visto un incremento del fenomeno, sebbene i peggiori spammer nel mondo siano, secondo il rapporto di novembre di Spamhaus, russi ed americani. Nel rapporto è possibile anche trovare la lista nera aggiornata dei peggiori ISP (Internet Service Provider), quelle aziende cioè che offrono servizi di rete (connessione a internet, posta elettronica, etc.) e possono vincolare i loro clienti a non effettuare spam, pena lo scioglimento del contratto. Alcuni ISP sono accusati di essere troppo arrendevoli, e talvolta persino conniventi, nei confronti degli spammer, così come alcuni Paesi sono diventati ormai dei veri e propri “paradisi dello spam”. Viviane Reding, commissario europeo per la Società dell'Informazione e i Media, sta portando avanti una dura battaglia contro lo spam e ha di recente dichiarato che la posta non desiderata costituisce ormai tra il 50% e l'80% delle e-mail ricevute nell'ambito dell'Unione Europea.
Per ora il problema resta, quindi cerchiamo di difenderci nel modo più efficace possibile. Anzitutto non apriamo mai le mail che identifichiamo a prima vista come spam e, se usiamo un client di posta, disabilitiamo l'anteprima e la visualizzazione HTML dei messaggi. Inoltre non effettuiamo mai un click sui link interni al messaggio e non rispondiamo né al mittente né ad eventuali altri indirizzi indicati, neppure se promettono la cessazione degli invii, infatti la nostra risposta non farebbe che confermare la validità del nostro indirizzo e ci renderebbe ottimi bersagli di successivi messaggi. Se poi vogliamo fare un reclamo ufficiale, il naturale destinatario dovrebbe essere l'ISP dell'utente che ha spedito la mail, che a sua volta provvederà nei confronti del suo cliente. Per individuarlo è spesso sufficiente analizzare l'intestazione (header) della e-mail, non immediatamente visibile ma accessibile visualizzandone le proprietà, tuttavia nei casi più complessi questo potrebbe non essere sufficiente, per cui sono stati creati servizi appositi su vari siti, tra cui www.abuse.net e www.nic.it, che assistono in questo iter.
Come possiamo però prevenire questo fenomeno? Esistono filtri antispam che possiamo gestire noi, se utilizziamo un client di posta, e filtri gestiti direttamente dal nostro provider sui server di posta elettronica. I primi agiscono quando ormai la posta è stata scaricata e sono spesso gratuiti, come quello integrato in Mozilla Thunderbird, mentre i secondi ci evitano di scaricare le mail di spam e sono solitamente a pagamento. La migliore prevenzione tuttavia consiste nel non pubblicare il proprio indirizzo in alcun modo, né su pagine web, né in blog o chat, e nell'utilizzare sempre i campi per l'invio in copia nascosta quando si spedisce una e-mail a molti destinatari.
Abbiamo dunque qualche arma con cui difenderci, ma la soluzione definitiva è una legge che sia adottata da tutti gli stati nei quali sia presente un accesso ad Internet, cosa non facile almeno nel breve termine.

Stefano Moro

www.timeandmind.com