“La mia è la storia di uno che
ha sbagliato mira per vent’anni; sono
stato preda dell’alcolismo, che mi ha
fatto conoscere il carcere e l’ospedale
psichiatrico. La risalita è stata lunga,
ma ne sono uscito, grazie a mia moglie, e ai
miei figli. Mi ha aiutato anche la scrittura,
che mi ha accompagnato da sempre ed è stato
l’unico mio referente, la voce dei miei
stati d’animo e dei miei sentimenti”
La sua è stata una vita a perdere. Per
lunghi anni attaccato ad una bottiglia, ha
conosciuto l’inferno del carcere e del
manicomio. Ha vissuto l’infanzia e l’adolescenza
all’Istituto dei Poveri, perché i
suoi genitori, sordomuti, furono ingiustamente
giudicati inidonei ad occuparsi di lui. Uscito,
si rifugiò nell’alcool. Un passato
tale da abbattere anche una roccia, ma non
lui. Dopo la discesa agli inferi, è iniziata
la risalita: «Mi sono salvato, salvando»,
mostrando con il braccio il luogo dove lavora,
il centro diurno del dipartimento dipendenze
da alcool e droga, situato nell’ex manicomio
di S. Giovanni di Trieste, dove lui stesso,
a suo tempo, è stato ricoverato.
Lavora con la gente che è prigioniera in un tunnel, che lui conosce bene,
per averlo attraversato prima di loro. Insieme a questi amici stampa un giornale Volere
Volare, con loro mette in scena drammi di vita vera, dopo lunghe e articolate
chiacchierate terapeutiche: è la Compagnia Instabile: “Instabile
perché gli attori vanno e vengono – dice – qualcuno ritorna
in Ospedale, qualche altro finisce in carcere, qualcuno ancora si congeda dalla
vita. Anche se non tocco un goccio di alcool da sedici anni, il pericolo è sempre
in agguato. Basterebbe un sorso di birra per trovarmi di nuovo all’inferno”.
Pino Roveredo ha vinto il Campiello, con un piccolo libro di racconti, che sono
veri colpi al cuore. Uno soprattutto, Mandami a dire, che dà il
titolo alla raccolta, è un messaggio d’amore, forza, malinconia
e tenerezza, parla di un amore nato in manicomio e interrotto bruscamente dalla
chiusura degli ospedali psichiatrici, quando i malati si dispersero, chi
di qua, chi di là e non si rividero più. “Dolce tesoro mio,
come stai? Lì nella tua lontananza ti trattano bene? Mi raccomando, se
solo ti sfiorano un capello, tu mandami a dire.”
Gli altri racconti sono anch’essi piccoli capolavori, storie brevi, amare,
di gente colpita dall’esistenza. Ma nel libro non manca la cifra dell’ironia
e della tenerezza.
“Anche nei momenti più bui, non ho smesso mai di scrivere. La scrittura
ha il mio riscatto, la consolazione, l’ultima voce nell’insano silenzio,
che mi avvolgeva.”
Fra un ricovero e l’altro Rovereto lavora a squartare maiali. È dura
per un uomo della sua sensibilità, ma deve adattarsi.
Si sposa a ventidue anni, lui e Luciana avranno tre figli, Alessandro, Marco,
Andrea. A ventisette anni, dopo la morte dei genitori, Pino piomba nell’alcolismo
duro ed è proprio grazie al più piccolo dei tre, che avverrà il
miracolo della risalita. Da allora non toccherà più un goccio.
Sarà severissimo con se stesso, perché sa che potrebbe sempre ricadere,
Esce dal tunnel e trova lavoro come operaio in fabbrica, che fa tappi di sughero
per bottiglie di vino: che ironia della vita! Poi il lavoro più bello,
che gli fa mettere a frutto la sua esperienza: operatore presso il servizio di
Tossicodipendenza di Trieste. Trascorre la maggior parte del giorno per strada,
in cerca di ragazzi che hanno bisogno. Li aiuta con il teatro perché attraverso
di esso affrontano ed esorcizzano le loro paure. Scrive copioni con loro, mettendo
in scena la vita.
“Non ci si può neanche immaginare quanto sia importante la scrittura
per chi vive di alcool o di droga. Spesso è l’ultima spiaggia, l’unico
modo di battere un colpo e di farsi ascoltare da qualcuno o qualcosa.
“Allestiamo spettacoli teatrali; cerchiamo di dare a questi ragazzi un
canale di vita e di espressione. Lavoriamo con loro e con le loro famiglie, anche
se dire famiglie quasi sempre è un banale eufemismo: nel 90 % dei casi
i padri dicono “Ripresentati quando sei pulito”, mentre le madri
sono sempre lì, non mollano mai la presa”.
La sera del Campiello, stretto nello smoking, emozionato e incredulo, nel ricevere
il premio pensa ai suoi ragazzi, tutti davanti al televisore, che fanno il tifo
per lui, il loro regista e amico impareggiabile. Ha vinto per loro, ha vinto
con loro, esseri fragili maltrattati dalla vita, spesso ai margini, ma con gran
voglia di salvarsi, di prendersi la rinascita sull’alcool e sulla droga,
in cammino, seppur faticosamente, verso la libertà.
Quando ha deciso di smettere con
l’alcol?
Io e Luciana abbiamo avuto tre figli: Alessandro,
Marco e Andrea. Grazie al più piccolo
un giorno ho sentito scattare qualcosa
dentro di me. Ero ricoverato al reparto
di Algologia dell’ospedale. Come
sempre mia moglie era venuta a trovarmi.
Con lui c’era il piccolino, aveva
tre anni. Mi è venuto incontro di
corsa, ridendo, ignaro. Tutto mi è sembrato
orribile: cosa stavo facendo alla mia famiglia?
Da allora non ho più toccato un
goccio, anche se è stata durissima. È durissima,
perché dal disagio non si guarisce
mai. Continuo a vivere con l’altro
Pino sulle spalle, con la paura che possa
di nuovo saltarmi addosso. Ma questo mi
tiene sveglio: non mi autocompiango. Sono
severo con me stesso, lucido, e sottolineo
la mia stupidità per essere entrato
nel disagio.
Quanto porta in se stesso, dei
suoi genitori?
Ho perso i miei genitori nel mio periodo
peggiore. Sono scomparsi a quindici giorni
di distanza l’uno dall’altro.
Io li ho frequentati come un ottimo alibi
per continuare il mio disagio: quando ne
sono uscito, ho sentito un grande rimorso,
un rimorso con cui oggi convivo e che porto
sempre con me. Penso, senza retorica, continuamente
a loro. Anche la sera del Campiello, li
ho immaginati sorridenti, che si davano
di gomito e dicevano, contenti: “Bèh,
non era poi così male questo ragazzo.” È come
se mi mancasse una parte di vita con loro
e, immaginandomeli accanto, provo a vivere
questo senso del recupero, in un rapporto
vivissimo e continuo.
Lei è credente
?
Sì, ho due figli e uno fa parte
dell’Azione Cattolica, ma non per
mia spinta. Sono diventato credente nel
periodo in cui stavo rinascendo e oggi
continuo a discutere con Dio, anche con
qualche conflitto. Il mio riscatto, se
non è dovuto totalmente alla fede,
certo è stato alimentato, con un
ritorno di speranza, da questo dialogo
quotidiano.
Il suo desiderio
più grande?
Per i miei figli desidero che siano sereni.
Poi, che sia cancellato il debito dei
Paesi poveri ed infine, vorrei
svegliarmi domani, e trovare che non
ci sono più i Sert, perché le
tossicodipendenze sono sparite dalla
faccia della terra.
Lei come imposta l’aiuto
che dà ai giovani ?
Mi ritengo un discreto ascoltatore, così ascolto
i ragazzi, ci parlo e dico che per uscire
dal tunnel bisogna pagare un biglietto
molto caro, perché nulla è regalato.
Le percentuali di successo ? Non so: ci
sono molte stanchezze, parecchie sconfitte.
Poi arriva una vittoria, ed è un’ottima
spinta a continuare. Di fronte alle sconfitte
mi addoloro, mi angoscio, mi arrabbio anche,
siccome io sono stato tante volte ad un
passo dalla morte, dico a quelli che incontro,
non solo ragazzi, ma uomini e donne, che
vivono un disagio, che siamo noi gli autori
del nostro romanzo e che c’è sempre
una ultima pagina da scrivere, per cambiarci
la storia e dobbiamo noi scriverci quella
che vogliamo.
Cosa direbbe ai giovani, che leggeranno
questa intervista ?
Vorrei dire
a tutti, non solo ai giovani, che se
siamo stati fortunati e la vita ci ha
premiato dobbiamo essere grati, e ora
tocca a noi premiare gli altri. Dobbiamo
essere allenati a vedere il dolore degli
altri. Il dolore è una grande scuola
di vita, non si può star bene se non
si conosce il dolore. Tante volte basterebbe
un abbraccio, ad alleviarlo in chi incontriamo,
non segnarlo a dito, capirlo. È una
cosa che siamo tutti chiamati a fare”
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Giuseppina Cudemo |