In questo numero
LA PERSONA, PRIMA DI TUTTO di Carlo Fiore

Da un infuocato dibattito, il cristianesimo
fa nascere un concetto nuovo,
assente nel mondo antico.
Un pilastro che fonda le nostre società moderne,
senza il quale nulla si capisce dell’oggi.
Negarlo o farlo sparire significa
cancellare la nostra civiltà.


Era terminata da un decennio la terribile, e ultima, persecuzione di Diocleziano e Galerio contro i cristiani. Nel 313 la conversione di Costantino, alla Chiesa ormai diffusa in tutto l’arco mediterraneo, dalla Persia alla Mesopotamia, parve fossero giunti tempi di pace. Venne abolita la pena di morte per crocifissione, aboliti pure i giochi dei gladiatori, anche se, sotto mille pretesti, continuarono fuori legge. Ma era una pace fragile. Nel 319 si accese in Egitto un focolaio che in breve investì la Chiesa intera, coinvolse Papi e Imperatori, mise Vescovi contro Vescovi, disorientò i fedeli. Un incendio che minacciò l’esistenza stessa della Chiesa nell’Impero: l’eresia ariana.
Ario, un prete egiziano, alto, colto, di modi raffinati, studioso di teologia, insegnava, rifacendosi alla terminologia greca, che Gesù Cristo non era, né poteva essere Figlio di Dio, Dio egli stesso. Era soltanto un uomo eccezionale, una creatura di sostanza diversa dal Padre, adottato da Lui come figlio. Gesù era soltanto uomo.
L’eresia dilagò rapidamente: la cristianità si spaccò in due: ariani e non ariani. A Ravenna risplende ancora il “battistero degli ariani”.
Occorsero due Concili ecumenici, Nicea 315 e Costantinopoli 381, per riaffermare nel documento finale, il Credo niceno-costantinopolitano, la verità su Gesù Cristo “Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato della stessa sostanza del Padre”. Parole misuratissime, che ripetiamo ogni domenica alla Messa, senza intravedere le battaglie, gli scontri, le vittime di questa vicenda, tra cui i due vescovi più battaglieri , Eusebio e Atanasio, finiti in esilio.

Nicea e Costantinopoli, due pilastri dell’Europa
Una vicenda – quella del Cristo uomo-Dio – che si è riflessa sulla concezione stessa dell’uomo occidentale. Studiosi di estrazione diversa, credenti e non, hanno sottolineato che se i due Concili non avessero definito la divinità di Cristo, se l’avessero ridotto ad una specie di super – uomo tipo Buddha, Zoroastro o Mohammed, la cultura europea avrebbe preso un’altra strada, e l’Europa sarebbe forse rimasta un’appendice a livello, culturale e sociale, del continente asiatico buddista o induista. Le stesse grandi culture greca e romana sarebbero state spazzate via dalla furia delle invasioni barbariche. L’affermazione chiara ed energia che Cristo, Uomo-totale, era anche Dio-totale, gettava una luce nuova sull’uomo come tale, e su ogni uomo, conferendogli una dignità insospettabile, una intoccabilità imprevedibile – chi tocca l’uomo tocca Dio – fondando sull’Assoluto di Dio l’assoluto dell’uomo, con la sua dignità, la sua libertà, i suoi diritti, il sacrario inviolabile della sua coscienza. L’uomo, dopo Cristo, non era più “disponibile” di fronte al potere, economico e sociale, come è stato per millenni l’uomo asiatico.
E’ questa la gigantesca novità che il cristianesimo ha portato all’Europa e all’uomo europeo. La dignità suprema, l’intoccabilità, la indisponibilità dell’uomo che ha come controparte Dio.

La grande scoperta cristiana: la persona
Tradotto in linguaggio filosofico, oggi diciamo che, grazie al cristianesimo, l’uomo è considerato “persona”, soggetto unico di dignità suprema e intoccabile, grazie proprio a quell’essere Cristo Dio e Uomo insieme.
“Manca ai Greci il concetto di “persona” come individuo di valore irrepetibile” osserva Giovanni Reale, docente di filosofia all’università San Raffaele di Milano. E prosegue: “Il fondamento spirituale dell’Europa è l’uomo come “persona”, uno dei concetti chiave del cristianesimo, con la connessa rivalutazione del corpo umano” (G. Reale, Radici culturali e spirituali dell’Europa, Mondolibro, Milano 2003, 83).
Questa rivalutazione della fisicità dell’uomo è una logica conseguenza che deriva dall’essere Cristo pieno, dotato di un corpo non fittizio, come qualche eresia ha insegnato. Corpo destinato alla glorificazione finale, non alla distruzione.
Anche qui il pensiero cristiano si stacca nettamente dal pensiero greco, particolarmente da quello di Platone. Il quale diffidava del corpo, come della materia in genere. Platone era un dualista: corpo e anima, due realtà distinte, a volte configgenti. Per lui il corpo era il carcere, la prigione, la tomba, l’ostrica rozza entro cui si nascondeva la perla dello spirito.
La morte avrebbe spogliato l’uomo del suo fragile involucro per far risplendere la pura luce dello spirito. Concezione dualista radicalmente contraria alla concezione biblica dell’uomo, inscindibile unità spirito – corpo.
Ci spieghiamo allora l’intervento sorprendente di Paolo quando scrive ai greci di Corinto convertiti: “Non sapete che il vostro corpo è Tempio dello Spirito? Glorificate dunque Dio nel vostro corpo” (1Cor 6, 13-20). In polemica con la dottrina cristiana della “risurrezione della carne” Plotino, un filosofo post-platonico, affermava che non bisogna parlare di risurrezione “della” carne, ma al contrario, di risurrezione “dalla carne”, dato che la carne blocca e imprigiona l’anima ed è connessa con la materia, fonte di male. Del resto quando Paolo ad Atene, di fronte alla più raffinata intellighenzia greca, osa parlare di risurrezione, viene azzerato con una risata e un diplomatico “Ne riparleremo”. In questa visione dell’uomo come “persona”, l’individualismo è la negazione della persona, come lo è il totalitarismo. Ambedue riflettono una concezione “antipersonalistica dell’uomo”, un rifiuto di “partecipazione” e di “solidarietà”. L’uomo ritorna lupo all’uomo.
Allora ci spieghiamo quanto ha scritto Sartre nel dramma Porta chiusa, rappresentato a Parigi nel 1944. Garcin, il protagonista, è condannato all’inferno insieme con Estella e a Ines, ma non riesce a sopportarle, la convivenza diventa impossibile e Garcin grida: «E’ questo dunque l’Inferno? Non l’avrei mai creduto. Vi ricordate? Lo zolfo, il rogo, la graticola… buffonata! Nessun bisogno di graticole: l’Enfer sont les autres». E Nietzsche, nella sua collera barbarica grida che l’uomo “è una delle più raffinate bestie da preda”, “la migliore belva feroce”, il “più crudele degli animali”, “una delle malattie della terra” (cfr. K. Jaspers, Nietzsche, Introduzione alla comprensione del suo filosofare, Mursia 1996).

L’uomo è persona perché il Dio cristiano è personale
L’analisi di Giovanni Reale, non si ferma qui, ma trae una conclusione di estremo interesse. La dimenticanza del concetto di persona è connessa con la dimenticanza del Dio personale. B. Groethuysen scrive: “Il Dio personale e la personalità dell’uomo formano un insieme indissolubile”. Un Divino impersonale di matrice orientale non potrà mai creare un uomo-persona. Ne esce una creatura umana senza dignità, senza diritti, anonima, disponibile a tutti i capricci e gli interessi del potere. Basta analizzare le vicende storiche del mondo orientale, dalla Cina al Giappone, a tutto il Sud Est asiatico. Ci troviamo di fronte a un disprezzo dell’uomo, a forme di totalitarismo quando non di teocrazia difficili a sradicarsi. Accanto ai più sofisticati centri di ricerca informatica indiana, che fanno invidia agli americani, troviamo forse ancora moribondi lasciati a morire sui marciapiedi, turbe di dalit, i paria, che giustificano la loro miseria millenaria con una copertura teologica falsa, l’origine divina delle caste. Recenti studi su Mao e la Lunga Marcia testimoniano i milioni di morti con cui il despota cinese ha lastricato la sua gloriosa avventura. Le stragi di Pol Pot che hanno dimezzato la popolazione sulla terra lo documentano con le piramidi di teschi umani. E questo è accaduto anche in Europa quando Dio è stato accantonato. La tragica realtà del nazismo, con i lager e gli orrori della Shoah, la tragedia dei gulag staliniani sperduti nelle steppe gelate della Siberia, lo testimoniano.
“La sola terapia possibile – ammonisce Reale – è quella basata sul recupero del senso e del valore dell’uomo come persona: l’Europa sorge con questo concetto e soltanto da esso può rinascere” (op. cit. 95).
Concludiamo con le parole di una filosofa spagnola, Maria Zambiano, che si rifà al Dio biblico della creazione. “Non c’è un Dio – conclude – più attivo, più violento. Dal nulla estrae il mondo, la splendida realtà che è l’azione più grande di tutte, l’azione più attiva, azione assoluta. E la creatura umana è fatta a sua immagine e somiglianza. Presto comincerà quella frenesia della creazione che si chiama Europa” (L’agonia dell’Europa, Marsilio, Venezia 1999).

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Carlo Fiore

www.timeandmind.com