Bandits o Dolphins? Banditi o Delfini? Se
in America si chiedono chi vince il titolo
Nba fra Heat e Spurs, le squadre di Miami
e San Antonio, in Italia c’è un
campionato di pallacanestro in cui, quanto
a nomi e “sostanza”, non siamo
da meno, ed è quello di minibasket
in carrozzella, dove da due anni a questa
parte la sfida scudetto continua a essere
fra i lombardi Bandits di Cantù e
i veneti Dolphins di Montecchio Maggiore.
In realtà la domanda banditi o delfini? funge solo da passepartout. Da
chiave tramite cui addentrarsi fra le storie e i personaggi di uno dei tornei
in assoluto più avvincenti del basket nazionale, basato su partite di
quattro tempi, di otto minuti l’uno. Chi ha dei dubbi, può farseli
passare assistendo ai play off del prossimo mese di aprile, con ogni probabilità assegnati
a Verona. Lì le quattro prime classificate della regular season daranno
vita a semifinali e finali da vivere con il cuore in gola che si deve a un gioco
dove la rapidità dei cambi di campo (i famosi coast to coast)
in carrozzella, l’imprevedibilità dei tiri, e il furore delle mischie
sotto canestro provocano brividi agonistici assolutamente paragonabili a quelli
suscitati dalle partite fra normodotati.
Come a volte succede nelle discipline paraolimpiche – il ping pong, ad
esempio - le varianti indotte dalla disabilità pongono le basi di uno
spettacolo sportivo nel quale non manca nulla: doti tecniche, capacità tattiche,
oltre a un agonismo che si esalta mettendo in gioco sia la forza che l’agilità delle
braccia con cui manovrare il proprio mezzo e far girare il pallone. Di conseguenza
il coinvolgimento dei praticanti, maschi e femmine uniti in formazioni miste,
possiede qualcosa di totalizzante. Lo testimonia la storia stessa del campionato
nazionale di minibasket in carrozzella, appena tre anni caratterizzati dalla
contagiosa passione che ha preso una società dopo l’altra sin dagli
avventurosi esordi. Oggi sono iscritte al torneo sei squadre, un’enormità se
si pensa alle spese e ai sacrifici che richiedono trasferte anche di mille chilometri
fra andata e ritorno, spostando giocatori bisognosi di mezzi, accompagnatori,
strutture logistiche adeguate. Solo per fare un esempio, quando d’estate
si svolgono i tornei internazionali, le rinunce delle formazioni italiane sono
spesso causate dalle limitazioni che impongono le compagnie di volo, costrette
ad accogliere a bordo degli aerei un numero limitato di portatori di handicap.
I sei club “storici” sono Dozza Bologna, Cantù Bandits, Montecchio
Dolphins, Parma Little Beers, Reggio Emilia Dragons, e Roma Santa Lucia. Gli
stessi dello scorso torneo, quando nella finale di Firenze i Banditi sono riusciti
a bissare il titolo del 2005 superando i Delfini (campioni della prima edizione),
al termine di una partita tiratissima e contrassegnata da grandi emozioni. La
sede toscana non è stata casuale, perché proprio a Firenze, così come
a Padova e Verona, si sta lavorando incessantemente alla nascita di nuove squadre,
grazie a cui allargare la manifestazione, e coinvolgere altre schiere di atleti
affamati di partite all’ultimo canestro. L’obbiettivo è impegnativo
sotto molteplici punti di vista: occorre contare su sponsor facoltosi, reperire
palestre assolutamente prive di barriere, diffondere la notizia in modo da tesserare
chiunque sia in grado di giocare. “D’altra parte, basta assistere
a un incontro e il desiderio di esserci diventa irresistibile – spiega
Giorgio Giuriolo, dirigente dei Dolphins – tanto che la nostra federazione,
affiliata al Comitato italiano paraolimpico, ha predisposto regolamenti aperti,
con i quali il minibasket in carrozzella accoglie giocatori non solo in base
all’età, ma anche guardando a infermità e condizioni psicofisiche”.
Un motivo del fascino di questo sport nasce dalla sua facoltà di mettere
assieme bambini disabili, ragazzi e adulti affetti da gravi patologie invalidanti,
oltre a fratellini normodotati fino a 12 anni, obbligati a usare a loro volta
le carrozzelle. Le quali si differenziano in base al colore: verde per i casi
più lievi, giallo per quelli di media entità, rosso per i più gravi.
La tinta incide anche sul numero di spinte che un giocatore può darsi
prima di passare o concludere, e sul conteggio dei punti. A Montecchio tutti
ricordano ancora quando, la scorsa primavera, un pallone tirato da Elena Nichele,
20 anni, studentessa universitaria di lingue, non entrò nel cesto, ma
sbatté sul ferro. Dentro il palazzetto scoppiò un autentico boato,
perché la carrozzella di Elena è rossa, e dà diritto a due
punti anche in un caso come questo (sarebbero stati tre se la palla fosse entrata). “Ci
ho messo otto anni di partite e allenamenti per arrivare a questo risultato,
sono stati i primi punti della mia carriera” racconta con un entusiasmo
che le fa luccicare gli occhi.
La temperie agonistica non molla mai questi giocatori, nemmeno durante gli allenamenti,
per i quali c’è chi è disposto (con il proprio accompagnatore)
a sobbarcarsi anche centinaia di chilometri di automobile, tanta è la
distanza che può separarlo dalla sede della sua società. “Il
risultato è che noi tecnici ci ritroviamo a che fare con vere squadre,
dove le dinamiche sono identiche a quelle di un club di A1” spiega Jenny
Stilo, 29 anni, impiegata in un asilo nido, guardia in una formazione di serie
B2, nonché coach dei Delfini. “Innanzitutto è indispensabile
lavorare sempre in carrozzina – continua l’allenatrice – così da
fare una full immersion nelle limitazioni a cui sono sottoposti i nostri giocatori.
Dopodichè dobbiamo gestire spogliatoi pieni di storie particolari, che
a volte si riflettono durante la partita. E’ certo che in campo i posti
sono cinque, e che per fortuna i cambi consentono di dare molta rotazione. Ciò detto,
bisogna stare attenti al risultato: una sconfitta brucia tremendamente a tutti,
e possono trascorrere anche tre settimane prima di riscattarsi nel match successivo,
dato che i calendari sono necessariamente diluiti nel tempo”.
Squarci di questa tensione si sono visti in gennaio a Montecchio, quando Dolphins
e Bandits si sono sfidati nel match di andata della regular season: una partita
mozzafiato, dove i padroni di casa sono stati avanti fino a due minuti dall’ultima
sirena, prima della rimonta con cui gli ospiti hanno strappato il pari, per poi
portarsi via il successo al tempo supplementare. Una la rivincita sicura in programma,
alla partita del girone di ritorno in Lombardia. Poi potrebbe essercene una seconda,
in occasione dei play off, dove però anche le altre quattro squadre cercheranno
un posto al sole, magari per soffiare lo scudetto alle due favorite. Il minibasket
in carrozzella è sport fino in fondo anche perché non preclude
alcuna sorpresa, e nessuno è vincitore prima di cominciare a giocare.
Per le finali di Verona c’è solo da sperare nella presenza delle
telecamere Rai, perché questo è uno spettacolo che nessuno deve
perdersi.
Stefano Ferrio
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