Stimatissimo Signor Ministro,
Lei è davvero un grande. Un economista vero, un “tecnico” prestato
alla politica che sa cosa è bene per il Paese. Ha sei (!) lauree honoris
causa, una sfilza di onorificenze. Guarda al sistema italiano con disincanto
e amore, cercando, nel suo ruolo di Ministro dell’Economia e delle Finanze,
di proporre regole e norme davvero utili, anche a lungo termine.
Per farla breve, io giovane universitario, che sta calcando le sue stesse orme
(sono bocconiano), la stimo davvero. Ed è una stima sincera!
La domanda però mi sorge spontanea: per caso non si sente bene? Al governo
la trattano male, le fanno venire la gastrite? Me lo chiedo dopo che ho sentito
una sua considerazione, che mi ha realmente spiazzato. Ai primi di ottobre, lei
ha affermato, facendo riferimento alla norma in Finanziaria che prevede agevolazioni
sugli affitti per i più giovani: “«Mandiamo i «bamboccioni
fuori di casa”. Una frase infelice, si sono subito affrettati a commentare
i giornalisti e gli esponenti di tutte le parti politiche.
Forse l’attacco ai tanguy, ossia ai ragazzi che non si vogliono staccare
dalla casa di mammà (bisognerebbe capire il perché) voleva essere
una sferzata, una provocazione, del tipo: “Noi vi diamo le ali e vi lanciamo,
ora voi però volate!”.
Ecco, vede, signor Ministro, lei avrà anche ragione. Ma secondo me il
problema è un altro. I bamboccioni sono tali perché non riescono
a vivere soli. E non perché è più comodo la sera tornare
a casa da papy e mamy e trovare cena pronta e camicia stirata, ma perché magari
guadagnano 600 euro al mese, e sono il fiore della ricerca universitaria. O perché ne
guadagnano 1000, seduti alla cassa del supermercato.
Con 1.000 euro, glielo dico io, ben venga se si resta bamboccioni! Almeno si
sopravvive!
Lo sa? Ieri a una mia amica che già lavora hanno negato la carta di credito.
Settimana scorsa idem con una coppia che chiedeva il mutuo. Io capisco bene che
queste informazioni faticano arrivare al Palazzo, ma accidenti, un po’ di
comprensione!
Signor Ministro, che è successo? Chi le ha messo quel livore nel cuore?
Quando al liceo la prof mi spronava a fare meglio affibbiandomi un 6 al posto
di un meritato 8 perché “Così sei spinto a migliorare”,
sentivo nella sua posizione (che odiavo) una sorta di affetto e stima nei miei
confronti. Che nella definizione “bamboccione” fatico a trovare.
Anche se la sua sortita è ormai di diverse settimane fa, spesso mi rimbalza
in testa, specie quando sento gli amici che si arrabattano per stare in piedi.
Ben vengano gli aiuti, le detrazioni fiscali, gli incentivi. Ma se tutto deve
essere fatto solo per cacciarci ci casa, è meglio lasciar perdere. Non è questo
lo spirito che fa crescere un Paese. Non è questo il modo in cui si trasmette
ai giovani l’entusiasmo.
Io non sono un bamboccione, già da diverso tempo: studio e lavoro, cerco
di mantenermi, i miei mi aiutano. Pago un affitto carissimo. Mi aspettano ancora
diversi anni di studio, poi un master, e i 30 si avvicinano.
Lei cosa mi consiglia: restare bamboccione e crescere nel futuro professionale
o mollare il corpo, affrancarmi dal bamboccismo e iniziare a guadagnare ben 1100
euro al mese?
Se vuole ne possiamo parlare insieme alla mia fidanzata, la stupenda Giulia,
che la vita ha messo alle strette: senza papà, a 19 anni ha iniziato a
lavorare… ora prosegue, e in 6 anni il suo stipendio è aumentato
di ben 50 euro.
Siamo entrambi semi-bamboccioni, ma ci creda, non lo facciamo per piacere. Né per
convenienza. La parola d’ordine è “necessità”.
Con tutta la stima di questo mondo
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