In questo numero
L'EUROPA SI CONGEDA DALLA STORIA di Carlo Fiore

 


L’Europa è ancora cristiana? O ha tradito i suoi valori fondanti sotto l’impatto di troppe ideologie avverse? È giusto parlare di una Europa post-cristiana, di ‘silenziosa apostasia’ dell’Europa? Quale il malessere dell’Europa? È ancora maestra di civiltà, di rispetto per l’uomo, di difesa dei valori che l’hanno resa grande nel corso dei secoli? O siamo al declino irreversibile?.

I vescovi europei, nel secondo Sinodo, hanno tracciato un quadro piuttosto problematico di questa nostra Europa. Non mancano certo segnali positivi ma, affermano, ci troviamo di fronte a un continente che ha perduto la speranza, che ha smarrito il senso della memoria e della eredità cristiana, che soffre di agnosticismo e di indifferenza religiosa, che ha paura di affrontare il futuro, in cui prevale la frammentarietà dell’esistenza con la crisi della famiglia e un senso di solitudine, una Europa che vede affievolirsi il senso della solidarietà e in cui assistiamo al tentativo di vivere ‘senza Dio e senza Cristo’. “Questo tipo di pensiero ha portato a considerare l’uomo come il centro assoluto della realtà, facendogli così occupare il posto di Dio e dimenticando che non è l’uomo che fa Dio ma Dio che fa l’uomo. L’aver dimenticato Dio ha portato ad abbandonare l’uomo, per cui non c’è da stupirsi se in questo contesto si è aperto un vastissimo spazio per il libero sviluppo del nichilismo, del relativismo, del pragmatismo e dell’edonismo cinico. La cultura europea dà l’impressione di una ‘apostasia silenziosa’ da parte dell’uomo sazio che vive come se Dio non esistesse” (Ecclesia in Europa 7-9).

“Questa Europa che odia se stessa”
Non meno forti sono state la parole del Papa quando ha parlato al Senato italiano il 13 maggio 1994, dopo aver tracciato magistralmente la storia del continente europeo.
“C’è qui – ha proseguito il Card. Ratzinger al Senato – un odio di sé dell’Occidente che è strano e che si può considerare solo come qualcosa di patologico: l’Occidente tenta sì, in maniera lodevole, di aprirsi pieno di comprensione ai valori esterni, ma non ama più se stesso. Della sua storia non vede ormai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è puro e grande. L’Europa per sopravvivere ha bisogno di una nuova accettazione di se stessa. La multiculturalità, che viene continuamente e con passione incoraggiata e favorita, è talvolta soprattutto abbandono e rinnegamento di ciò che le è proprio, è fuga dalle cose proprie. Multiculturalità è andare incontro con rispetto agli elementi sacri dell’altro, ma questo lo possiamo fare solamente se il sacro, Dio, non è estraneo a noi stessi. Davanti agli altri e per gli altri noi dobbiamo mostrare il volto di Dio che ci è apparso, del Dio che ha compassione dei poveri e dei deboli, delle vedove e degli orfani, dello straniero. Del Dio che è talmente umano che egli stesso è diventato uomo, un uomo sofferente, che soffrendo insieme a noi, dà al dolore dignità e speranza. Se non facciamo questo, non solo rinneghiamo l’identità dell’Europa ma veniamo anche meno a un servizio agli altri, un servizio che anch’essi hanno il diritto di avere”. E il grido finale è insieme promessa e allerta: “Per le culture del mondo, la profanità assoluta che si è andata formando in Occidente, è qualcosa di profondamente estraneo. Esse sono convinte che un mondo senza Dio non ha futuro”. Parole forti, dette con sincerità e forza a uomini con grandi responsabilità politiche.

“Ma l’Europa e l’Occidente non vogliono guarire…”
Papa Ratzinger è ritornato su questi concetti del corso della sua visita in Germania, settembre 2006.
È una lettura profetica del conflitto tra l’Occidente illuminista e l’islam e le religioni orientali. Supera infatti le interpretazioni puramente politiche ed economiche perché va alla radice profonda di questo scontro epocale.
Non c’è un Occidente buono contrapposto a un Oriente islamico cattivo o ai popoli considerati regrediti d'Africa e d'Asia. Al contrario c’è un Occidente cinico, arido nell’idolatrare la scienza e la tecnica, che si rende estraneo a continenti interi come l’India e i paesi del sud est asiatico in cui la religiosità islamica, induista o buddhista pervade tutta l’esistenza, impregnandola di sacralità. “Le popolazioni d’Africa e di Asia – ha affermato il papa – ammirano le nostre prestazioni tecniche e la scienza dell’Occidente, ma al contempo si spaventano di fronte a un tipo di ragione che esclude totalmente Dio dalla visione dell’uomo, ritenendo questa la forma più sublime della ragione, da imporre anche alle loro culture. La vera minaccia per la loro identità i popoli d’Asia e di Africa – ha proseguito il Papa – non la vedono nella fede cristiana, ma invece nel disprezzo di Dio e nel cinismo che considera il dileggio del sacro un diritto alla libertà e che eleva l’utilità a supremo criterio morale”. In breve: l’islam sente come nemico l’Occidente che oscura Dio: è la nostra civiltà cinica materialista ed edonista che fa paura.

Le radici della crisi europea nella crisi della fede
I vescovi europei hanno parlato di ‘apostasia dell’Europa’. Una parola pesante. L’ha ripresa Marcello Pera in un intervento a Bologna. ‘L’apostasia della fede, radice della crisi europea’ è il titolo che riassume il suo intervento.
Premesso, afferma l’ex Presidente del Senato, che il mancato riferimento alle radici cristiane dell’Europa nel testo della Costituzione europea è una vera a propria ‘apostasia della religione e della cultura cristiana’, Pera continua. “Questa omissione significa che l’Europa ha ammainato una bandiera, quella del cristianesimo, la più importante. L’ha ammainata per paura politica, stanchezza morale, apostasia culturale. Occorre tornare all’etsi Deus daretur, a ‘come se Dio esistesse’. Perché con questa presenza nella nostra coscienza si avverte il senso del limite, del lecito, del sacro, dell’inviolabile. I nostri valori fondamentali sono universali. Quando si crede in Dio o si vive come se Dio esistesse, non si invoca una entità qualunque. Il Dio cristiano è caritas e logos, amore e ragione” (Senza radici, Mondadori, Milano 2004, 35).

Eliot: “Dovrete attraversare molti secoli di barbarie”
Thomas S. Eliot, il grande poeta e critico, Nobel per la letteratura, ha una pagina che ci fa pensare: ”Non mi interesso molto della comunione tra varie confessioni cristiane oggi; parlo della comune tradizione cristiana che ha fatto l’Europa quello che è, e dei comuni elementi culturali che questa cristianità ha portato con sé”. E qui Eliot esprime delle convinzioni di estrema importanza per quanti vogliono sottovalutare la presenza e l’influsso del cristianesimo nell’Europa del Duemila. “È nella cristianità che le leggi dell’Europa, fino ai tempi recenti, hanno avuto le loro radici. È su uno sfondo cristiano che tutto il nostro pensiero acquista significato. Un singolo europeo può non credere che la fede cristiana sia vera, e tuttavia quello che egli dice e fa scaturirà dalla parte della cultura cristiana di cui è erede, e da quella trarrà significato”.
E qui Eliot prende di petto il problema in toni paradossali. “Solamente una cultura cristiana avrebbe potuto produrre un Voltaire o un Nietzsche. Non credo che la cultura dell’Europa potrebbe sopravvivere alla scomparsa completa della fede cristiana. E ne sono convinto non solamente come cristiano, ma come studioso di biologia sociale. Se il cristianesimo se ne va, se ne va tutta la nostra cultura. Dovrete attraversare molti secoli di barbarie” (L’unità’ della cultura europea in Opere 1939-1962). Barbarie i cui sintomi sono già presenti tra noi, nel quotidiano della nostra vita.

“…attaccati quasi trenta volte”

Roma–Berlino, marzo 2007. Si festeggiano a Roma e a Berlino i 50 anni dei Trattati di Roma che hanno fondato la nuova Europa. Protagonisti di allora: De Gasperi, Schuman e Adenauer, tre cristiani doc, che volevano una Europa laica, sì, ma fondata sui valori cristiani. Non poteva mancare l’intervento del Vaticano che aveva collaborato all’impresa. Discorsi, bandiere, inni, calici alzati alle fortune della cinquantenne festeggiata. Retorica d'uso.
Ma quello vaticano non è stato un intervento retorico. Tutt’altro. A Roma erano convenuti i rappresentanti di tutti gli Episcopati europei (COMECE). Mamberti,, responsabile dei rapporti tra Santa Sede e Stati, ha rivendicato il “diritto” dei cristiani di partecipare al dibattito sulla costruzione dell’Europa “consapevoli che nelle ultime due legislature del Parlamento europeo la Chiesa cattolica e il Vaticano sono stati attaccati quasi trenta volte e ingiustamente accusati di indebita ingerenza”. Aborto, divorzio, eutanasia, eugenismo e antinatalismo, metodi contraccettivi vari, omosessualità, ricerche embrionali e staminali, famiglia tradizionale e nuove famiglie, ecc. sono i capitoli di questo attrito tra l’etica cristiana e il relativismo delle potenti lobby laiciste che dominano Bruxelles e Strasburgo. Il caso Buttiglione è rimasto classico.
Per chiarire questa presa di posizione sarà bene leggere una affermazione di Lucetta Scaraffia, docente di Storia contemporanea alla Sapienza di Roma: “L’attacco al Vaticano si inserisce in un clima europeo di massimalismo laicista. La Santa Sede – scrive – è l’unico bersaglio religioso che si può ancora colpire: le Chiese riformate (luterane, ecc.) nel corso degli anni più recenti hanno perso identità e forza, lasciando però in eredità un diffuso spirito anticattolico. L’Islam, per motivi politici, viene trattato con tacito riguardo all’interno di un sistema condiviso di perifrasi e censure” (Contro il cristianesimo, Piemme 2005, 148). Ci spieghiamo così l’attacco di Mamberti.

Il Papa: “L’Europa rischia l’apostasia
Non meno esplicito è stato l’intervento del Pontefice alla Commissione degli Episcopati europei. Un discorso a tutto campo, che ha toccato punti cruciali della situazione europea attuale, a cominciare dal problema di fondo. “Sotto il profilo demografico, si deve purtroppo constatare che l’Europa sembra incamminata su una via che potrebbe portarla al congedo dalla storia. Questo, oltre a mettere in crisi la crescita economica, può anche causare enormi difficoltà alla coesione sociale e, soprattutto, favorire un pericoloso individualismo, disattento alle conseguenze per il futuro. Si potrebbe quasi pensare che il Continente europeo stia perdendo fiducia nel proprio avvenire”.
“Non si può pensare – ha proseguito Benedetto XVI – di edificare una autentica ‘casa comune’ europea trascurando l’identità propria dei popoli di questo Continente. Si tratta infatti di una identità storica, culturale e morale, prima ancora che geografica, economica e politica; un’identità costruita da un insieme di valori universali, che il Cristianesimo ha contribuito a forgiare, acquisendo così un ruolo non soltanto storico, ma fondativo nei confronti dell’Europa. Tali valori, che costituiscono l’anima del Continente, devono restare nell’Europa del terzo Millennio come ‘fermento’ di civiltà. Non è motivo di sorpresa che l’Europa odierna, mentre ambisce di porsi come comunità di valori, sembri sempre più spesso contestare che esistano valori universali e assoluti? Questa singolare forma di ‘apostasia’ da se stessa, prima ancora che da Dio, non induce forse a dubitare della sua stessa identità?”.
Accennato a un atteggiamento pragmatico largamente diffuso, il Papa prosegue: “Quando su tale pragmatismo si innestano correnti e tendenze laicistiche e relativistiche, si finisce per negare ai cristiani il diritto stesso di intervenire come tali nel dibattito pubblico o per lo meno se ne squalifica il contributo con l’accusa di voler tutelare ingiustificati privilegi”. E conclude rivolgendosi agli Episcopati europei: “Voi sapete di avere il compito di contribuire a edificare con l’aiuto di Dio una nuova Europa, realistica ma non cinica, ricca di ideali e libera da ingenue illusioni, ispirata alla perenne e vivificante verità del Vangelo. Siate presenti in modo attivo nel dibattito pubblico a livello europeo, non piegatevi alla logica del potere fine a se stesso. Il Signore vi aiuti a riconoscere e valorizzare gli elementi positivi presenti nell’odierna civiltà, denunciando però con coraggio tutto ciò che è contrario alla dignità dell’uomo”.

Carlo Fiore

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