In questo numero
L'EUROPA ALLA SCOPERTA DELLE SUE RADICI di Carlo Fiore

Bulgaria e Romania sono entrate
a far parte dell’Unione Europea, il 1° gennaio 2007.
L’ingresso nella UE degli ex-Stati sovietici
pone problemi che sono stati analizzati
dalla Commissione dei Vescovi Europei.
Ne presentiamo alcuni spunti interessanti.


“Dopo un formidabile periodo di successi - l’introduzione dell’Euro, il grande allargamento ai Paesi dell’Europa centrale e orientale - l’Unione Europea sembra essersi smarrita. È passato poco più di un anno da quando i governi hanno firmato il Trattato che istituisce la Costituzione europea, eppure oggi la sua entrata in vigore è di fatto bloccata, dopo i risultati negativi dei referendum in Francia e nei Paesi Bassi. Sono frattanto riapparsi i fantasmi degli egoismi nazionali, e il deludente accordo raggiunto sul quadro finanziario dell’Unione europea fino al 2013 sta a dimostrarlo”. È quanto scrive Romano Prodi nella introduzione a un saggio di Mark Leinard, lo studioso inglese, nel suo volume Europa 21 uscito recentemente. “L’improvviso cambio di clima politico in seno all’Unione Europea - prosegue Prodi - non è una novità. Al contrario, la storia della costruzione comunitaria ci insegna che il suo sviluppo non è avvenuto in maniera lineare, ma è frutto di frequenti discontinuità. Questa oscillante evoluzione è ampiamente giustificata dalla complessità dei processi di integrazione europea. Unire gli Stati del Vecchio Continente usciti distrutti dal secondo conflitto mondiale, unificare i mercati, riavvicinare i modelli economici e sociali, amalgamare i popoli europei e le loro culture è tutt’altro che un progetto semplice”. Fin qui Prodi.
“Il futuro dell’Unione Europea e la responsabilità dei cattolici”. È il titolo di un documento della Commissione degli episcopati europei (COMECE), uno studio che è sfuggito all’attenzione della stampa italiana, laica e cattolica, chiuse nelle strettoie di un provincialismo che non vede oltre il campanile.
Ne daremo qui le linee fondamentali. Abbiamo infatti l’impressione che la complessità dei problemi dell’Unione europea, specie per quanto riguarda i Paesi dell’Europa centrale e orientale, recentemente entrati, sfugga alla maggioranza dell’opinione pubblica.

Allargamento o riunificazione dell’Europa?
La distinzione è importante più di quanto possa apparire. Si tratta di due visioni diverse: una di tipo territoriale, espansivo: l’Unione che si allarga, si espande su nuovi territori; l’altra di tipo ideale, storico: una lacerazione che tende a rimarginarsi, il ricupero di una antica unità ideale del Continente, spaccato come una mela dagli accordi di Yalta tra Churchill e Stalin.
“L’adesione all’Unione Europea, il 1 maggio 2004, di dieci nuovi Stati membri, di cui otto liberati recentemente dall’ex-impero sovietico, è un evento storico di rilievo, le cui conseguenze restano ancora largamente imprevedibili - scrive il documento -. Questo evento segna il termine definitivo della divisione dell’Europa in due campi antagonisti. Per chi si ricorda delle angosce della guerra fredda, appare come una promessa di tempi migliori. Per la prima volta si apre a tutti i popoli d’Europa la prima vera prospettiva di una pace durevole sul loro continente”. E qui il documento apre un discorso di notevole interesse. “Da parte dei Paesi già integrati si parla volentieri di ‘allargamento dell’Unione Europea’. I nuovi aderenti invece parlano piuttosto di ‘riunificazione dell’Europa’. Questa differenza di vocabolario significa molto di più di quanto sembri. Per i 15 Paesi già membri dell’Unione, l’adesione di 10 nuovi Stati non costituisce in sé, una trasformazione particolare. Si inscrive nella logica che già esiste: nella misura in cui si dimenticano le tragedie che hanno segnato il 20° secolo (e i popoli felici sono facilmente preda dell’amnesia), l’allargamento dell’Unione sembra essere una cosa normale. Dopo tutto può sembrare evidente che Varsavia, Praga, Vilnius o Budapest siano delle città europee come Londra, Berlino, Parigi, Madrid o Roma. È perciò logico che esse divengano città turistiche per tutti i cittadini dell’Europa. Al contrario i nuovi aderenti, e in particolare coloro che sono stati liberati recentemente dal totalitarismo sovietico, parlano più volentieri di ‘riunificazione dell’Europa’: vogliono cioè ritrovare il loro posto nell’ambito delle nazioni europee. Hanno coscienza, e questo resta impresso nella loro carne, che sono stati brutalmente e arbitrariamente separati dalle altre nazioni europee a causa degli accordi di Yalta del 1945. In effetti, malgrado la promessa di Stalin di procedere a elezioni democratiche in tutti i Paesi liberati dal nazismo, questi otto Paesi si sono ritrovati, dal 1945, prigionieri dietro la cortina di ferro. Per questi Paesi la data del 1 maggio 2004 segna dunque la fine di una tragedia e di una ingiustizia, segna una rottura nella loro storia e l’inizio di una era nuova”.

L’incontro Chiesa-mondo operaio
Nell’Occidente il rapporto Chiesa- mondo operaio è sempre stato un rapporto difficile, esasperato dalle posizioni social-comuniste di tipo vetero-marxista. Nel mondo sottoposto al giogo sovietico, proprio là dove più pesanti erano i rapporti tra Chiesa e Stato, si è verificato l’opposto: l’incontro Chiesa-mondo operaio. Lo sottolinea il documento dei Vescovi. “Durante gli anni dell’opposizione contro il sistema comunista, in alcuni Paesi della regione vi fu un incontro tra la Chiesa e il movimento operaio, incontro nato da una reazione di carattere etico. ‘Nella crisi del marxismo risorgono le forme spontanee della coscienza operaia che esprime una domanda di giustizia e di riconoscimento della dignità del lavoro, secondo la dottrina della Chiesa’ (Centesimus annus, 26). Oltre all’interesse verso l’insegnamento sociale della Chiesa, il fatto di rivolgersi ad essa derivava da una sorta di vuoto spirituale provocato dall’ateismo ufficiale imposto dal regime. Quell’ateismo causò anche una crisi significativa nell’ambito della cultura, come pure lo smarrimento e la sensazione di perdita del senso della vita in molte persone, soprattutto giovani. È questa la ragione per cui la lotta per la difesa del lavoro fu spontaneamente legata alla lotta per la cultura e per i diritti nazionali”. Si pensi solo a Solidarnosc e al senso religioso che lo informava per la difesa e la libertà della Polonia. “Qui, a Jasna Gora, diceva Giovanni Paolo II nel 1983, noi siamo sempre stati in qualche modo liberi”.

Messianismi politici e fine della Storia
Il documento dei Vescovi si conclude, dopo questa analisi sulla complessità storica dei Paesi dell’Est, con l’invito ai cristiani ad assumersi le loro responsabilità nella nuova situazione storica europea. Ritorno alla cristianità dura e pura dei tempi passati? Nostalgia dello Stato ufficialmente cristiano? Abbandono della politica per una azione prettamente spirituale?
“In quanto cristiani – scrive il documento – condividiamo la convinzione che , nonostante la politica non sia tutto, l’azione politica è importante per la nostra fede, e la nostra fede è importante per il nostro impegno politico. Il cattolicesimo non richiede di avere una posizione politica rigida. Per noi non c’è una forma predestinata di comunità politica, non c’è uno stato confessionale cristiano. I cattolici hanno vissuto la loro fede all’interno di quadri politici differenti e ne hanno dato testimonianza attraverso la loro vita. La fede cristiana non può essere identificata con un ordine politico particolare, ma è possibile identificare delle situazioni e delle condotte che vanno incontro alla dottrina cristiana”.
E qui si innesta il discorso della laicità come distinzione dei ruoli Chiesa-Stato. “La distinzione tra il ‘temporale e lo ‘spirituale che il Vaticano II ha chiarito nella dichiarazione Dignitatis humanæ costituisce la caratteristica che questo documento vorrebbe sottolineare. Se la Chiesa cattolica si mostra particolarmente attenta alla sua autonomia per ciò che riguarda la sua organizzazione interna, è perché considera che lo Stato debba riconoscere di non avere competenza in determinati ambiti che riguardano la coscienza dei cittadini. Il disprezzo di questo principio ha sempre avuto conseguenze significative”. Noi non vogliamo dei messianismi come quello marxista o nazista che pretendevano di concludere la Storia nella loro piena realizzazione terrestre. “Il rifiuto dei messianismi politici e dei loro risultati, e il radicamento in una speranza escatologica costituiscono una caratteristica della tradizione cristiana. Noi non abbiamo l’illusione di pervenire, come affermano i messianismi politici, a una ‘fine della Storia’. Secondo la fede cristiana, la Storia rimane aperta alla iniziativa di Dio. Come nessun altro cittadino d’Europa, nessun cattolico possiede un piano predefinito per l’avvenire. I teorici dei messianismi temporali indicano un avvenire i cui contorni possono cambiare rapidamente. I cristiani mettono la loro fiducia nel Regno di Dio, che è di un ordine diverso da quello storico, molto vicino ma non ancora manifesto”. E qui il documento inserisce un intervento chiarificatore di Giovanni Paolo II in un discorso al Parlamento europeo. “Dopo Cristo non è più possibile idolatrare la società come grandezza collettiva divoratrice della persona umana e del suo destino irriducibile. La società, lo Stato, il potere politico appartengono al quadro mutevole e sempre perfettibile di questo mondo. Nessun progetto potrà mai stabilire il regno di Dio, cioè la perfezione escatologica sulla terra. I messianismi politici finiscono sovente nelle peggiori tirannie”.

Sfide politiche e dimensione spirituale
Siamo alla conclusione. “L’Unione europea vive attualmente una trasformazione, non solo per l’accesso dei nuovi Stati membri, ma anche per quanto concerne le sue istituzioni e i suoi campi di azione. Siamo tutti coinvolti in questo processo di profondo cambiamento.
Al centro di queste diverse implicazioni, la Chiesa cattolica appare come un attore tra gli altri, anche se vale la pena di sottolineare l’importanza capitale del cristianesimo per il futuro dell’Europa. L’Europa non può essere capita senza tener conto del ruolo fondatore che hanno avuto i cristiani nella sua storia. Anche se oggi una forma di agnosticismo diffuso sembra dominare il dibattito pubblico, le convinzioni dei cristiani sono sempre riconosciute come in grado di avere un ruolo da giocare, insieme a quelle degli ebrei e dei musulmani o dei membri di altre comunità religiose.
Per i cristiani, le sfide politiche unite ai cambiamenti richiesti sulla via dell’integrazione europea, hanno una dimensione spirituale. Essere cristiani significa essere pellegrini. Questa vocazione a vivere come pellegrini apporta una luce particolare alla nostra responsabilità di cittadini e di persone impegnate politicamente. Il nostro cammino verso il Regno di Dio è inseparabile dal nostro impegno a servizio della comunità politica: una tale speranza si apre a un avvenire comune e ci invita a decidere a ogni passo qual è la strada migliore. Concretamente siamo chiamati a definire le strade di una Europa caratterizzata dalla stabilità, dalla pace, dal rispetto per la dignità delle persone, in particolare dei più deboli, e che servirà non solo i propri cittadini ma il mondo intero”.
Il documento si chiude con il brano centrale della celebre Lettera a Diogneto: “I cristiani non si distinguono dagli altri uomini né per il paese, né per la lingua, né per i costumi. Non abitano in città particolari, non si servono di una lingua misteriosa, il loro genere di vita non ha niente di singolare. La loro dottrina non deriva dalla immaginazione o dai sogni di spiriti agitati. Non si fanno campioni, come tanti altri, di una dottrina umana. Sono presenti nelle città greche o barbare, si conformano agli usi locali per l’abbigliamento, il cibo e il modo di vivere, rendendo manifeste le leggi straordinarie e veramente paradossali della loro repubblica spirituale”.

Carlo Fiore

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