In questo numero
LE GUERRE DELL'OPPIO di Cristina Siccardi

 


La vergogna degli Europei
La Cina, un Paese che fa parlare di sé il mondo intero per la sua millenaria civiltà, per le decine di milioni di morti sotto il regime comunista di Mao, per la sua intolleranza soprattutto di carattere religioso e, negli ultimi tempi, per i suoi risultati produttivi, per i suoi straordinari risultati economici, per i suoi manufatti che invadono i mercati internazionali.
Fra i molti omissis, ovvero «parti tralasciate» dai volumi storici – e non solo scolastici – coscientemente voluti dall’omertà degli studiosi, vi è la crisi e la fine dell’Impero cinese.
«Non abbiamo bisogno di niente. Possediamo già tutto», così l’imperatore cinese Chien Lung respinse con disprezzo le offerte di collaborazione commerciale di Lord Macartney, portavoce di re Giorgio III d’Inghilterra.
Era il 1793 e la Cina viveva nel suo placido isolamento, fino a quando giunsero gli inglesi.

Un problema commerciale
Agli inizi dell’Ottocento, la Cina era un paese prevalentemente esportatore (seta, tessuti, porcellana, tè…).
Le ditte britanniche, per compensare lo squilibrio della bilancia commerciale, ricorsero allo smercio dell’oppio, che veniva prodotto nel Bengala dalla Compagnia delle Indie Orientali. La richiesta di droga crebbe a vista d’occhio, provocando una serie di danni a catena di carattere economico, morale, fisico e sociale.
L’autorità cinese non restò a guardare. Infatti, il crescere di grossi interessi intorno allo spaccio di oppio diffuse la corruzione fra i vari livelli della società, determinando allo stesso tempo una fitta rete di delinquenza organizzata. L’incremento delle vendite di oppio, inoltre aveva diminuito la presenza di argento sul territorio, determinando uno squilibrio nel sistema monetario cinese che si fondava sul rapporto fra il rame, usato per la coniazione delle monete correnti e l’argento.
La svalutazione del rame rispetto a quello dell’argento, incise in maniera infausta sulle condizioni di vita dei contadini piccoli e medi, i quali pagavano le tasse sulla base di una valuta in argento e ricevevano monete di rame dalla vendita dei loro prodotti. Inoltre occorre precisare che era in atto una grave crisi dei mercati del sale.
Non mancarono editti e sanzioni contro il commercio dell’oppio, così come accadde a partire dal 1796 per proseguire nel 1814 e nel 1815; ma i titanici interessi del contrabbando inglese sotterrarono tali ammonimenti governativi. Gli ordini delle autorità, accrescevano addirittura il contrabbando e l’importazione di oppio salì in tal modo da 120 tonnellate del 1800 a 2.400 del 1838.
Fra i funzionari cinesi emersero tre tendenze principali: la prima era favorevole alla legalizzazione del commercio sotto il monopolio statale, in modo da mantenere l’equilibrio fra le esportazioni e le importazioni. La seconda tendenza era per lo statu quo, cioè il divieto formale, accompagnato da una certa elasticità nell’applicazione della legge. L’ultima tendenza infine propugnava un rigoroso intervento per eliminare totalmente il traffico dell’oppio, attraverso l’arresto degli spacciatori cinesi e il netto taglio dei rifornimenti esteri. Quest’ultima ipotesi prevalse alla fine degli anni Trenta.
L’isola di Hong Kong, che in cinese significa «Laguna profumata», prima che iniziasse il traffico di droga, era un luogo tranquillo abitato da qualche pescatore.
Tuttavia la Compagnia delle Indie, la quale si fregiava di una certa autonomia nei confronti di Londra, ebbe il privilegio di svolgere i propri traffici commerciali nel porto di Canton. Quando però la Gran Bretagna decise di controllare più direttamente la Compagnia iniziarono i problemi. Nel 1834, Lord Napier, inviato inglese, decise di sostituire ufficialmente a Canton i funzionari della Compagnia con uomini del governo di Sua Maestà. La Cina non ne volle sapere e non concesse i diritti che prima erano riconosciuti ad una compagnia di commercio, ad uno Stato straniero.
Ma il vero pomo della discordia era l’oppio: la Compagnia delle Indie, che trattava con la Co Hong, la compagnia dei mercati cinesi, la quale aveva, per concessione imperiale, il monopolio dei traffici con gli europei, fece grossi affari con gli stupefacenti.
Canton divenne così il maggiore centro di smistamento dell’oppio.

«Ci farà seccare le ossa»
All’inizio del 1839, fu inviato Lin Zexu come commissario imperiale plenipotenziario, il quale avviò una serie di interventi che andavano dalla punizione degli oppiomani, all’assistenza medica, dall’isolamento alla repressione dello spaccio interno, dalla confisca delle riserve degli importatori stranieri con l’obiettivo ulteriore di ottenere da parte loro un impegno a non praticare più il commercio dell’oppio. Ma Lin Zexu non previde la potenza tecnica e militare degli Occidentali che rendeva le loro basi in Cina indipendenti dalla necessità di rifornirsi in territorio cinese.
Se ora l’oppio non riusciva più a penetrare direttamente da Canton, passava allora per Calcutta, tramite commercianti privati. Il governo inglese, faceva finta di niente, non era ufficialmente corresponsabile, in realtà contava sul commercio dell’oppio come una delle voci più importanti dei suoi traffici commerciali.
Un funzionario governativo scrisse così all’imperatore Tao-Kwang: «Questo commercio è praticato dagli inglesi. Questo popolo non avendo di che vivere con le proprie risorse, cerca di asservire gli altri Paesi, di cui debilita gli abitanti (con l’oppio)… Ora sono venuti in Cina, peste che ci farà seccare le nostre ossa, verme che ci roderà il cuore, rovina delle nostre famiglie e delle nostre persone. Da quando esiste, l’Impero non ha mai corso un pericolo simile. È peggio di un diluvio universale, di un’invasione di bestie feroci. Chiedo che si iscriva il contrabbando dell’oppio fra i crimini punibili con la morte».
I tentativi cinesi di limitare il mercato andarono sempre a vuoto, fino all’intervento di Lin Zexu, Alto Commissario antidroga. La sua decisione di reprimere seriamente il traffico di stupefacenti scatenò dunque la guerra dell’oppio.

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Cristina Siccardi


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