In questo numero
DEMOCRAZIA È SOLO CRISTIANA di Carlo Fiore

Il potere al popolo?
E perché mai?
L’umanità ha sviluppato
la democrazia
là dove è arrivato il cristianesimo.
E può mantenerla solo nutrendosi
continuamente al banchetto
del Vangelo


Il cristianesimo ha ispirato e promosso istituzioni sempre più rispettose della dignità e libertà dell’uomo, pur nel turbinio della storia con i suoi scontri epocali. “Nel cristianesimo – osserva T. S. Eliot – le leggi dell’Europa e della cultura, fino a tempi recenti, hanno avuto le loro radici nel Vangelo. E soggiunge, scherzando ma non troppo: Solamente una cultura cristiana avrebbe potuto produrre un Voltaire o un Niezsche”.
Anche la democrazia? Sì anche la democrazia.
Certamente nel sorgere della democrazia in Europa hanno giocato influssi della cultura greca e latina, delle correnti libertarie e illuministe, delle prime esperienze democratiche, della incipiente dottrina sociale della Chiesa e dei tanti fattori che modellano il corso della storia.
Ma l’ispirazione profonda viene dal messaggio cristiano: la dignità e la libertà della persona umana. Effettivamente c’è da chiedersi perché la democrazia non sia sorta nei paesi orientali a religione induista, buddhista o islamica, ma proprio nell’Europa a religione cristiana. Un perché ci deve pur essere.
Osserva Giancarlo Cesana: “Dio vuole che la sua creatura, l’uomo, il ‘nulla’, lo ami, diventi quasi come Lui. Quale concezione dell’uomo, della sua libertà e grandezza è più laica di questa? Vale la pena di notare come questa sottolineatura del valore assoluto della persona umana costituisca un elemento fondamentale per una idea adeguata di democrazia. Non è un caso che la democrazia, come la conosciamo oggi, sia un fenomeno sorto nell’Occidente cristiano” (la Repubblica, 28 dicembre 2004).

Scoppola: “La matrice cristiana essenziale per la democrazia europea
Pietro Scoppola è oggi uno degli storici più quotati sui problemi dell’Ottocento italiano. Nel suo recente libro La democrazia dei cristiani
(Laterza editore) osserva: “Credo che la matrice cristiana sia stata essenziale per la democrazia europea e, a maggior ragione, per quella italiana. L’esperienza ebraico-cristiana è quella che ha offerto alla democrazia il suo vero fondamento: il senso della fragilità, del limite, del peccato, della fallibilità umana fonda l’esigenza di stabilire i diritti fondamentali dell’uomo, di sottoporre il potere al controllo e alla necessità del ricambio.
Il fondamento della democrazia in un certo senso, sta nel racconto biblico del Genesi: il male viene dalla libertà dell’uomo che perciò deve diffidare di ogni assolutizzazione del potere, e prima di tutto del proprio potere”. Quando questo potere si concentra e si assolutizza in una sola persona, il rischio di slittare verso forme dittatoriali è più che evidente. Il Novecento ha conosciuto le forme peggiori di assolutismo e totalitarismo con le dittatura comunista e nazista, con Stalin, Hitler, Mao, Pol-Pot, ecc. , e la conseguenti tragedie che hanno sconvolto il mondo.
Interessante anche una osservazione ancora di Scoppola circa il rapporto tra rivoluzione e democrazia. Le rivoluzioni nascono dall’idea che il male, invece che dall’uomo, venga dalla società, e dall’illusione di poter operare un tale cambiamento, partendo dalla politica e dalla società… La democrazia non cerca, al contrario della rivoluzione, la manipolazione delle coscienze attraverso ideologie totalizzanti ( op. cit. 193). Il gettar sempre la pietra contro la società finisce per essere una copertura per altre e più personali responsabilità.

Pio XII e il Radiomessaggio di quel tragico Natale 1944
Per la Chiesa la democrazia non è un assoluto. Nel corso della sua storia millenaria, la Chiesa ha sempre chiesto governanti competenti e onesti preoccupati del bene comune in un regime politico che deve tener conto della maturazione politica e sociale di un popolo. La democrazia non si esporta come una balla di cotone, e su questo oggi il cittadino americano sta riflettendo mentre fa la conta dei suoi morti sui vari fronti dell’Irak, dell’Afganistan, ecc. Amartya Sen, il noto Premio Nobel indiano, osservava che ‘erbette democratiche’ spuntano un po’ dovunque, ma che è prematuro parlare di democrazia in senso stretto.
La prima, solenne presa di posizione in favore della democrazia è quella fatta da Pio XII nel Radiomessaggio natalizio del 1944. L’Europa era un ammasso di rovine dopo il terribile scontro delle grandi potenze e delle grandi ideologie, la guerra volgeva al termine con le operazioni americane in Giappone. Pio XII prese l’occasione di quel tragico Natale, la festa per eccellenza della fraternità e della pace, per lanciare il suo messaggio in favore di una autentica democrazia. Troppe infatti erano le ‘repubbliche democratiche’ dell’area di influenza sovietica, in cui la parola ‘democrazia’ era una etichetta molto sbiadita.
Pio XII chiedeva una democrazia di valori più che di tecniche politiche, una democrazia fondata sulla centralità dell’uomo, autore e fine della vita sociale ed economica.
“L’intento del Pontefice non era il disquisire su particolari tecnici e giuridici, al pari di uno studioso di tecniche politiche. Pio XII si interessa piuttosto dell’anima di una vera democrazia, senza la quale essa si ridurrebbe a un puro apparato di istituzioni e di meccanismi… La sollecitudine della Chiesa è rivolta non tanto alla struttura e organizzazione della democrazia – le quali dipendono dalle aspirazioni di ciascun popolo. Quanto all’uomo come tale che deve esserne e rimanerne il soggetto, il fondamento e il fine” (M. Toso, Democrazia e libertà, Las-Roma 2006, 56).
Pio XII cioè assume parte della tradizione liberale della democrazia e le innesta una ‘antropologia cristiana’, producendo qualcosa di nuovo per la stessa cultura politica, scavalcando la separazione tra democrazia ed etica.
Oggi si parla di crisi della democrazia, ridotta spesso a campo di opposti giochi di potere e di inciuci cui sono legati giganteschi esiti finanziari. Osserva acutamente il Toso: “Nella democrazia contemporanea, infiacchita da visioni di libertà incondizionate, prevalentemente mercantili e utilitaristiche, potrà scorrere nuova linfa rigeneratrice grazie a un ‘umanesimo’ relazionale, solidale, aperto alla Trascendenza (op. cit. 58). In breve: no alla democrazia dei giochi di potere politici e partitici, si a una democrazia dei valori di un autentico umanesimo che poggi, ripetiamo, sulla centralità dell’uomo, fine ultimo della vita economica e sociale.
Ecco gli interventi di Giovanni Paolo II.
“Dopo la caduta, in molti Paesi, delle ideologie che legavano la politica a una concezione totalitaria del mondo – e prima di esse il marxismo – si profila oggi un rischio non meno grave: è il rischio dell’alleanza tra democrazia e relativismo etico, che toglie alla convivenza civile ogni sicuro punto di riferimento morale e la priva, più radicalmente, del riconoscimento della verità.
Infatti “se non esiste nessuna verità ultima che guidi e orienti l’azione politica, allora le idee e le convinzioni possono essere facilmente strumentalizzate per fini di potere. Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto o subdolo, come dimostra la storia” (Veritatis splendor, 101; cfr Centesimus annus, 46).

“La Chiesa apprezza la democrazia in quanto assicura la partecipazione dei cittadini alle scelte politiche (…). Oggi però si tende ad affermare che l’agnosticismo e il relativismo scettico sono la filosofia e l’atteggiamento fondamentale rispondente alle forme democratiche e che quanti sono convinti di conoscere la verità e aderiscono con fermezza ad essa, non sono affidabili dal punto di vista democratico, perché non accettano che la verità sia determinata dalla maggioranza o sia variabile a seconda dei diversi equilibri politici. Se non esiste nessuna verità ultima che guidi e orienti l’azione politica, allora le idee e le convinzioni possono essere facilmente strumentalizzate per fini di potere. Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia” (Centesimus annus, 46).

“La democrazia non può essere mitizzata fino a farne un surrogato della moralità (…). Urge dunque, per l’avvenire della società e lo sviluppo di una sana democrazia riscoprire l’esistenza di valori umani e morali essenziali e nativi, che scaturiscano dalla verità stessa dell’essere umano… valori che nessun individuo o nessuna maggioranza e nessun Stato potranno mai creare, modificare o distruggere, ma dovranno solo riconoscere, rispettare e promuovere"”(Evangelium vitæ, 70.71).

Carlo Fiore

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