In questo numero
QUANDO BASTA UN ABBRACCIO di Giuseppina Cudemo    

Intervista a Pino Roveredo


“La mia è la storia di uno che ha sbagliato mira per vent’anni; sono stato preda dell’alcolismo, che mi ha fatto conoscere il carcere e l’ospedale psichiatrico. La risalita è stata lunga, ma ne sono uscito, grazie a mia moglie, e ai miei figli. Mi ha aiutato anche la scrittura, che mi ha accompagnato da sempre ed è stato l’unico mio referente, la voce dei miei stati d’animo e dei miei sentimenti”

La sua è stata una vita a perdere. Per lunghi anni attaccato ad una bottiglia, ha conosciuto l’inferno del carcere e del manicomio. Ha vissuto l’infanzia e l’adolescenza all’Istituto dei Poveri, perché i suoi genitori, sordomuti, furono ingiustamente giudicati inidonei ad occuparsi di lui. Uscito, si rifugiò nell’alcool. Un passato tale da abbattere anche una roccia, ma non lui. Dopo la discesa agli inferi, è iniziata la risalita: «Mi sono salvato, salvando», mostrando con il braccio il luogo dove lavora, il centro diurno del dipartimento dipendenze da alcool e droga, situato nell’ex manicomio di S. Giovanni di Trieste, dove lui stesso, a suo tempo, è stato ricoverato.
Lavora con la gente che è prigioniera in un tunnel, che lui conosce bene, per averlo attraversato prima di loro. Insieme a questi amici stampa un giornale  Volere Volare, con loro mette in scena drammi di vita vera, dopo lunghe e articolate chiacchierate terapeutiche: è la Compagnia Instabile: “Instabile perché gli attori vanno e vengono – dice – qualcuno ritorna in Ospedale, qualche altro finisce in carcere, qualcuno ancora si congeda dalla vita. Anche se non tocco un goccio di alcool da sedici anni, il pericolo è sempre in agguato. Basterebbe un sorso di birra per trovarmi di nuovo all’inferno”.
Pino Roveredo ha vinto il Campiello, con un piccolo libro di racconti, che sono veri colpi al cuore. Uno soprattutto, Mandami a dire, che dà il titolo alla raccolta, è un messaggio d’amore, forza, malinconia e tenerezza, parla di un amore nato in manicomio e interrotto bruscamente dalla chiusura degli ospedali psichiatrici, quando  i malati si dispersero, chi di qua, chi di là e non si rividero più. “Dolce tesoro mio, come stai? Lì nella tua lontananza ti trattano bene? Mi raccomando, se solo ti sfiorano un capello, tu mandami a dire.”
Gli altri racconti sono anch’essi piccoli capolavori, storie brevi, amare, di gente colpita dall’esistenza. Ma nel libro non manca la cifra dell’ironia e della tenerezza.
“Anche nei momenti più bui, non ho smesso mai di scrivere. La scrittura ha il mio riscatto, la consolazione, l’ultima voce nell’insano silenzio, che mi avvolgeva.”
Fra un ricovero e l’altro Rovereto lavora a squartare maiali. È dura per un uomo della sua sensibilità, ma deve adattarsi.
Si sposa a ventidue anni, lui e Luciana avranno tre figli, Alessandro, Marco, Andrea. A ventisette anni, dopo la morte dei genitori, Pino piomba nell’alcolismo duro ed è proprio grazie al più piccolo dei tre, che avverrà il miracolo della risalita. Da allora non toccherà più un goccio. Sarà severissimo con se stesso, perché sa che potrebbe sempre ricadere, Esce dal tunnel e trova lavoro come operaio in fabbrica, che fa tappi di sughero per bottiglie di vino: che ironia della vita! Poi il lavoro più bello, che gli fa mettere a frutto la sua esperienza: operatore presso il servizio di Tossicodipendenza di Trieste. Trascorre la maggior parte del giorno per strada, in cerca di ragazzi che hanno bisogno. Li aiuta con il teatro perché attraverso di esso affrontano ed esorcizzano le loro paure. Scrive copioni con loro, mettendo in scena la vita.
“Non ci si può neanche immaginare quanto sia importante la scrittura per chi vive di alcool o di droga. Spesso è l’ultima spiaggia, l’unico modo di battere un colpo e di farsi ascoltare da qualcuno o qualcosa.
“Allestiamo spettacoli teatrali; cerchiamo di dare a questi ragazzi un canale di vita e di espressione. Lavoriamo con loro e con le loro famiglie, anche se dire famiglie quasi sempre è un banale eufemismo: nel 90 % dei casi i padri dicono “Ripresentati quando sei pulito”, mentre le madri sono sempre lì, non mollano mai la presa”.
La sera del Campiello, stretto nello smoking, emozionato e incredulo, nel ricevere il premio pensa ai suoi ragazzi, tutti davanti al televisore, che fanno il tifo per lui, il loro regista e amico impareggiabile. Ha vinto per loro, ha vinto con loro, esseri fragili maltrattati dalla vita, spesso ai margini, ma con gran voglia di salvarsi, di prendersi la rinascita sull’alcool e sulla droga, in cammino, seppur faticosamente, verso la libertà.

Quando ha deciso di smettere con l’alcol?
Io e Luciana abbiamo avuto tre figli: Alessandro, Marco e Andrea. Grazie al più piccolo un giorno ho sentito scattare qualcosa dentro di me. Ero ricoverato al reparto di Algologia dell’ospedale. Come sempre mia moglie era venuta a trovarmi. Con lui c’era il piccolino, aveva tre anni. Mi è venuto incontro di corsa, ridendo, ignaro. Tutto mi è sembrato orribile: cosa stavo facendo alla mia famiglia? Da allora non ho più toccato un goccio, anche se è stata durissima. È durissima, perché dal disagio non si guarisce mai. Continuo a vivere con l’altro Pino sulle spalle, con la paura che possa di nuovo saltarmi addosso. Ma questo mi tiene sveglio: non mi autocompiango. Sono severo con me stesso, lucido, e sottolineo la mia stupidità per essere entrato nel disagio.

Quanto porta in se stesso, dei suoi genitori?
Ho perso i miei genitori nel mio periodo peggiore. Sono scomparsi a quindici giorni di distanza l’uno dall’altro. Io li ho frequentati come un ottimo alibi per continuare il mio disagio: quando ne sono uscito, ho sentito un grande rimorso, un rimorso con cui oggi convivo e che porto sempre con me. Penso, senza retorica, continuamente a loro. Anche la sera del Campiello, li ho immaginati sorridenti, che si davano di gomito e dicevano, contenti: “Bèh, non era poi così male questo ragazzo.” È come se mi mancasse una parte di vita con loro e, immaginandomeli accanto, provo a vivere questo senso del recupero, in un rapporto vivissimo e continuo.

Lei è credente ?
Sì, ho due figli e uno fa parte dell’Azione Cattolica, ma non per mia spinta. Sono diventato credente nel periodo in cui stavo rinascendo e oggi continuo a discutere con Dio, anche con qualche conflitto. Il mio riscatto, se non è dovuto totalmente alla fede, certo è stato alimentato, con un ritorno di speranza, da questo dialogo quotidiano.

Il suo desiderio più grande?
Per i miei figli desidero che siano sereni. Poi, che sia cancellato il debito dei Paesi poveri ed infine,  vorrei svegliarmi domani, e trovare che non ci sono più i Sert, perché le tossicodipendenze sono sparite dalla faccia della terra.

Lei come imposta l’aiuto che dà ai giovani ?
Mi ritengo un discreto ascoltatore, così ascolto i ragazzi, ci parlo e dico che per uscire dal tunnel bisogna pagare un biglietto molto caro, perché nulla è regalato. Le percentuali di successo ? Non so: ci sono molte stanchezze, parecchie sconfitte. Poi arriva una vittoria, ed è un’ottima spinta a continuare. Di fronte alle sconfitte mi addoloro, mi angoscio, mi arrabbio anche, siccome io sono stato tante volte ad un passo dalla morte, dico a quelli che incontro, non solo ragazzi, ma uomini e donne, che vivono un disagio, che siamo noi gli autori del nostro romanzo e che c’è sempre una ultima pagina da scrivere, per cambiarci la storia e dobbiamo noi scriverci quella che vogliamo.

Cosa direbbe ai giovani, che leggeranno questa intervista ?
Vorrei dire a tutti, non solo ai giovani, che se siamo stati fortunati e la vita ci ha premiato dobbiamo essere grati, e ora tocca a noi premiare gli altri. Dobbiamo essere allenati a vedere il dolore degli altri. Il dolore è una grande scuola di vita, non si può star bene se non si conosce il dolore. Tante volte basterebbe un abbraccio, ad alleviarlo in chi incontriamo, non segnarlo a dito, capirlo. È una cosa che siamo tutti chiamati a fare”

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Giuseppina Cudemo

www.timeandmind.com