In questo numero
LETTERINA A PADOA-SCHIOPPA
Mittente:
Uno studente universitario,
fortunato ma non troppo

Destinatario:
Signor Ministro dell’Economica
Tomaso Padoa Schioppa
Palazzo Chigi, Roma


Stimatissimo Signor Ministro,
Lei è davvero un grande. Un economista vero, un “tecnico” prestato alla politica che sa cosa è bene per il Paese. Ha sei (!) lauree honoris causa, una sfilza di onorificenze. Guarda al sistema italiano con disincanto e amore, cercando, nel suo ruolo di Ministro dell’Economia e delle Finanze, di proporre regole e norme davvero utili, anche a lungo termine.
Per farla breve, io giovane universitario, che sta calcando le sue stesse orme (sono bocconiano), la stimo davvero. Ed è una stima sincera!
La domanda però mi sorge spontanea: per caso non si sente bene? Al governo la trattano male, le fanno venire la gastrite? Me lo chiedo dopo che ho sentito una sua considerazione, che mi ha realmente spiazzato. Ai primi di ottobre, lei ha affermato, facendo riferimento alla norma in Finanziaria che prevede agevolazioni sugli affitti per i più giovani: “«Mandiamo i «bamboccioni fuori di casa”. Una frase infelice, si sono subito affrettati a commentare i giornalisti e gli esponenti di tutte le parti politiche.
Forse l’attacco ai tanguy, ossia ai ragazzi che non si vogliono staccare dalla casa di mammà (bisognerebbe capire il perché) voleva essere una sferzata, una provocazione, del tipo: “Noi vi diamo le ali e vi lanciamo, ora voi però volate!”.
Ecco, vede, signor Ministro, lei avrà anche ragione. Ma secondo me il problema è un altro. I bamboccioni sono tali perché non riescono a vivere soli. E non perché è più comodo la sera tornare a casa da papy e mamy  e trovare cena pronta e camicia stirata, ma perché magari guadagnano 600 euro al mese, e sono il fiore della ricerca universitaria. O perché ne guadagnano 1000, seduti alla cassa del supermercato.
Con 1.000 euro, glielo dico io, ben venga se si resta bamboccioni! Almeno si sopravvive!
Lo sa? Ieri a una mia amica che già lavora hanno negato la carta di credito. Settimana scorsa idem con una coppia che chiedeva il mutuo. Io capisco bene che queste informazioni faticano arrivare al Palazzo, ma accidenti, un po’ di comprensione!
Signor Ministro, che è successo? Chi le ha messo quel livore nel cuore? Quando al liceo la prof mi spronava a fare meglio affibbiandomi un 6 al posto di un meritato 8 perché “Così sei spinto a migliorare”, sentivo nella sua posizione (che odiavo) una sorta di affetto e stima nei miei confronti. Che nella definizione “bamboccione” fatico a trovare.
Anche se la sua sortita è ormai di diverse settimane fa, spesso mi rimbalza in testa, specie quando sento gli amici che si arrabattano per stare in piedi.
Ben vengano gli aiuti, le detrazioni fiscali, gli incentivi. Ma se tutto deve essere fatto solo per cacciarci ci casa, è meglio lasciar perdere. Non è questo lo spirito che fa crescere un Paese. Non è questo il modo in cui si trasmette ai giovani l’entusiasmo.
Io non sono un bamboccione, già da diverso tempo: studio e lavoro, cerco di mantenermi, i miei mi aiutano. Pago un affitto carissimo. Mi aspettano ancora diversi anni di studio, poi un master, e i 30 si avvicinano.
Lei cosa mi consiglia: restare bamboccione e crescere nel futuro professionale o mollare il corpo, affrancarmi dal bamboccismo e iniziare a guadagnare ben 1100 euro al mese?
Se vuole ne possiamo parlare insieme alla mia fidanzata, la stupenda Giulia, che la vita ha messo alle strette: senza papà, a 19 anni ha iniziato a lavorare… ora prosegue, e in 6 anni il suo stipendio è aumentato di ben 50 euro.
Siamo entrambi semi-bamboccioni, ma ci creda, non lo facciamo per piacere. Né per convenienza. La parola d’ordine è “necessità”.

Con tutta la stima di questo mondo

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