L’Europa è ancora
cristiana? O ha tradito i suoi valori fondanti
sotto l’impatto di troppe ideologie
avverse? È giusto parlare di una
Europa post-cristiana, di ‘silenziosa
apostasia’ dell’Europa? Quale
il malessere dell’Europa? È ancora
maestra di civiltà, di rispetto
per l’uomo, di difesa dei valori
che l’hanno resa grande nel corso
dei secoli? O siamo al declino irreversibile?.
I vescovi europei, nel secondo Sinodo, hanno
tracciato un quadro piuttosto problematico
di questa nostra Europa. Non mancano certo
segnali positivi ma, affermano, ci troviamo
di fronte a un continente che ha perduto
la speranza, che ha smarrito il senso della
memoria e della eredità cristiana,
che soffre di agnosticismo e di indifferenza
religiosa, che ha paura di affrontare il
futuro, in cui prevale la frammentarietà dell’esistenza
con la crisi della famiglia e un senso di
solitudine, una Europa che vede affievolirsi
il senso della solidarietà e in cui
assistiamo al tentativo di vivere ‘senza
Dio e senza Cristo’. “Questo
tipo di pensiero ha portato a considerare
l’uomo come il centro assoluto della
realtà, facendogli così occupare
il posto di Dio e dimenticando che non è l’uomo
che fa Dio ma Dio che fa l’uomo. L’aver
dimenticato Dio ha portato ad abbandonare
l’uomo, per cui non c’è da
stupirsi se in questo contesto si è aperto
un vastissimo spazio per il libero sviluppo
del nichilismo, del relativismo, del pragmatismo
e dell’edonismo cinico. La cultura
europea dà l’impressione di
una ‘apostasia silenziosa’ da
parte dell’uomo sazio che vive come
se Dio non esistesse” (Ecclesia
in Europa 7-9).
“Questa Europa
che odia se stessa”
Non meno forti sono state la parole del
Papa quando ha parlato al Senato italiano
il 13 maggio 1994, dopo aver tracciato
magistralmente la storia del continente
europeo.
“C’è qui – ha proseguito il Card. Ratzinger al Senato – un
odio di sé dell’Occidente che è strano e che si può considerare
solo come qualcosa di patologico: l’Occidente tenta sì, in maniera
lodevole, di aprirsi pieno di comprensione ai valori esterni, ma non ama più se
stesso. Della sua storia non vede ormai soltanto ciò che è deprecabile
e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è puro
e grande. L’Europa per sopravvivere ha bisogno di una nuova accettazione
di se stessa. La multiculturalità, che viene continuamente e con passione
incoraggiata e favorita, è talvolta soprattutto abbandono e rinnegamento
di ciò che le è proprio, è fuga dalle cose proprie. Multiculturalità è andare
incontro con rispetto agli elementi sacri dell’altro, ma questo lo possiamo
fare solamente se il sacro, Dio, non è estraneo a noi stessi. Davanti
agli altri e per gli altri noi dobbiamo mostrare il volto di Dio che ci è apparso,
del Dio che ha compassione dei poveri e dei deboli, delle vedove e degli orfani,
dello straniero. Del Dio che è talmente umano che egli stesso è diventato
uomo, un uomo sofferente, che soffrendo insieme a noi, dà al dolore
dignità e speranza. Se non facciamo questo, non solo rinneghiamo l’identità dell’Europa
ma veniamo anche meno a un servizio agli altri, un servizio che anch’essi
hanno il diritto di avere”. E il grido finale è insieme promessa
e allerta: “Per le culture del mondo, la profanità assoluta che
si è andata formando in Occidente, è qualcosa di profondamente
estraneo. Esse sono convinte che un mondo senza Dio non ha futuro”. Parole
forti, dette con sincerità e forza a uomini con grandi responsabilità politiche.
“Ma l’Europa e l’Occidente
non vogliono guarire…”
Papa
Ratzinger è ritornato
su questi concetti del corso della sua
visita in Germania, settembre 2006.
È una lettura profetica del conflitto tra l’Occidente illuminista
e l’islam e le religioni orientali. Supera infatti le interpretazioni
puramente politiche ed economiche perché va alla radice profonda di
questo scontro epocale.
Non c’è un Occidente buono
contrapposto a un Oriente islamico cattivo
o ai popoli considerati regrediti d'Africa
e d'Asia. Al contrario c’è un
Occidente cinico, arido nell’idolatrare
la scienza e la tecnica, che si rende estraneo
a continenti interi come l’India
e i paesi del sud est asiatico in cui la
religiosità islamica, induista o
buddhista pervade tutta l’esistenza,
impregnandola di sacralità. “Le
popolazioni d’Africa e di Asia – ha
affermato il papa – ammirano le nostre
prestazioni tecniche e la scienza dell’Occidente,
ma al contempo si spaventano di fronte
a un tipo di ragione che esclude totalmente
Dio dalla visione dell’uomo, ritenendo
questa la forma più sublime della
ragione, da imporre anche alle loro culture.
La vera minaccia per la loro identità i
popoli d’Asia e di Africa – ha
proseguito il Papa – non la vedono
nella fede cristiana, ma invece nel disprezzo
di Dio e nel cinismo che considera il dileggio
del sacro un diritto alla libertà e
che eleva l’utilità a supremo
criterio morale”. In breve: l’islam
sente come nemico l’Occidente che
oscura Dio: è la nostra civiltà cinica
materialista ed edonista che fa paura.
Le radici della crisi europea nella crisi
della fede
I vescovi europei hanno
parlato di ‘apostasia
dell’Europa’. Una parola pesante.
L’ha ripresa Marcello Pera in un
intervento a Bologna. ‘L’apostasia
della fede, radice della crisi europea’ è il
titolo che riassume il suo intervento.
Premesso, afferma l’ex Presidente
del Senato, che il mancato riferimento
alle radici cristiane dell’Europa
nel testo della Costituzione europea è una
vera a propria ‘apostasia della religione
e della cultura cristiana’, Pera
continua. “Questa omissione significa
che l’Europa ha ammainato una bandiera,
quella del cristianesimo, la più importante.
L’ha ammainata per paura politica,
stanchezza morale, apostasia culturale.
Occorre tornare all’etsi Deus
daretur, a ‘come se Dio esistesse’.
Perché con questa presenza nella
nostra coscienza si avverte il senso del
limite, del lecito, del sacro, dell’inviolabile.
I nostri valori fondamentali sono universali.
Quando si crede in Dio o si vive come se
Dio esistesse, non si invoca una entità qualunque.
Il Dio cristiano è caritas e logos,
amore e ragione” (Senza radici,
Mondadori, Milano 2004, 35).
Eliot: “Dovrete
attraversare molti secoli di barbarie”
Thomas S. Eliot,
il grande poeta e critico, Nobel per la
letteratura, ha una pagina che ci fa pensare: ”Non
mi interesso molto della comunione tra
varie confessioni cristiane oggi; parlo
della comune tradizione cristiana che ha
fatto l’Europa quello
che è, e dei comuni elementi culturali
che questa cristianità ha portato
con sé”. E qui Eliot esprime
delle convinzioni di estrema importanza
per quanti vogliono sottovalutare la presenza
e l’influsso del cristianesimo nell’Europa
del Duemila. “È nella cristianità che
le leggi dell’Europa, fino ai tempi
recenti, hanno avuto le loro radici. È su
uno sfondo cristiano che tutto il nostro
pensiero acquista significato. Un singolo
europeo può non credere che la fede
cristiana sia vera, e tuttavia quello che
egli dice e fa scaturirà dalla parte
della cultura cristiana di cui è erede,
e da quella trarrà significato”.
E qui Eliot prende di petto il problema
in toni paradossali. “Solamente una
cultura cristiana avrebbe potuto produrre
un Voltaire o un Nietzsche. Non credo che
la cultura dell’Europa potrebbe sopravvivere
alla scomparsa completa della fede cristiana.
E ne sono convinto non solamente come cristiano,
ma come studioso di biologia sociale. Se
il cristianesimo se ne va, se ne va tutta
la nostra cultura. Dovrete attraversare
molti secoli di barbarie” (L’unità’ della
cultura europea in Opere 1939-1962).
Barbarie i cui sintomi sono già presenti
tra noi, nel quotidiano della nostra vita.
“…attaccati quasi
trenta volte”
Roma–Berlino, marzo 2007. Si festeggiano
a Roma e a Berlino i 50 anni dei Trattati
di Roma che hanno fondato la nuova Europa.
Protagonisti di allora: De Gasperi, Schuman
e Adenauer, tre cristiani doc, che volevano
una Europa laica, sì, ma fondata
sui valori cristiani. Non poteva mancare
l’intervento del Vaticano che aveva
collaborato all’impresa. Discorsi,
bandiere, inni, calici alzati alle fortune
della cinquantenne festeggiata. Retorica
d'uso.
Ma quello vaticano non è stato un
intervento retorico. Tutt’altro.
A Roma erano convenuti i rappresentanti
di tutti gli Episcopati europei (COMECE).
Mamberti,, responsabile dei rapporti tra
Santa Sede e Stati, ha rivendicato il “diritto” dei
cristiani di partecipare al dibattito sulla
costruzione dell’Europa “consapevoli
che nelle ultime due legislature del Parlamento
europeo la Chiesa cattolica e il Vaticano
sono stati attaccati quasi trenta volte
e ingiustamente accusati di indebita ingerenza”.
Aborto, divorzio, eutanasia, eugenismo
e antinatalismo, metodi contraccettivi
vari, omosessualità, ricerche embrionali
e staminali, famiglia tradizionale e nuove
famiglie, ecc. sono i capitoli di questo
attrito tra l’etica cristiana e il
relativismo delle potenti lobby laiciste
che dominano Bruxelles e Strasburgo. Il
caso Buttiglione è rimasto classico.
Per chiarire questa presa di posizione
sarà bene leggere una affermazione
di Lucetta Scaraffia, docente di Storia
contemporanea alla Sapienza di Roma: “L’attacco
al Vaticano si inserisce in un clima europeo
di massimalismo laicista. La Santa Sede – scrive – è l’unico
bersaglio religioso che si può ancora
colpire: le Chiese riformate (luterane,
ecc.) nel corso degli anni più recenti
hanno perso identità e forza, lasciando
però in eredità un diffuso
spirito anticattolico. L’Islam, per
motivi politici, viene trattato con tacito
riguardo all’interno di un sistema
condiviso di perifrasi e censure” (Contro
il cristianesimo, Piemme 2005, 148).
Ci spieghiamo così l’attacco
di Mamberti.
Il Papa: “L’Europa
rischia l’apostasia”
Non meno esplicito è stato l’intervento
del Pontefice alla Commissione degli Episcopati
europei. Un discorso a tutto campo, che
ha toccato punti cruciali della situazione
europea attuale, a cominciare dal problema
di fondo. “Sotto il profilo demografico,
si deve purtroppo constatare che l’Europa
sembra incamminata su una via che potrebbe
portarla al congedo dalla storia. Questo,
oltre a mettere in crisi la crescita economica,
può anche causare enormi difficoltà alla
coesione sociale e, soprattutto, favorire
un pericoloso individualismo, disattento
alle conseguenze per il futuro. Si potrebbe
quasi pensare che il Continente europeo
stia perdendo fiducia nel proprio avvenire”.
“Non si può pensare – ha proseguito Benedetto XVI – di
edificare una autentica ‘casa comune’ europea trascurando l’identità propria
dei popoli di questo Continente. Si tratta infatti di una identità storica,
culturale e morale, prima ancora che geografica, economica e politica; un’identità costruita
da un insieme di valori universali, che il Cristianesimo ha contribuito a forgiare,
acquisendo così un ruolo non soltanto storico, ma fondativo nei confronti
dell’Europa. Tali valori, che costituiscono l’anima del Continente,
devono restare nell’Europa del terzo Millennio come ‘fermento’ di
civiltà. Non è motivo di sorpresa che l’Europa odierna,
mentre ambisce di porsi come comunità di valori, sembri sempre più spesso
contestare che esistano valori universali e assoluti? Questa singolare forma
di ‘apostasia’ da se stessa, prima ancora che da Dio, non induce
forse a dubitare della sua stessa identità?”.
Accennato a un atteggiamento
pragmatico largamente diffuso, il Papa prosegue: “Quando
su tale pragmatismo si innestano correnti
e tendenze laicistiche e relativistiche,
si finisce per negare ai cristiani il diritto
stesso di intervenire come tali nel dibattito
pubblico o per lo meno se ne squalifica il
contributo con l’accusa di voler tutelare
ingiustificati privilegi”. E conclude
rivolgendosi agli Episcopati europei: “Voi
sapete di avere il compito di contribuire
a edificare con l’aiuto di Dio una
nuova Europa, realistica ma non cinica, ricca
di ideali e libera da ingenue illusioni,
ispirata alla perenne e vivificante verità del
Vangelo. Siate presenti in modo attivo nel
dibattito pubblico a livello europeo, non
piegatevi alla logica del potere fine a se
stesso. Il Signore vi aiuti a riconoscere
e valorizzare gli elementi positivi presenti
nell’odierna civiltà, denunciando
però con coraggio tutto ciò che è contrario
alla dignità dell’uomo”.
Carlo Fiore
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