Democrazia
e Sport, due "invenzioni" della
Grecia antica. Straordinarie sono anche
altre eredità lasciateci da quella
civiltà, ma non così specifiche.
Se infatti grandi testimonianze di arte
e letteratura ci giungono dall'Egitto,
dall'India e dalla Mesopotamia dei millenni
prima di Cristo, i modelli di politica
rappresentativa e di spettacolo agonistico
definitisi nell'Atene di Platone e nella
Olimpia dei Giochi risultano squisitamente
greci.
Le comuni radici fra democrazia e sport riaffiorano con evidenza in ogni anno
olimpico. Che per i greci significava la sospensione effettiva, durante lo svolgimento
delle gare, di tutte le guerre in corso fra le città partecipanti. Sport
come pace, preminenza della diplomazia sulle armi, ritorno a valori condivisi.
È un ripasso che il 13 luglio 2001 è stato fatto dai membri del
Cio, il Comitato olimpico internazionale, prima di assegnare i Giochi della ventinovesima
Olimpiade moderna, in programma dall'8 al 27 agosto di questo 2008, a Pechino,
capitale della Cina. Un ripasso inevitabilmente messo a confronto con il presente
della più grande potenza asiatica. Dove la democrazia è un miraggio,
i diritti civili sono sistematicamente ignorati, i genocidi altrui risultano
tollerati in nome dei vantaggi economici (come quello delle popolazioni del Darfur,
nel Sudan occidentale), e la pena di morte viene quotidianamente applicata per
un numero altissimo di reati, bigamia e falsa fatturazione compresi.
Ma, nonostante questa consapevolezza, due sole votazioni fra le cinque città candidate,
e una maggioranza alla fine schiacciante a favore di Pechino (56 voti, contro
i 22 della seconda, la canadese Toronto) dimostrarono nel 2001 una condivisa
volontà di andare incontro alla richiesta avanzata dal governo comunista,
all'epoca guidato dall'allora presidente Jiang Zemin, e oggi dal suo successore
Hu Jintao.
È utile ricordare tutto ciò all'inizio dell'anno olimpico. Non
per improvvisare processi. Ma perché Democrazia e Sport sono oggi patrimonio
di tutto il mondo, e quindi anche della Cina, dove il Cio ha "democraticamente" stabilito
di far svolgere lo spettacolo sportivo più amato e seguito in assoluto.
Si dirà che molti di quei voti sono giunti sotto le forti pressioni politiche
e economiche dovute all'immenso business generato dalle Olimpiadi organizzate
a Pechino. Vero, ma non così importante come a prima vista può sembrare.
Maggiore importanza ha il fatto che, per la prima volta nella Storia, i Giochi
nati nella Grecia classica approdano nel Paese più popoloso del pianeta,
abitato da oltre un miliardo e trecento milioni di persone, e culla di una civiltà dalla
storia millenaria. Una storia e una civiltà chiuse fino al secolo scorso
entro grandiosi ma impenetrabili confini.
Gli sporchi giochi
Le Olimpiadi di Pechino dimostrano invece
che agli albori del terzo millennio queste
eccezionali dimensioni, ma anche le vistose
contraddizioni di cui si diceva prima,
non appartengono più a un altro
mondo chiamato Cina. Fenomeno di portata
universale, la globalizzazione in cui siamo
tutti coinvolti implica immensi problemi,
ma anche immense risorse, che sta solo
a noi sfruttare. Facciamo un confronto
con i Giochi di 72 anni fa, svoltisi nella
Berlino del Terzo Reich, regime che come
nessun'altro ha calpestato gli ideali democratici
su cui si fonda lo Spirito di Olimpia.
Fortemente voluti da Hitler per diffondere
un'immagine ricca e potente della Germania,
realizzarono appieno lo scopo celebrativo
desiderato dal Führer, senza ricadute
di alcun tipo sul piano della comunicazione,
oggi fondamentale nel condizionare le relazioni
internazionali.
In quel lontano 1936 era impensabile accostarsi
ai Giochi denunciando la persecuzione degli
ebrei già avviata dai gerarchi del
nazionalsocialismo. Nel 2007 basta la lettera
inviata da un'attrice americana, Mia Farrow,
al suo connazionale Steven Spielberg, regista
di E.T. a cui verrà affidato il
colossale spettacolo dell'inaugurazione,
per innescare pesanti conseguenze a livello
diplomatico. "Caro Steven - scrive
in sintesi l'ex moglie di Woody Allen -
non puoi lavorare al servizio di una Cina
che, pur di rifornirsi di petrolio a basso
prezzo in Sudan, consente al governo di
quel Paese africano lo sterminio delle
etnie nere del Darfur da parte della minoranza
araba". Pubblicata dai giornali, la
lettera mette seriamente in crisi la coscienza
di Spielberg che, dopo avere minacciato
le dimissioni dall'incarico, sta ora usando
tutta l'influenza consentita dal suo ruolo
per caldeggiare una condanna delle stragi
del Darfur da parte di Pechino. Difficile
che si arrivi a tanto, ma senza l'arrivo
dei cinque cerchi olimpici il dibattito
su Cina e Sudan sarebbe rimasto confinato
alla semiclandestinità delle notizie
in breve.
Le crepe della politica internazionale
non sono le uniche già illuminate
dalla fiaccola che l'8 agosto entrerà nello
stadio di Pechino. Vistose e puntalmente
denunciate, sono anche quelle relative
all'inquinamento del globo terrestre, al
quale la Cina concorre in modo massiccio,
trainata da una crescita economica impetuosa
quanto incontrollata. A dare l'esempio
si muove allora lo sponsor Coca Cola, che
per i Giochi installerà oltre seimila
refrigeratori "verdi", in grado
di ridurre le emissioni di gas serra di
circa 4.500 tonnellate. La stessa multinazionale
delle bollicine, così come McDonald,
Adisas, Kodak, Samsung e altri marchi coinvolti
nel gigantesco business olimpico, si trova
al centro delle minacce di boicottaggio
annunciate da varie organizzazioni internazionali
contro i prodotti che sponsorizzeranno
la manifestazione in un Paese dove vengono
sistematicamente violati i diritti umani.
Accuse che nell'anno olimpico a Pechino
si dovranno valutare in modo più attento,
a causa di una sovraesposizione allargata
anche alla pena di morte. Se negli Stati
Uniti si arriverà alla sospensione
delle esecuzioni capitali attualmente al
vaglio della Corte Suprema, la Cina resterebbe
la sola grande potenza, assieme alla Russia,
ad applicare la barbarica legge del taglione,
con grave danno di immagine al momento
di entrare nel vivo dei Giochi.
Che qualcosa si possa ottenere è stato
dimostrato sul piano della lotta al doping.
Dove, in un Paese storicamente nell'occhio
del ciclone a causa degli atleti condannati
per uso di sostanze proibite, le Olimpiadi
stanno portando maggiori controlli, oltre
all'avanzatissimo laboratorio antidoping
annunciato dal ministro dello sport Liu
Ping. Gocce nel mare, probabilmente, ma
da non buttare via, come dimostrato da
quanto accaduto in tema di libertà religiose. È bastato
l'annuncio, da parte del Comitato olimpico
cinese, del divieto di introdurre qualsiasi
oggetto di culto, per suscitare immediate
e potenti proteste. Con il risultato di
una pronta ritrattazione, accompagnata
dalla garanzia di spazi di preghiera ricavati
all'interno del Villaggio Olimpico. La
libertà risulta arredo insostituibile
nella città dove, con idoli di casa
come l'ostacolista Liu Xiang, alloggeranno
protagonisti e comparse di gare che si
prevedono quanto mai spettacolari ed emozionanti.
Per un totale di 28 discipline e 302 eventi
in programma.
Luoghi e nomi su cui sarà bene tornare
nell'imminenza dell'8 agosto. Nel frattempo,
se i Giochi del 2008 devono far sentire
i cinesi parte di quella comunità internazionale
il cui sviluppo dipenderà da loro
in modo sempre più importante, questo
risultato è già stato ottenuto.
A
Pechino lo hanno capito sin dallo slogan,
coniato per le ventinovesime Olimpiadi moderne: "Tong
Yige Shijié Tong Yige". In italiano "Un
Mondo Un Sogno".
Stefano Ferrio |