C’è chi l’ha presentato
come “una rivelazione che potrebbe
scuotere le anime dei credenti” (“National
Geographic”, maggio 2006). Chi come “testo
destinato a fare discutere storici, religiosi
e filosofi, un testo che fa giustizia anche
dell’odioso e brutale antisemitismo
che per secoli si è nutrito della
vicenda-leggenda di Giuda il Traditore” (“la
Repubblica”, 7 aprile 2006). Per qualcun
altro ancora potrebbe “apportare modifiche
di non poco conto alla manifestazione storica
della religione più praticata al mondo” (“La
Stampa”, 11 gennaio 2006). Già,
perché a leggere il “Vangelo
di Giuda”, l’apostolo non è stato
un traditore, anzi “il” traditore
per antomasia, ma il confidente segreto di
Gesù e avrebbe consegnato il Maestro
ai nemici su suo preciso ordine. In una parola,
duemila anni di storia (e di fede) da riscrivere.
Quanto basta per volerne sapere e capire
di più.
Il manoscritto
Il papiro legato da un laccio
di pelle e noto come “Vangelo di Giuda” risale
agli anni 220-340 dopo Cristo ed è scritto
in copto, lingua derivata dal greco e dall’egiziano
antico. È stato scoperto una trentina
d’anni fa nelle sabbie del deserto
egiziano, vicino a El Minya. Nel 1983 alcuni
mercanti l’hanno portato in Europa
e poi a New York, dove ha rischiato di
deteriorarsi in una cassetta di sicurezza
di una banca. Nell’aprile del 2000 è acquistato
da Frieda Nussberger-Tchacos, un’antiquaria
di Zurigo, che dopo aver tentato invano
di rivenderlo, lo consegna alla Fondazione
per le arti antiche Maecenas di Basilea.
Questa, la National Geographic Society
(che ha i diritti per la pubblicazione
e la diffusione del testo) e il Waitt Institute
for Historical Discovery impegnano papirologi,
linguisti e altri studiosi per restaurare
e decifrare il testo. Oltre, ovviamente,
che per verificarne l’autenticità con
esami, quali la datazione al Carbonio 14
e l’analisi dell’inchiostro.
Dopo cinque anni di lavoro, lo scorso
6 aprile, nella sede della NGS a Washington,
ecco la presentazione pubblica del manoscritto,
che contiene anche un testo noto come l’“Apocalisse
di Giacomo”, una lettera di Pietro
a Filippo e un quarto testo, per ora chiamato “Book
of Allogenes”, libro di Allogene. L’attenzione,
però, è concentrata sul “Vangelo
di Giuda”, che è presentato
o comunque recepito da gran parte dei media come “rivoluzionaria” chiave
di lettura dei testi biblici, anzi “la
più significativa scoperta archeologica
degli ultimi sessant’anni” (www.laportadeltempo.com;
6 aprile 2006).
Il contenuto
Dal testo, Giuda emerge completamente
diverso da quello sinora conosciuto: il
traditore sarebbe il più fedele
degli apostoli. A cominciare dalle prime
righe del papiro, dove “si narra
il segreto della rivelazione che Gesù fece
conversando con Giuda Iscariota” (e
dove si avvertono già temi tipici
dello gnostismo). Per arrivare alla frase-chiave
che Gesù avrebbe rivolto al discepolo: “Tu
sarai al di sopra di tutti loro. Perché tu
sacrificherai l’uomo che mi riveste”.
Come a dire: Giuda fa arrestare Gesù su
sua stessa richiesta, così che questi,
liberato dal corpo, possa portare a termine
la missione salvifica. Una conferma indiretta
di questo sarebbe la frase enigmatica rivolta
da Gesù a Giuda e riportata nel
Vangelo di Giovanni: “Quello che
devi fare, fallo al più presto” (Gv
13,27).
La preferenza di Gesù per Giuda provoca ovviamente la reazione
degli altri apostoli. Tant’è che Giuda ha una visione: gli altri
lo prendono a sassate. Gesù gli anticipa che sarà maledetto,
ma “tu supererai tutti loro”. Non solo: “A te rivelerò i
misteri del Regno. Un Regno che raggiungerai, ma con molta sofferenza”.
Il testo non accenna né alla crocifissione,
né alla risurrezione di Gesù,
evento, quest’ultimo, fondante per
la fede cristiana, perché come scrive
san Paolo nella prima lettera ai cristiani
di Corinto, “se Cristo non è risorto, è vana
la vostra fede” (1Cor 15,17). Il
manoscritto non fornisce notizie neppure
sulla morte di Giuda. Termina in modo brusco,
con l’apostolo che riceve il denaro
e consegna Gesù ai nemici. Al contrario,
di quanto scrive l’evangelista Matteo,
e cioè che dopo l’arresto
di Gesù, Giuda “gettate le
monete d’argento nel tempio, si allontanò e
andò ad impiccarsi” (Mt 27,5).
Di certo, l’ipotesi del tradimento “su
richiesta” è una novità.
Proviamo, allora, a vederne alcuni aspetti.
Nessuna novità
Nessuna meraviglia per l’uso del
copto. In questa lingua sono stati scritti
molti testi dell’antichità cristiana
rinvenuti di recente in Egitto. Lì,
infatti, nei primi secoli esistevano fiorenti
comunità. Spesso quegli scritti
sono una traduzione da originale greco.
Proprio come nel caso del “Vangelo
di Giuda”, che compare in un elenco
di testi eretici scritto da Ireneo, vescovo
di Lione, attorno al 180 d.C. (il testo
originale in greco, però, si è perso).
Questo “Vangelo” è stato
redatto in ambiente gnostico. Il termine
gnosi (“conoscenza”) copre
alcune ideologie riguardanti il problema
della salvezza, collegate con una visione
del divino, del cosmo e dell’uomo,
parzialmente comune a tutte. Il mondo era
considerato in modo negativo e separato
da Dio, sino al punto di concepire da un
lato un Dio buono, e dall’altro un
creatore inferiore e cattivo. Si relativizzavano
la posizione e la funzione di Gesù Cristo
e si interpretavano la sua vita e i suoi
insegnamenti anche in modo esoterico. Mentre
per la maggior parte dei cristiani dell’epoca
(e per quelli di oggi) Gesù è Dio
e Uomo, gli gnostici sostenevano che grazie
alla retta conoscenza, anche l’uomo
poteva liberarsi dalla “prigione” del
proprio corpo e diventare partecipe della
natura divina. Con tutto il rispetto per
il biblista Marvin Meyer, citato sul mensile “National
Geographic” (maggio 2006), il rifiuto
da parte della Chiesa e in particolare
di Ireneo non può essere liquidato
con le semplici parole: “Gli gnostici
erano mistici, e i mistici si sono sempre
attirati le ire delle religioni istituzionali”.
Il che è tutto da dimostrare.
Il “Vangelo di Giuda”, poi, è uno
dei tanti testi scritti dopo la morte di
Gesù per proporne la vita e l’insegnamento,
e circolanti nelle comunità cristiane.
Tra questi, soltanto quattro furono considerati “canonici” e
identificati con il nome del probabile
autore: nell’ordine, Matteo, Marco
(il più antico, scritto prima del
70 d.C.), Luca e Giovanni (il più recente,
attorno al 90-100). Altri testi, come i
Vangeli detti “di Pietro”, “di
Tommaso” o “di Maria Maddalena”,
non furono inseriti nel Nuovo Testamento
e perciò definiti apocrifi. In alcuni
casi, riferiscono particolari dell’infanzia
e racconti spettacolari, in altri dànno
rilevanza ad aspetti morali o dottrinali.
Molti sono raccolti nel volume “Apocrifi
del Nuovo Testamento”, a cura di
Luigi Moraldi, edito nel 1975 e più volte
ristampato. La varietà dei contenuti
non deve stupire. Basti pensare, per esempio,
a quante “vite di Gesù” sono
state scritte in epoca moderna - da Giovanni
Papini a Luigi Santucci, da Blaise Pascal
a François Mauriac, da Friedrich
Hegel a Ernst Renan - e come queste pur
avendo ovviamente molti elementi in comune,
mettano in risalto alcuni aspetti rispetto
ad altri. E, in ogni caso, nessuno degli
autori ha mai avuto la pretesa di considerarle “ufficiali”:
Detto questo, il “Vangelo di Giuda” rimette
in discussione la storia tramandata. Per
qualcuno “riflette la lotta che si
svolse tra gli gnostici e la Chiesa gerarchica”,
alla fine vincente. Al contrario, per qualcun
altro, come Gregor Wurst, uno degli esperti
coinvolti, il testo è importante,
ma non ha reale impatto perché «si
tratta dello scritto apocrifo di uno gnostico.
Il solo fatto che citi i Vangeli canonici
dimostra che dal punto di vista storico
la fonte originale e privilegiata delle
notizie restano Matteo, Marco, Luca e Giovanni» (“La
Stampa”, 7 aprile).
La parola allo studioso
A questo punto,
abbiamo rivolto alcune domande a Mons.
Giuseppe Ghiberti, membro della Pontificia
Commissione Biblica e presidente della
Commissione per la Sindone.
Il “Vangelo di Giuda” ci
aiuta a conoscere meglio la vita religiosa
dei primi secoli?
«Senza dubbio. Ma già all’inizio della Chiesa c’erano “correnti” diverse.
San Paolo stesso richiama i Corinzi, scrivendo: “Mi riferisco al fatto
che ciascuno di voi dice: “Io sono di Paolo”, “Io invece
sono di Apollo”, “E io di Cefa”, “E io di Cristo!” (1Cor
1,12). Non solo: accanto o dopo gli gnostici, sono sorti i manichei, i pelagiani,
e via via gli ariani, gli iconoclasti o i catari, tutti poi considerati eretici».
Il “Vangelo di Giuda” è il
primo testo a presentare questo apostolo
come colui che tradisce per “obbedienza” a
Gesù?
«In questa forma direi di sì. Più tardi, in ambiente giudaico,
si formeranno tradizioni a riguardo di Gesù, con interpretazioni della
sua morte presentate diversamente da quelle evangeliche e presentazioni proprie
della parte svolta da Giuda. Ma il tema dell’“obbedienza” ha
un senso solo nell’impostazione generale del pensiero gnostico, che giunge
persino a giustificare il fratricidio di Caino».
Lo scorso Giovedì Santo, papa
Benedetto XVI ha detto che “la
vicenda di Giuda dimostra che esiste
nel mondo l’oscuro mistero del
rifiuto dell’amore di Dio da parte
dell’uomo. L’amore del Signore
non conosce limite, ma l’uomo può porre
ad esso un limite”. Allora,
Giuda si è salvato o no?
«La sapienza onnipotente e paterna di Dio giunge a fare convergere anche
le situazioni di male create dalla cattiveria degli uomini, per la realizzazione
di scopi buoni. Il tradimento di Giuda fu una delle componenti della passione
di Gesù, che portò frutti di salvezza. Ma il male resta male,
e chi lo compie non ne viene perciò scusato. L’evangelista Marco
ricorda una parola severa di Gesù: “Meglio per quell’uomo
se non fosse mai nato” (Mc 14,21). Quell’uomo era Giuda. Detto
questo, anch’io affido Giuda all’amore immenso di Dio. Anche perché,
come disse don Primo Mazzolari (ed era il 1958), “è mio fratello
Giuda. Pregherò per lui… io non giudico, io non condanno; dovrei
giudicare me, dovrei condannare me”».
Per alcuni studiosi, il “Vangelo
di Giuda” sconvolgerebbe la fede
cristiana: è davvero così importante
la “riabilitazione” di questo
apostolo?
«Ciò che è più sconvolgente non è tanto la
vicenda di Giuda, quanto l’ideologia che sta alla base di questa presentazione
romanzata. Il Gesù che parla con Giuda alla maniera gnostica è tutto
tranne che il Figlio di Dio incarnato, partecipe della creazione e vero uomo,
unico salvatore. Ciò che fa cadere il cristianesimo non è la
storia di Giuda, bensì l’errore su Gesù».
In ogni caso, cambierebbe davvero
qualcosa per la fede cristiana?
«Non sarebbe più “cristiana”, perché avrebbe
perso Cristo».
Ritrovare un manoscritto antico è interessante
per gli studiosi, ma ha pochi o scarsi
riflessi nella vita di tutti i giorni.
Allora, come si spiega tanto interesse
per il “Vangelo di Giuda”?
«Cito una frase di padre Raniero Cantalamessa, nell’omelia del
Venerdì Santo nella Basilica Vaticana, il 14 aprile scorso: “Viviamo
nell’epoca dei media e ai media non interessa la verità, ma la
novità”. Queste parole si possono applicare anche al “Vangelo
di Giuda”».
Quasi a scadenza fissa emergono “scoperte” di
questo tipo: è soltanto un caso?
«Non credo ci sia un piano orchestrato contro il cristianesimo o il cattolicesimo.
Certo, questi argomenti incuriosiscono e fanno cassetta. I soldi piacevano,
purtroppo, a Giuda e piacciono anche a tanta gente oggi. E pur di averli, talvolta
si rinuncia alla correttezza, alla precisione, se non agli scrupoli. Secondo
me, il modo con cui è stato presentato il “Vangelo di Giuda” non è un’operazione
culturale seria».
Più o meno le stesse parole scritte
da Vittorio Messori sul “Corriere
della Sera”, l’8 aprile 2006: “No, non
dovremo riscrivere le origini del
cristianesimo; e la fede dei credenti non
andrà in crisi per la pubblicazione
di un frammento del cosiddetto “vangelo
di Giuda“. Per dirla subito, la clamorosa presentazione
a Washington, davanti alla stampa mondiale
appositamente convocata, è soprattutto
un’operazione economica e, probabilmente,
anche ideologica”.
Lorenzo Boschetto |