“Dopo un formidabile periodo di successi
- l’introduzione dell’Euro, il
grande allargamento ai Paesi dell’Europa
centrale e orientale - l’Unione Europea
sembra essersi smarrita. È passato
poco più di un anno da quando i governi
hanno firmato il Trattato che istituisce
la Costituzione europea, eppure oggi la sua
entrata in vigore è di fatto bloccata,
dopo i risultati negativi dei referendum
in Francia e nei Paesi Bassi. Sono frattanto
riapparsi i fantasmi degli egoismi nazionali,
e il deludente accordo raggiunto sul quadro
finanziario dell’Unione europea fino
al 2013 sta a dimostrarlo”. È quanto
scrive Romano Prodi nella introduzione a
un saggio di Mark Leinard, lo studioso inglese,
nel suo volume Europa 21 uscito
recentemente. “L’improvviso cambio
di clima politico in seno all’Unione
Europea - prosegue Prodi - non è una
novità. Al contrario, la storia della
costruzione comunitaria ci insegna che il
suo sviluppo non è avvenuto in maniera
lineare, ma è frutto di frequenti
discontinuità. Questa oscillante evoluzione è ampiamente
giustificata dalla complessità dei
processi di integrazione europea. Unire gli
Stati del Vecchio Continente usciti distrutti
dal secondo conflitto mondiale, unificare
i mercati, riavvicinare i modelli economici
e sociali, amalgamare i popoli europei e
le loro culture è tutt’altro
che un progetto semplice”. Fin qui
Prodi.
“Il futuro dell’Unione Europea e la responsabilità dei cattolici”. È il
titolo di un documento della Commissione degli episcopati europei (COMECE), uno
studio che è sfuggito all’attenzione della stampa italiana, laica
e cattolica, chiuse nelle strettoie di un provincialismo che non vede oltre il
campanile.
Ne daremo qui le linee fondamentali. Abbiamo infatti l’impressione che
la complessità dei problemi dell’Unione europea, specie per quanto
riguarda i Paesi dell’Europa centrale e orientale, recentemente entrati,
sfugga alla maggioranza dell’opinione pubblica.
Allargamento
o riunificazione dell’Europa?
La distinzione è importante più di
quanto possa apparire. Si tratta di due visioni
diverse: una di tipo territoriale, espansivo:
l’Unione che si allarga, si espande su
nuovi territori; l’altra di tipo ideale,
storico: una lacerazione che tende a rimarginarsi,
il ricupero di una antica unità ideale
del Continente, spaccato come una mela dagli
accordi di Yalta tra Churchill e Stalin.
“L’adesione all’Unione
Europea, il 1 maggio 2004, di dieci nuovi
Stati membri, di cui otto liberati recentemente
dall’ex-impero sovietico, è un
evento storico di rilievo, le cui conseguenze
restano ancora largamente imprevedibili -
scrive il documento -. Questo evento segna
il termine definitivo della divisione dell’Europa
in due campi antagonisti. Per chi si ricorda
delle angosce della guerra fredda,
appare come una promessa di tempi migliori.
Per la prima volta si apre a tutti i popoli
d’Europa la prima vera prospettiva
di una pace durevole sul loro continente”.
E qui il documento apre un discorso di notevole
interesse. “Da parte dei Paesi già integrati
si parla volentieri di ‘allargamento
dell’Unione Europea’. I nuovi
aderenti invece parlano piuttosto di ‘riunificazione
dell’Europa’. Questa differenza
di vocabolario significa molto di più di
quanto sembri. Per i 15 Paesi già membri
dell’Unione, l’adesione di 10
nuovi Stati non costituisce in sé,
una trasformazione particolare. Si inscrive
nella logica che già esiste: nella
misura in cui si dimenticano le tragedie
che hanno segnato il 20° secolo (e i
popoli felici sono facilmente preda dell’amnesia),
l’allargamento dell’Unione sembra
essere una cosa normale. Dopo tutto può sembrare
evidente che Varsavia, Praga, Vilnius o Budapest
siano delle città europee come Londra,
Berlino, Parigi, Madrid o Roma. È perciò logico
che esse divengano città turistiche
per tutti i cittadini dell’Europa.
Al contrario i nuovi aderenti, e in particolare
coloro che sono stati liberati recentemente
dal totalitarismo sovietico, parlano più volentieri
di ‘riunificazione dell’Europa’:
vogliono cioè ritrovare il loro posto
nell’ambito delle nazioni europee.
Hanno coscienza, e questo resta impresso
nella loro carne, che sono stati brutalmente
e arbitrariamente separati dalle altre nazioni
europee a causa degli accordi di Yalta del
1945. In effetti, malgrado la promessa di
Stalin di procedere a elezioni democratiche
in tutti i Paesi liberati dal nazismo, questi
otto Paesi si sono ritrovati, dal 1945, prigionieri
dietro la cortina di ferro. Per
questi Paesi la data del 1 maggio 2004 segna
dunque la fine di una tragedia e di una ingiustizia,
segna una rottura nella loro storia e l’inizio
di una era nuova”.
L’incontro
Chiesa-mondo operaio
Nell’Occidente il rapporto Chiesa-
mondo operaio è sempre stato un
rapporto difficile, esasperato dalle posizioni
social-comuniste di tipo vetero-marxista.
Nel mondo sottoposto al giogo sovietico,
proprio là dove più pesanti
erano i rapporti tra Chiesa e Stato, si è verificato
l’opposto: l’incontro Chiesa-mondo
operaio. Lo sottolinea il documento dei
Vescovi. “Durante gli anni dell’opposizione
contro il sistema comunista, in alcuni
Paesi della regione vi fu un incontro tra
la Chiesa e il movimento operaio, incontro
nato da una reazione di carattere etico. ‘Nella
crisi del marxismo risorgono le forme spontanee
della coscienza operaia che esprime una
domanda di giustizia e di riconoscimento
della dignità del lavoro, secondo
la dottrina della Chiesa’ (Centesimus
annus, 26). Oltre all’interesse
verso l’insegnamento sociale della
Chiesa, il fatto di rivolgersi ad essa
derivava da una sorta di vuoto spirituale
provocato dall’ateismo ufficiale
imposto dal regime. Quell’ateismo
causò anche una crisi significativa
nell’ambito della cultura, come pure
lo smarrimento e la sensazione di perdita
del senso della vita in molte persone,
soprattutto giovani. È questa la
ragione per cui la lotta per la difesa
del lavoro fu spontaneamente legata alla
lotta per la cultura e per i diritti nazionali”.
Si pensi solo a Solidarnosc e al senso
religioso che lo informava per la difesa
e la libertà della Polonia. “Qui,
a Jasna Gora, diceva Giovanni Paolo II
nel 1983, noi siamo sempre stati in qualche
modo liberi”.
Messianismi
politici e fine della Storia
Il documento dei Vescovi si conclude, dopo
questa analisi sulla complessità storica
dei Paesi dell’Est, con l’invito
ai cristiani ad assumersi le loro responsabilità nella
nuova situazione storica europea. Ritorno
alla cristianità dura e pura dei tempi
passati? Nostalgia dello Stato ufficialmente
cristiano? Abbandono della politica per una
azione prettamente spirituale?
“In quanto cristiani – scrive il documento – condividiamo la
convinzione che , nonostante la politica non sia tutto, l’azione politica è importante
per la nostra fede, e la nostra fede è importante per il nostro impegno
politico. Il cattolicesimo non richiede di avere una posizione politica rigida.
Per noi non c’è una forma predestinata di comunità politica,
non c’è uno stato confessionale cristiano. I cattolici hanno vissuto
la loro fede all’interno di quadri politici differenti e ne hanno dato
testimonianza attraverso la loro vita. La fede cristiana non può essere
identificata con un ordine politico particolare, ma è possibile identificare
delle situazioni e delle condotte che vanno incontro alla dottrina cristiana”.
E qui si innesta il discorso della laicità come distinzione dei ruoli
Chiesa-Stato. “La distinzione tra il ‘temporale e lo ‘spirituale
che il Vaticano II ha chiarito nella dichiarazione Dignitatis humanæ costituisce
la caratteristica che questo documento vorrebbe sottolineare. Se la Chiesa cattolica
si mostra particolarmente attenta alla sua autonomia per ciò che riguarda
la sua organizzazione interna, è perché considera che lo Stato
debba riconoscere di non avere competenza in determinati ambiti che riguardano
la coscienza dei cittadini. Il disprezzo di questo principio ha sempre avuto
conseguenze significative”. Noi non vogliamo dei messianismi come quello
marxista o nazista che pretendevano di concludere la Storia nella loro piena
realizzazione terrestre. “Il rifiuto dei messianismi politici e dei loro
risultati, e il radicamento in una speranza escatologica costituiscono una caratteristica
della tradizione cristiana. Noi non abbiamo l’illusione di pervenire, come
affermano i messianismi politici, a una ‘fine della Storia’. Secondo
la fede cristiana, la Storia rimane aperta alla iniziativa di Dio. Come nessun
altro cittadino d’Europa, nessun cattolico possiede un piano predefinito
per l’avvenire. I teorici dei messianismi temporali indicano un avvenire
i cui contorni possono cambiare rapidamente. I cristiani mettono la loro fiducia
nel Regno di Dio, che è di un ordine diverso da quello storico, molto
vicino ma non ancora manifesto”. E qui il documento inserisce un intervento
chiarificatore di Giovanni Paolo II in un discorso al Parlamento europeo. “Dopo
Cristo non è più possibile idolatrare la società come grandezza
collettiva divoratrice della persona umana e del suo destino irriducibile. La
società, lo Stato, il potere politico appartengono al quadro mutevole
e sempre perfettibile di questo mondo. Nessun progetto potrà mai stabilire
il regno di Dio, cioè la perfezione escatologica sulla terra. I messianismi
politici finiscono sovente nelle peggiori tirannie”.
Sfide politiche e dimensione spirituale
Siamo
alla conclusione. “L’Unione
europea vive attualmente una trasformazione,
non solo per l’accesso dei nuovi
Stati membri, ma anche per quanto concerne
le sue istituzioni e i suoi campi di azione.
Siamo tutti coinvolti in questo processo
di profondo cambiamento.
Al centro di queste diverse implicazioni,
la Chiesa cattolica appare come un attore
tra gli altri, anche se vale la pena di
sottolineare l’importanza capitale
del cristianesimo per il futuro dell’Europa.
L’Europa non può essere capita
senza tener conto del ruolo fondatore che
hanno avuto i cristiani nella sua storia.
Anche se oggi una forma di agnosticismo
diffuso sembra dominare il dibattito pubblico,
le convinzioni dei cristiani sono sempre
riconosciute come in grado di avere un
ruolo da giocare, insieme a quelle degli
ebrei e dei musulmani o dei membri di altre
comunità religiose.
Per i cristiani, le sfide politiche unite
ai cambiamenti richiesti sulla via dell’integrazione
europea, hanno una dimensione spirituale.
Essere cristiani significa essere pellegrini.
Questa vocazione a vivere come pellegrini
apporta una luce particolare alla nostra
responsabilità di cittadini e di
persone impegnate politicamente. Il nostro
cammino verso il Regno di Dio è inseparabile
dal nostro impegno a servizio della comunità politica:
una tale speranza si apre a un avvenire
comune e ci invita a decidere a ogni passo
qual è la strada migliore. Concretamente
siamo chiamati a definire le strade di
una Europa caratterizzata dalla stabilità,
dalla pace, dal rispetto per la dignità delle
persone, in particolare dei più deboli,
e che servirà non solo i propri
cittadini ma il mondo intero”.
Il
documento si chiude con il brano centrale
della celebre Lettera a Diogneto: “I
cristiani non si distinguono dagli altri
uomini né per il paese, né per
la lingua, né per i costumi. Non abitano
in città particolari, non si servono
di una lingua misteriosa, il loro genere
di vita non ha niente di singolare. La loro
dottrina non deriva dalla immaginazione o
dai sogni di spiriti agitati. Non si fanno
campioni, come tanti altri, di una dottrina
umana. Sono presenti nelle città greche
o barbare, si conformano agli usi locali
per l’abbigliamento, il cibo e il modo
di vivere, rendendo manifeste le leggi straordinarie
e veramente paradossali della loro repubblica
spirituale”.
Carlo Fiore
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