In questo numero
GIALLO OLIMPIADI di Stefano Ferrio

Ventotto discipline
e 302 eventi in programma.
Nei numeri, queste le Olimpiadi di Pechino
che si apriranno l’8 agosto.
Giochi problematici e contraddittori
che sfidano l’impenetrabilità
dei dirigenti cinesi.
Ma riusciranno gli antichi giochi
nati nella democrazia
a far vincere i diritti umani?

 

 


Democrazia e Sport, due "invenzioni" della Grecia antica. Straordinarie sono anche altre eredità lasciateci da quella civiltà, ma non così specifiche. Se infatti grandi testimonianze di arte e letteratura ci giungono dall'Egitto, dall'India e dalla Mesopotamia dei millenni prima di Cristo, i modelli di politica rappresentativa e di spettacolo agonistico definitisi nell'Atene di Platone e nella Olimpia dei Giochi risultano squisitamente greci.
Le comuni radici fra democrazia e sport riaffiorano con evidenza in ogni anno olimpico. Che per i greci significava la sospensione effettiva, durante lo svolgimento delle gare, di tutte le guerre in corso fra le città partecipanti. Sport come pace, preminenza della diplomazia sulle armi, ritorno a valori condivisi.
È un ripasso che il 13 luglio 2001 è stato fatto dai membri del Cio, il Comitato olimpico internazionale, prima di assegnare i Giochi della ventinovesima Olimpiade moderna, in programma dall'8 al 27 agosto di questo 2008, a Pechino, capitale della Cina. Un ripasso inevitabilmente messo a confronto con il presente della più grande potenza asiatica. Dove la democrazia è un miraggio, i diritti civili sono sistematicamente ignorati, i genocidi altrui risultano tollerati in nome dei vantaggi economici (come quello delle popolazioni del Darfur, nel Sudan occidentale), e la pena di morte viene quotidianamente applicata per un numero altissimo di reati, bigamia e falsa fatturazione compresi.
Ma, nonostante questa consapevolezza, due sole votazioni fra le cinque città candidate, e una maggioranza alla fine schiacciante a favore di Pechino (56 voti, contro i 22 della seconda, la canadese Toronto) dimostrarono nel 2001 una condivisa volontà di andare incontro alla richiesta avanzata dal governo comunista, all'epoca guidato dall'allora presidente Jiang Zemin, e oggi dal suo successore Hu Jintao.
È utile ricordare tutto ciò all'inizio dell'anno olimpico. Non per improvvisare processi. Ma perché Democrazia e Sport sono oggi patrimonio di tutto il mondo, e quindi anche della Cina, dove il Cio ha "democraticamente" stabilito di far svolgere lo spettacolo sportivo più amato e seguito in assoluto. Si dirà che molti di quei voti sono giunti sotto le forti pressioni politiche e economiche dovute all'immenso business generato dalle Olimpiadi organizzate a Pechino. Vero, ma non così importante come a prima vista può sembrare. Maggiore importanza ha il fatto che, per la prima volta nella Storia, i Giochi nati nella Grecia classica approdano nel Paese più popoloso del pianeta, abitato da oltre un miliardo e trecento milioni di persone, e culla di una civiltà dalla storia millenaria. Una storia e una civiltà chiuse fino al secolo scorso entro grandiosi ma impenetrabili confini.

Gli sporchi giochi

Le Olimpiadi di Pechino dimostrano invece che agli albori del terzo millennio queste eccezionali dimensioni, ma anche le vistose contraddizioni di cui si diceva prima, non appartengono più a un altro mondo chiamato Cina. Fenomeno di portata universale, la globalizzazione in cui siamo tutti coinvolti implica immensi problemi, ma anche immense risorse, che sta solo a noi sfruttare. Facciamo un confronto con i Giochi di 72 anni fa, svoltisi nella Berlino del Terzo Reich, regime che come nessun'altro ha calpestato gli ideali democratici su cui si fonda lo Spirito di Olimpia. Fortemente voluti da Hitler per diffondere un'immagine ricca e potente della Germania, realizzarono appieno lo scopo celebrativo desiderato dal Führer, senza ricadute di alcun tipo sul piano della comunicazione, oggi fondamentale nel condizionare le relazioni internazionali.
In quel lontano 1936 era impensabile accostarsi ai Giochi denunciando la persecuzione degli ebrei già avviata dai gerarchi del nazionalsocialismo. Nel 2007 basta la lettera inviata da un'attrice americana, Mia Farrow, al suo connazionale Steven Spielberg, regista di E.T. a cui verrà affidato il colossale spettacolo dell'inaugurazione, per innescare pesanti conseguenze a livello diplomatico. "Caro Steven - scrive in sintesi l'ex moglie di Woody Allen - non puoi lavorare al servizio di una Cina che, pur di rifornirsi di petrolio a basso prezzo in Sudan, consente al governo di quel Paese africano lo sterminio delle etnie nere del Darfur da parte della minoranza araba". Pubblicata dai giornali, la lettera mette seriamente in crisi la coscienza di Spielberg che, dopo avere minacciato le dimissioni dall'incarico, sta ora usando tutta l'influenza consentita dal suo ruolo per caldeggiare una condanna delle stragi del Darfur da parte di Pechino. Difficile che si arrivi a tanto, ma senza l'arrivo dei cinque cerchi olimpici il dibattito su Cina e Sudan sarebbe rimasto confinato alla semiclandestinità delle notizie in breve.
Le crepe della politica internazionale non sono le uniche già illuminate dalla fiaccola che l'8 agosto entrerà nello stadio di Pechino. Vistose e puntalmente denunciate, sono anche quelle relative all'inquinamento del globo terrestre, al quale la Cina concorre in modo massiccio, trainata da una crescita economica impetuosa quanto incontrollata. A dare l'esempio si muove allora lo sponsor Coca Cola, che per i Giochi installerà oltre seimila refrigeratori "verdi", in grado di ridurre le emissioni di gas serra di circa 4.500 tonnellate. La stessa multinazionale delle bollicine, così come McDonald, Adisas, Kodak, Samsung e altri marchi coinvolti nel gigantesco business olimpico, si trova al centro delle minacce di boicottaggio annunciate da varie organizzazioni internazionali contro i prodotti che sponsorizzeranno la manifestazione in un Paese dove vengono sistematicamente violati i diritti umani. Accuse che nell'anno olimpico a Pechino si dovranno valutare in modo più attento, a causa di una sovraesposizione allargata anche alla pena di morte. Se negli Stati Uniti si arriverà alla sospensione delle esecuzioni capitali attualmente al vaglio della Corte Suprema, la Cina resterebbe la sola grande potenza, assieme alla Russia, ad applicare la barbarica legge del taglione, con grave danno di immagine al momento di entrare nel vivo dei Giochi.
Che qualcosa si possa ottenere è stato dimostrato sul piano della lotta al doping. Dove, in un Paese storicamente nell'occhio del ciclone a causa degli atleti condannati per uso di sostanze proibite, le Olimpiadi stanno portando maggiori controlli, oltre all'avanzatissimo laboratorio antidoping annunciato dal ministro dello sport Liu Ping. Gocce nel mare, probabilmente, ma da non buttare via, come dimostrato da quanto accaduto in tema di libertà religiose. È bastato l'annuncio, da parte del Comitato olimpico cinese, del divieto di introdurre qualsiasi oggetto di culto, per suscitare immediate e potenti proteste. Con il risultato di una pronta ritrattazione, accompagnata dalla garanzia di spazi di preghiera ricavati all'interno del Villaggio Olimpico. La libertà risulta arredo insostituibile nella città dove, con idoli di casa come l'ostacolista Liu Xiang, alloggeranno protagonisti e comparse di gare che si prevedono quanto mai spettacolari ed emozionanti. Per un totale di 28 discipline e 302 eventi in programma.
Luoghi e nomi su cui sarà bene tornare nell'imminenza dell'8 agosto. Nel frattempo, se i Giochi del 2008 devono far sentire i cinesi parte di quella comunità internazionale il cui sviluppo dipenderà da loro in modo sempre più importante, questo risultato è già stato ottenuto.
A Pechino lo hanno capito sin dallo slogan, coniato per le ventinovesime Olimpiadi moderne: "Tong Yige Shijié Tong Yige". In italiano "Un Mondo Un Sogno".

Stefano Ferrio

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