Ho preso in mano con dubbi questa
ricostruzione di tre anni di storia, dallo
sbarco alleato in Sicilia alla fine della
guerra. L’autore è uno sconosciuto,
che però va in TV a farsi intervistare
dall’amico e risponde in modi ingenui
e scanzonati. Anche voci qualificate mi
lasciano perplesso: “ Il libro è bellissimo
e scritto da un vero scrittore, ogni pagina è uno
stimolo, un invito a liberarsi dai luoghi
comuni, a misurarsi con l’eccellenza” afferma
Aldo Grasso. Altri lo ritengono un racconto
a sorpresa, fatto con le forbici, ispirato
ad una esplicita nostalgia per uno stato
forte. Ho deciso di leggerlo.
Ogni lettura è una sfida: verso l’autore, in confronto con quello
che pensano gli altri e soprattutto verso se stessi. Puoi entrare in crisi o
aprire la mente a una nuova idea tra le poche in circolazione o, al peggio, perdere
del tempo e qualche Euro! Mi ero proposto di rendermi chiaro un sommario della
vicenda dei 19 capitoli, che hanno tutti per titolo una città della Sicilia
e una data, dal 1943 al ’45. Non ci sono riuscito e forse non è possibile:
l’intreccio tra episodi e storia, tra personaggi e gente comune, tra americani,
tedeschi, italiani e siciliani è così complesso e, allo stesso
tempo, calcolato con una semplicità matematica che, semplificato, perderebbe
la sua ricchezza. Anche l’apertura iniziale ‘U cuntu, cioè l’argomento
del racconto, contiene in sintesi tutto il libro: l’apparizione dei protagonisti,
da Eughenia Lenbach a Hitler, da un principe siciliano con citazione de Il
Gattopardo al soldato colpito alle spalle, primo morto di una lunga serie
di varie nazionalità. Anche la formulazione è perfettamente adeguata
a questo impasto di verismo e ironia. Si veda come si parla della situazione
dopo l’otto settembre 1943, quando dall’attesa di un miglioramento
per la fine della guerra si cadde in una disperata delusione.
«Erano convinti che fosse finita,
e invece no: continuava senza che lì nel
campo nessuno se ne accorgesse. Il generale
Lodovico Ferlini ordinò ai soldati
di riprendere i fucili: però cambiando
direzione di sparo. Non più dunque
la partita da godersela tutta con il compagno
scelto all’inizio del gioco: un’altra
partita, adesso tutta giocata a perdere,
tutta a guadagno dell’avversario.
Non più, dunque, la guerra al fianco
dei tedeschi: la stessa guerra ma al fianco
del nemico angloamericano, quello che già oltrepassando
lo Stretto di Messina era ormai considerato “alleato” e
non più “invasore” (...).
Capitò infine la fame, nera, nerissima.
Un’incredibile fame coi crampi allo
stomaco (identici nel sintomo agli stravizi
della sazietà ). Fame inaudita nella
terra dove tutti, da sempre, quando il
resto del mondo si chiudeva nella carestia,
avevano il soccorso della misericordia
e della campagna. Era, la Sicilia, luogo
dove mai nessuno aveva conosciuto la fame: “Quando
dicevamo buongiorno mangiavamo ogni giorno,
ora che diciamo gubbài non mangiamo
mai”».
Il cane bianco
sbranerà i pupi
?
Mi hanno aiutato a capire l’opera
alcune coordinate, ma anche a dubitare.
La guerra appare come una delle forme visibili
del male del mondo, ma non l’unica
né la maggiore. Quasi un pretesto
di un potere economico e politico supremo,
di cui esso si serve al momento per mascherare
un progetto di dominio. Anche la mafia,
americana e siciliana, è uno strumento
per ottenere subito quello che occorre,
ma viene eliminata con assassini e strumentalizzazioni,
come per Lucky Luciano, che dal penitenziario
di Chicago viene inviato in Sicilia per
la “ Operazione L”.
Confrontiamo l’elenco de I Pupi
( in ordine di apparizione ) in apertura
de ‘U cunto con il capitolo
finale I destini. Scopriamo che
tutti i pupi, che nascondono il nome dei
protagonisti della ricostruzione storica
di Buttafuoco, sono finiti male per decisione
del potere mafioso, che firmava ogni delitto
con la testa di un cane bianco. Ma chi
alleva i cani è uno sopra la mafia,
legato alla politica internazionale, al
petrolio ad un potere malefico oscuro,
che sembra dominare il mondo.
Il romanzo è fatto nascere dallo
sviluppo di un articolo de Il Giornale
di Sicilia del 29 novembre 1947, dove
si parla “del corpo senza vita di
una donna, rinvenuto quest’oggisul
ciglio della strada che da Palermo conduce
adAgrigento... accertamenti sono in corso...
Secondo l’esame sommario del cadavere
sembra verosimile che la donna sia stata
colpita da una raffica di mitragliatrice
di fabbricazione estera, forse un’arma
tedesca. Nello spazio compreso tra l’automobile
e il cadavere della donna i carabinieri
verbalizzanti hanno annotato la presenza
di un cane bianco zoppicante...”.
Si
afferma che rispondeva al nome di Eugenia
Lo Jacono, che nel romanzo è la
protagonista Eughenia Lenbach. Questo intreccio
di realtà e finzione, portato allo
estremo è di una “stordente
abilità”, secondo un noto
critico, oppure del tutto semplice, come
nel popolare teatrino dei pupi. Come finalista
al Premio Campiello 2006 ha ottenuto 9
voti su 11, perché uno si è astenuto
per la sua funzione e uno ha votato contro,
ma ha consigliato la lettura del romanzo.
Provocatoria attualità
Ma oltre a questa veste di accattivante
thriller, Le Uova del Drago si
impongono per una mordente attualità.
Agli orrori di ogni guerra, alla violenza
mafiosa e alle sofferenze delle persone
di tutte le ideologie, unisce anche l’attesa
incerta sull’Islam di oggi, su
ragioni che spesso sono sopra i partiti
e, forse, sul drammatico interrogativo
di fronte a un male oscuro e incontrollabile
da poteri umani.
Questa è la domanda che poniamo
a Pietrangelo Buttafuoco: nonostante tutti
gli inganni e le contraddizioni, è possibile
uno spiraglio di salvezza? ogni uomo, ieri
e oggi, può sperare di vivere sopra
questo fango, che sporca la cronaca e la
storia? Nelle sue pagine non troviamo risposta
esplicita. Però sono chiari questi
elementi positivi: la sua passione di cercare
e raccontare la verità, l’invito
a liberarsi dai luoghi comuni per pensare
e comunicare liberamente, l’umorismo
e un sincero attaccamento a parenti, amici
e collaboratori. La dedica, la premessa,
la canzone iniziale di Franco Battiato,
il Backstage e la Bibliografia
non costituiscono la sostanza del romanzo,
ma ispirano un’attesa e sono un invito
alla lettura.
Appassionante
ricerca a più voci
Pietrangelo Buttafuoco è scrittore
esord+iente, ma furbescamente esperto.
Nato a Catania nel 1963, giornalista, ora
a Panorama,
prima a Il Foglio, non ha finora
pubblicato niente. Ha pensato a questa
sua prima opera da molti anni, come dimostrano
le date della ventina di volumi nella Bibliografia,
che egli ha utilizzato. Nel Backstage finale
l’autore ci rivela “quando
questo libro cominciò a incubare”.
Il giovane Buttafuoco era nella sua libreria
a Leonforte, piccolo centro catanese, quando
venne a parlargli l’ispettore della
editrice Einaudi assieme all’autore
de Gli anni della rabbia, autentico
prontuario della Sicilia dal ’43
al ’47, (Mursia, 1984) con testimonianze
e documenti dello sbarco alleato in Sicilia,
di cui era stato spettatore.
Da qui è partita la ricerca sul
Nido delle famose “Uova del Drago”,
un codice segreto del controspionaggio
nazista. Da una serie di incroci e confronti è emersa
la figura della protagonista Eughenia Lenbach,
l’apertura a eventi politici come
il sogno di Enrico Mattei e a dimensioni
storiche, antiche e future.
Il giovane di Leonforte si appassionò a
queste ricerche molto concrete, ma anche
cariche di sfida ai temi più scottanti
di oggi. L’esperto della Einaudi
ne aveva intuito la carica interiore e
le straordinarie possibilità di
comunicazione.
Da allora egli si diede da fare: incontrò siciliani
in Germania, degli ex- prigionieri degli
inglesi, un esperto di storia militare
a Bologna.
La spinta decisiva – afferma – la
deve a due amici, a “uno che mi ha
chiesto di mettermi alla prova” e
a un altro, “ che mi ha convinto
a scrivere e ci ha messo sangue e sudate
e dunque ne è genitore con me”.
Ma la formula “ Uova del Drago” dice
di averla scoperta a Leonforte in un opuscolo
nella biblioteca di Nino Buttafuoco (il
nonno?), a cui è dedicato il libro
e che era un ammiratore dell’antico
Teatro dei Pupi, realtà e fantasia,
storia e commedia, come recita la Premessa: “Personaggi
e fatti di questo racconto non sono
frutto della fantasia dell’Autore.
Ogni avvenimento reale è stato tuttavia
trasfigurato seguendo il canovaccio di
un falso storico, e molti personaggi portano
i nomi delle marionette dell’Opera
dei Pupi, per fare di questa storia vera
un teatro.
Buon divertimento”
Severino Cagnin |