Era terminata da un decennio la terribile,
e ultima, persecuzione di Diocleziano e Galerio
contro i cristiani. Nel 313 la conversione
di Costantino, alla Chiesa ormai diffusa
in tutto l’arco mediterraneo, dalla
Persia alla Mesopotamia, parve fossero giunti
tempi di pace. Venne abolita la pena di morte
per crocifissione, aboliti pure i giochi
dei gladiatori, anche se, sotto mille pretesti,
continuarono fuori legge. Ma era una pace
fragile. Nel 319 si accese in Egitto un focolaio
che in breve investì la Chiesa intera,
coinvolse Papi e Imperatori, mise Vescovi
contro Vescovi, disorientò i fedeli.
Un incendio che minacciò l’esistenza
stessa della Chiesa nell’Impero: l’eresia
ariana.
Ario, un prete egiziano, alto, colto, di modi raffinati, studioso di teologia,
insegnava, rifacendosi alla terminologia greca, che Gesù Cristo non era,
né poteva essere Figlio di Dio, Dio egli stesso. Era soltanto un uomo
eccezionale, una creatura di sostanza diversa dal Padre, adottato da Lui come
figlio. Gesù era soltanto uomo.
L’eresia dilagò rapidamente: la cristianità si spaccò in
due: ariani e non ariani. A Ravenna risplende ancora il “battistero degli
ariani”.
Occorsero due Concili ecumenici, Nicea 315 e Costantinopoli 381, per riaffermare
nel documento finale, il Credo niceno-costantinopolitano, la verità su
Gesù Cristo “Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato
non creato della stessa sostanza del Padre”. Parole misuratissime, che
ripetiamo ogni domenica alla Messa, senza intravedere le battaglie, gli scontri,
le vittime di questa vicenda, tra cui i due vescovi più battaglieri ,
Eusebio e Atanasio, finiti in esilio.
Nicea e Costantinopoli,
due pilastri dell’Europa
Una vicenda – quella del Cristo
uomo-Dio – che si è riflessa
sulla concezione stessa dell’uomo
occidentale. Studiosi di estrazione diversa,
credenti e non, hanno sottolineato che
se i due Concili non avessero definito
la divinità di Cristo, se l’avessero
ridotto ad una specie di super – uomo
tipo Buddha, Zoroastro o Mohammed, la cultura
europea avrebbe preso un’altra strada,
e l’Europa sarebbe forse rimasta
un’appendice a livello, culturale
e sociale, del continente asiatico buddista
o induista. Le stesse grandi culture greca
e romana sarebbero state spazzate via dalla
furia delle invasioni barbariche. L’affermazione
chiara ed energia che Cristo, Uomo-totale,
era anche Dio-totale, gettava una luce
nuova sull’uomo come tale, e su ogni
uomo, conferendogli una dignità insospettabile,
una intoccabilità imprevedibile – chi
tocca l’uomo tocca Dio – fondando
sull’Assoluto di Dio l’assoluto
dell’uomo, con la sua dignità,
la sua libertà, i suoi diritti,
il sacrario inviolabile della sua coscienza.
L’uomo, dopo Cristo, non era più “disponibile” di
fronte al potere, economico e sociale,
come è stato per millenni l’uomo
asiatico.
E’ questa la gigantesca novità che
il cristianesimo ha portato all’Europa
e all’uomo europeo. La dignità suprema,
l’intoccabilità, la indisponibilità dell’uomo
che ha come controparte Dio.
La grande scoperta cristiana: la persona
Tradotto
in linguaggio filosofico, oggi diciamo che,
grazie al cristianesimo, l’uomo è considerato “persona”,
soggetto unico di dignità suprema
e intoccabile, grazie proprio a quell’essere
Cristo Dio e Uomo insieme.
“Manca ai Greci il concetto di “persona” come individuo di
valore irrepetibile” osserva Giovanni Reale, docente di filosofia all’università San
Raffaele di Milano. E prosegue: “Il fondamento spirituale dell’Europa è l’uomo
come “persona”, uno dei concetti chiave del cristianesimo, con
la connessa rivalutazione del corpo umano” (G. Reale, Radici culturali
e spirituali dell’Europa, Mondolibro, Milano 2003, 83).
Questa rivalutazione della fisicità dell’uomo è una
logica conseguenza che deriva dall’essere
Cristo pieno, dotato di un corpo non fittizio,
come qualche eresia ha insegnato. Corpo
destinato alla glorificazione finale, non
alla distruzione.
Anche qui il pensiero cristiano si stacca
nettamente dal pensiero greco, particolarmente
da quello di Platone. Il quale diffidava
del corpo, come della materia in genere.
Platone era un dualista: corpo e anima,
due realtà distinte, a volte configgenti.
Per lui il corpo era il carcere, la prigione,
la tomba, l’ostrica rozza entro cui
si nascondeva la perla dello spirito.
La morte avrebbe spogliato l’uomo
del suo fragile involucro per far risplendere
la pura luce dello spirito. Concezione
dualista radicalmente contraria alla concezione
biblica dell’uomo, inscindibile unità spirito – corpo.
Ci spieghiamo allora l’intervento
sorprendente di Paolo quando scrive ai
greci di Corinto convertiti: “Non
sapete che il vostro corpo è Tempio
dello Spirito? Glorificate dunque Dio nel
vostro corpo” (1Cor 6, 13-20).
In polemica con la dottrina cristiana della “risurrezione
della carne” Plotino, un filosofo
post-platonico, affermava che non bisogna
parlare di risurrezione “della” carne,
ma al contrario, di risurrezione “dalla
carne”, dato che la carne blocca
e imprigiona l’anima ed è connessa
con la materia, fonte di male. Del resto
quando Paolo ad Atene, di fronte alla più raffinata
intellighenzia greca, osa parlare di risurrezione,
viene azzerato con una risata e un diplomatico “Ne
riparleremo”. In questa visione dell’uomo
come “persona”, l’individualismo è la
negazione della persona, come lo è il
totalitarismo. Ambedue riflettono una concezione “antipersonalistica
dell’uomo”, un rifiuto di “partecipazione” e
di “solidarietà”. L’uomo
ritorna lupo all’uomo.
Allora ci spieghiamo
quanto ha scritto Sartre nel dramma Porta
chiusa, rappresentato a Parigi nel 1944.
Garcin, il protagonista, è condannato
all’inferno insieme con Estella e a
Ines, ma non riesce a sopportarle, la convivenza
diventa impossibile e Garcin grida: «E’ questo
dunque l’Inferno? Non l’avrei
mai creduto. Vi ricordate? Lo zolfo, il rogo,
la graticola… buffonata! Nessun bisogno
di graticole: l’Enfer sont les
autres». E Nietzsche, nella sua
collera barbarica grida che l’uomo “è una
delle più raffinate bestie da preda”, “la
migliore belva feroce”, il “più crudele
degli animali”, “una delle malattie
della terra” (cfr. K. Jaspers, Nietzsche, Introduzione
alla comprensione del suo filosofare,
Mursia 1996).
L’uomo è persona perché il
Dio cristiano è personale
L’analisi di Giovanni Reale, non
si ferma qui, ma trae una conclusione di
estremo interesse. La dimenticanza del
concetto di persona è connessa con
la dimenticanza del Dio personale. B. Groethuysen
scrive: “Il Dio personale e la personalità dell’uomo
formano un insieme indissolubile”.
Un Divino impersonale di matrice orientale
non potrà mai creare un uomo-persona.
Ne esce una creatura umana senza dignità,
senza diritti, anonima, disponibile a tutti
i capricci e gli interessi del potere.
Basta analizzare le vicende storiche del
mondo orientale, dalla Cina al Giappone,
a tutto il Sud Est asiatico. Ci troviamo
di fronte a un disprezzo dell’uomo,
a forme di totalitarismo quando non di
teocrazia difficili a sradicarsi. Accanto
ai più sofisticati centri di ricerca
informatica indiana, che fanno invidia
agli americani, troviamo forse ancora moribondi
lasciati a morire sui marciapiedi, turbe
di dalit, i paria, che giustificano la
loro miseria millenaria con una copertura
teologica falsa, l’origine divina
delle caste. Recenti studi su Mao e la
Lunga Marcia testimoniano i milioni di
morti con cui il despota cinese ha lastricato
la sua gloriosa avventura. Le stragi di
Pol Pot che hanno dimezzato la popolazione
sulla terra lo documentano con le piramidi
di teschi umani. E questo è accaduto
anche in Europa quando Dio è stato
accantonato. La tragica realtà del
nazismo, con i lager e gli orrori della
Shoah, la tragedia dei gulag staliniani
sperduti nelle steppe gelate della Siberia,
lo testimoniano.
“La sola terapia possibile – ammonisce Reale – è quella
basata sul recupero del senso e del valore dell’uomo come persona: l’Europa
sorge con questo concetto e soltanto da esso può rinascere” (op.
cit. 95).
Concludiamo con le parole di una filosofa
spagnola, Maria Zambiano, che si rifà al
Dio biblico della creazione. “Non
c’è un Dio – conclude – più attivo,
più violento. Dal nulla estrae il
mondo, la splendida realtà che è l’azione
più grande di tutte, l’azione
più attiva, azione assoluta. E la
creatura umana è fatta a sua immagine
e somiglianza. Presto comincerà quella
frenesia della creazione che si chiama
Europa” (L’agonia dell’Europa,
Marsilio, Venezia 1999).
Per leggere tutto l’articolo
abbonati a Dimensioni Nuove.
Carlo Fiore
|