La vergogna degli Europei
La Cina, un Paese
che fa parlare di sé il
mondo intero per la sua millenaria civiltà,
per le decine di milioni di morti sotto
il regime comunista di Mao, per la sua
intolleranza soprattutto di carattere religioso
e, negli ultimi tempi, per i suoi risultati
produttivi, per i suoi straordinari risultati
economici, per i suoi manufatti che invadono
i mercati internazionali.
Fra i molti omissis, ovvero «parti
tralasciate» dai volumi storici – e
non solo scolastici – coscientemente
voluti dall’omertà degli studiosi,
vi è la crisi e la fine dell’Impero
cinese.
«Non abbiamo bisogno di niente. Possediamo già tutto», così l’imperatore
cinese Chien Lung respinse con disprezzo le offerte di collaborazione commerciale
di Lord Macartney, portavoce di re Giorgio III d’Inghilterra.
Era il 1793 e la Cina viveva nel suo placido
isolamento, fino a quando giunsero gli
inglesi.
Un problema commerciale
Agli
inizi dell’Ottocento, la Cina
era un paese prevalentemente esportatore
(seta, tessuti, porcellana, tè…).
Le ditte britanniche, per compensare lo
squilibrio della bilancia commerciale,
ricorsero allo smercio dell’oppio,
che veniva prodotto nel Bengala dalla Compagnia
delle Indie Orientali. La richiesta di
droga crebbe a vista d’occhio, provocando
una serie di danni a catena di carattere
economico, morale, fisico e sociale.
L’autorità cinese non restò a
guardare. Infatti, il crescere di grossi
interessi intorno allo spaccio di oppio
diffuse la corruzione fra i vari livelli
della società, determinando allo
stesso tempo una fitta rete di delinquenza
organizzata. L’incremento delle vendite
di oppio, inoltre aveva diminuito la presenza
di argento sul territorio, determinando
uno squilibrio nel sistema monetario cinese
che si fondava sul rapporto fra il rame,
usato per la coniazione delle monete correnti
e l’argento.
La svalutazione del rame rispetto a quello
dell’argento, incise in maniera infausta
sulle condizioni di vita dei contadini
piccoli e medi, i quali pagavano le tasse
sulla base di una valuta in argento e ricevevano
monete di rame dalla vendita dei loro prodotti.
Inoltre occorre precisare che era in atto
una grave crisi dei mercati del sale.
Non mancarono editti e sanzioni contro
il commercio dell’oppio, così come
accadde a partire dal 1796 per proseguire
nel 1814 e nel 1815; ma i titanici interessi
del contrabbando inglese sotterrarono tali
ammonimenti governativi. Gli ordini delle
autorità, accrescevano addirittura
il contrabbando e l’importazione
di oppio salì in tal modo da 120
tonnellate del 1800 a 2.400 del 1838.
Fra i funzionari cinesi emersero tre tendenze
principali: la prima era favorevole alla
legalizzazione del commercio sotto il monopolio
statale, in modo da mantenere l’equilibrio
fra le esportazioni e le importazioni.
La seconda tendenza era per lo statu
quo, cioè il divieto formale,
accompagnato da una certa elasticità nell’applicazione
della legge. L’ultima tendenza infine
propugnava un rigoroso intervento per eliminare
totalmente il traffico dell’oppio,
attraverso l’arresto degli spacciatori
cinesi e il netto taglio dei rifornimenti
esteri. Quest’ultima ipotesi prevalse
alla fine degli anni Trenta.
L’isola di Hong Kong, che in cinese
significa «Laguna profumata»,
prima che iniziasse il traffico di droga,
era un luogo tranquillo abitato da qualche
pescatore.
Tuttavia la Compagnia delle Indie, la quale
si fregiava di una certa autonomia nei
confronti di Londra, ebbe il privilegio
di svolgere i propri traffici commerciali
nel porto di Canton. Quando però la
Gran Bretagna decise di controllare più direttamente
la Compagnia iniziarono i problemi. Nel
1834, Lord Napier, inviato inglese, decise
di sostituire ufficialmente a Canton i
funzionari della Compagnia con uomini del
governo di Sua Maestà. La Cina non
ne volle sapere e non concesse i diritti
che prima erano riconosciuti ad una compagnia
di commercio, ad uno Stato straniero.
Ma il vero pomo della discordia era l’oppio:
la Compagnia delle Indie, che trattava
con la Co Hong, la compagnia dei mercati
cinesi, la quale aveva, per concessione
imperiale, il monopolio dei traffici con
gli europei, fece grossi affari con gli
stupefacenti.
Canton divenne così il maggiore
centro di smistamento dell’oppio.
«Ci farà seccare
le ossa»
All’inizio del 1839, fu inviato Lin
Zexu come commissario imperiale plenipotenziario,
il quale avviò una serie di interventi
che andavano dalla punizione degli oppiomani,
all’assistenza medica, dall’isolamento
alla repressione dello spaccio interno,
dalla confisca delle riserve degli importatori
stranieri con l’obiettivo ulteriore
di ottenere da parte loro un impegno a
non praticare più il commercio dell’oppio.
Ma Lin Zexu non previde la potenza tecnica
e militare degli Occidentali che rendeva
le loro basi in Cina indipendenti dalla
necessità di rifornirsi in territorio
cinese.
Se ora l’oppio non riusciva più a
penetrare direttamente da Canton, passava
allora per Calcutta, tramite commercianti
privati. Il governo inglese, faceva finta
di niente, non era ufficialmente corresponsabile,
in realtà contava sul commercio
dell’oppio come una delle voci più importanti
dei suoi traffici commerciali.
Un funzionario governativo scrisse così all’imperatore
Tao-Kwang: «Questo commercio è praticato
dagli inglesi. Questo popolo non avendo
di che vivere con le proprie risorse, cerca
di asservire gli altri Paesi, di cui debilita
gli abitanti (con l’oppio)… Ora
sono venuti in Cina, peste che ci farà seccare
le nostre ossa, verme che ci roderà il
cuore, rovina delle nostre famiglie e delle
nostre persone. Da quando esiste, l’Impero
non ha mai corso un pericolo simile. È peggio
di un diluvio universale, di un’invasione
di bestie feroci. Chiedo che si iscriva
il contrabbando dell’oppio fra i
crimini punibili con la morte».
I tentativi cinesi di limitare il mercato
andarono sempre a vuoto, fino all’intervento
di Lin Zexu, Alto Commissario antidroga.
La sua decisione di reprimere seriamente
il traffico di stupefacenti scatenò dunque
la guerra dell’oppio.
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Cristina Siccardi
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