Provate a chiedere a quelli che non sono
appassionati di motori chi ha vinto il mondiale
2006 di moto Gp. Un numero altissimo di persone
vi dirà Valentino Rossi. Più o
meno la stessa massa che, alla domanda “Chi è Nicky
Hayden?”, vi fisserebbe con sguardo
interdetto.
A nemmeno quattro mesi di distanza, l’epilogo clamoroso del Gran Premio
di Valencia, dove Rossi, partito sulla sua mitica Yamaha numero 46 in testa alla
classifica, ruzzola a terra cedendo il titolo all’americano della Honda
Nicky Hayden, sembra quasi cancellato dalla memoria collettiva. Tanto che un
nuovo mondiale comincia all’insegna delle stesse sensazioni di un anno
fa: si chiama Valentino il pilota da battere, e attorno a lui aleggia una specie
di vuoto, dal quale altri motociclisti tentano vanamente di far affiorare il
proprio volto.
Povero Hayden. Nel 2006 il venticinquenne “Kentucky Kid” (così lo
hanno battezzato sulle piste dello stato che gli ha dato i natali), pur essendo
uno che di gran premi ne vince pochi, con soli due primi posti riesce nell’impresa
di spodestare dal trono il ventottenne pesarese, arrivato per ben sette volte
sul trono del mondo. Al “Dottore”, famoso per gli irresistibili crescendo
e le provocatorie guasconate, l’americano oppone una tenacia e una solidità che,
nella prima parte della stagione, lo portano per nove volte di fila sul podio
dei primi tre. Tanto gli basta per accumulare su Rossi, alle prese con ricorrenti
problemi meccanici, un vantaggio annichilente: addirittura 51 punti a cinque
corse dal termine. L’ideale per scatenare la reazione dell’italiano
che, finalmente in pieno possesso della propria moto, inizia una delle sue proverbiali
rimonte a suon di vittorie e piazzamenti.
L’effetto mediatico è immaginabile. Se prima a fare notizia era
soprattutto un Valentino in crisi, adesso si parla solo del Valentino risorto
per centrare l’ennesima rimonta di una carriera esagerata. Tanto che Hayden
sembra quasi una finzione: il nome di un traguardo da superare, più che
di un avversario da battere. Per avvalorare questa sensazione, in Portogallo
l’americano ci mette anche del suo, facendosi buttare fuori pista dal compagno
di squadra, lo spagnolo Daniel Pedrosa. Quando perciò, a un gran premio
dalla conclusione, l’italiano centra il sorpasso, la gara di Valencia viene
intesa come una sorta di ultima formalità da espletare.
Invece, quel 29 ottobre 2006 è data destinata a passare alla storia del
motociclismo per un atroce colpo di scena. Imbizzarrito da una partenza infelice
che lo risucchia dalla pole position al centro del gruppo, al quinto giro Rossi
brucia i tempi del proprio assalto alla vetta e, alla seconda curva del circuito,
finisce lungo in scivolata. Si rialza e torna in sella, ma stavolta è troppo
tardi. Le posizioni che recupera non gli bastano per tornare in testa alla classifica,
dove si ritrova in modo definitivo un quasi incredulo Hayden. Chissà,
se il buon Nicky si sottoponesse a un test della verità così in
voga nel suo Paese, alla domanda “Chi è il campione del mondo in
carica?”, c’è da scommettere che perfino lui potrebbe rispondere
Valentino.
Una falsità fino a un certo punto, in un mondo così dominato dall’immagine
e dall’arte di apparire che perfino la concretezza dei risultati passa
in secondo piano. Nel caso del pilota italiano, il mito non si alimenta di sole
vittorie, che per altro a fine 2006 sono 84 su 173 gare disputate, praticamente
una su due! C’è anche il fascino del personaggio. Il quale, oltre
a essere bravo e simpatico, si fa amare per quella ribelle purezza di fondo che,
nel 2004, lo porta a dare un calcio alla Honda e a passare alla Yamaha per avere
piena libertà di contestare sponsor sgraditi, o di fare il giro d’onore
con la bandiera della pace sulle spalle.
È questo il Valentino che, anche da “detronizzato”, si presenta
al mondiale 2007 illuminato dall’aureola del numero uno con cui fare i
conti. Il che non corrisponde esattamente a quanto dicono i pronostici. Infatti
da quest’anno nella classe Gp corrono moto la cui cilindrata scende da
1000 a 800. Motivi di sicurezza, si sostiene, essendo aumentate in modo spropositato
velocità e potenza dei bolidi a due ruote, ai cui 350 orari in rettilineo
non si avvicinano nemmeno le auto della Formula Uno. Fatto sta che la riduzione
della cilindrata favorisce sulla carta proprio la Honda, destinata a rivoluzionare
motore a assetto meno delle altre marche, per la comprensibile gioia del buon
Hayden, e del suo irrequieto compagno di squadra Dani Pedrosa. Del quale sono
i migliori tempi cronometrati nei primi test stagionali di Jerez, dove Nicky
non c’era, perché sottoposto a un intervento chirurgico, e dove
correvano invece tutti gli altri campioni, a cominciare da Rossi, finito al secondo
posto.
A differenza di Hayden, il ventunenne pilota spagnolo possiede grande dimestichezza
con la vittoria, come ricordato dai 23 primi posti su 79 corse disputate, e dai
tre titoli mondiali già messi in bacheca nelle classi 125 e 250. Ecco
perché di Pedrosa, pilota la cui piccola taglia (è alto 1,58 e
pesa meno di 50 chili) favorisce le impressionanti prestazioni sui circuiti veloci,
si parla come dell’autentico favorito nella nuova corsa al titolo iridato.
A rendergli la vita difficile si impegneranno soprattutto gli italiani. Non solo “Vale”,
ma anche altri due fuoriclasse: il decano Loris Capirossi (34 anni e 233 gran
premi, di cui 27 vinti), in sella a una Ducati ormai a un passo dal rivaleggiare
in tutto con le marche giapponesi, e Marco Melandri, in arte “Macio” (24
anni e 122 gran premi, di cui 19 vinti), ennesimo asso nella manica della Honda.
Quanto al resto del circo su due ruote, i primi test segnalano la pericolosità dell’australiano
Chris Vermeulen, in coppia con l’americano John Hopkins per riportare la
Suzuki ai massimi livelli di competitività, mentre crediti innegabili
vanno assegnati all’altro “canguro” Casey Stoner, e al brasiliano
Alex Barros, che completano con Capirossi una formidabile squadra Ducati. Mai
da sottovalutare, infine, il furore agonistico riservato alla Honda dal giapponese
Shinya Nakano, così come le potenzialità dell’americano Colin
Edwards, detto anche Texas Tornado, approdato alla Yamaha dopo lungo strapotere
esercitato nelle gare del circuito Superbike, dove si corre con le stesse moto
messe regolarmente in commercio dalle case costruttrici.
Campionissimo di Superbike è anche l’australiano
Troy Bayliss, lo stesso che nello scorso ottobre
fa suo un gran premio passato alla storia per
quella curva presa troppo lunga dal pilota
della mitica Yamaha numero 46. “Vecchietto” terribile,
Bayliss, che a 37 anni vola a Valencia per
prendere all’ultimo momento il posto
lasciato libero alla Ducati dal ritiro dello
spagnolo Sete Gibernau. Il tempo di provare,
partire e… vincere. Anche se non si
riprenderà subito il mondiale, tra dieci,
o forse vent’anni, state certi che toccherà a
Valentino Rossi imitarlo.
Stefano Ferrio
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