Giacobbe era in fuga dal
fratello Esaù che lo inseguiva con
quattrocento uomini. Una notte prese con
sé le due mogli, le due serve, gli
undici figli e, con tutto il gregge, passò il
guado dello Jabbok, un affluente del Giordano.
Sull’accampamento scese il silenzio
della notte. Ma lui non riusciva a chiudere
occhio. “Giacobbe rimase solo – narra
la Bibbia – e uno sconosciuto lottò con
lui fino allo spuntare dell’alba.
Quando costui vide che non poteva vincere
Giacobbe nella lotta, lo colpì all’articolazione
del femore, che si slogò e disse: “Lasciami
andare perché già spunta
l’alba” Giacobbe rispose: “Non
ti lascerò andare se prima non mi
avrai benedetto” Quello chiese: “Come
ti chiami?” “Giacobbe” egli
rispose. L’altro disse: “Non
ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele,
perché tu hai lottato contro Dio
e contro gli uomini e hai vinto”.
Giacobbe gli domandò: “Dimmi,
ti prego, qual è il tuo nome?” L’altro
gli rispose: “perché mi chiedi
il mio nome?” e diede la sua benedizione
a Giacobbe. Giacobbe disse: “Ho veduto
Dio faccia a Faccia e non sono morto!”.
Perciò chiamò quel luogo
Penuel A faccia a faccia con Dio).
Il
sole stava sorgendo quando Giacobbe, zoppicando
all’anca, lasciò Penuel” (Genesi 32,25-32).
Una ricerca che non si placa mai
Che significato ha questo episodio, così misterioso
della Bibbia?
Risponde Bruno Maggioni, un biblista, appoggiandosi a numerosi studi su questa
pagina biblica. “La lotta notturna di Giacobbe con l’angelo può essere
letta come una metafora dell’insonna ricerca biblica, e non solo biblica,
di Dio. Dio cerca l’uomo e l’uomo cerca Dio.
Una ricerca mai conclusa,
quasi una lotta in cui non sembrano esserci né vinti
né vincitori. La metafora della lotta
dice molto bene la tensione che sta al fondo
di ogni rapporto dell’uomo con il divino:
una tensione che non va elusa o negata, ma
accolta e vissuta. Due sono i tratti del
racconto che meritano di essere maggiormente
evidenziati. Il primo è che la lotta
si protrae a lungo “fino al sorgere
dell’aurora”, e l’esito
rimane incerto fino alla fine, quando il
misterioso personaggio tocca l’anca
di Giacobbe che resta slogata. La tensione
fra le due ricerche – l’uomo
che cerca Dio e Dio che cerca l’uomo – sembra
non placarsi mai. E difatti – e questo è il
secondo tratto – le due ricerche obbediscono
a due logiche differenti. Quando Giacobbe
avverte di essere di fronte a un essere divino
gli domanda il nome. “In questa ricerca
del nome una delle più pressanti domande
umane – osserva von Rad, uno dei massimi
biblisti – è racchiusa tutta
l’indigenza, ma anche tutto l’ardire
dell’uomo di fronte a Dio”. Il
primo impulso dell’uomo – prosegue
Maggioni – è di afferrare Dio
e vincolarlo a Sé. Ma Dio non risponde
a questa domanda, “non lascia che il
suo mistero e la sua libertà vengano
violati” (von Rad). E non di meno,
non perché sia costretto ma di sua
libera iniziativa, benedice Giacobbe”.
(Introduzione
generale alla Bibbia,
Rinaldo Fabris e collaboratori, Collana Logos,
Elledici, Leumann TO, 1999, 423-424).
L'uomo proteso verso Dio, e Dio proteso
verso l'uomo
Un brano e una interpretazione di sconcertante
attualità. Il problema di Dio si riaffaccia
infatti alla nostra generazione come ha sempre
fatto con ogni generazione. Si potrà combatterlo,
si potrà aderirvi, ma Dio è sempre
la punta di diamante della ricerca umana
con le sue luci e le sue ombre.
Prosegue infatti Maggioni: “L’uomo biblico è un uomo proteso,
e anche Dio: Dio proteso verso l’uomo, e l’uomo ansiosamente proteso
verso Dio. Di qui le molte domande che l’uomo pone a Dio e Dio all’uomo”.
Un dialogo che percorre tutte le pagine della Bibbia, soprattutto nei momenti
più drammatici. Sono domande caratterizzate da una sorprendente originalità e,
al tempo stesso, domande aperte, universali, specchio dei problemi di ogni uomo
e di ogni tempo. Nonostante le singolarità della sua fede – e proprio
per questo – l’uomo della Bibbia condivide sempre, fino in fondo,
l’inquietudine di ogni altro uomo: la solitudine, l’angoscia, la
paura, la tentazione di non più sperare, il senso dell’abbandono,
la domanda del “perché”. Questa profonda solidarietà umana – prosegue
il biblista – è la ragione che rende possibile a ogni uomo, credente
e non credente, di ritrovare sé stesso nelle grandi pagine bibliche. E
senza la sua profonda solidarietà con l’uomo, essa sarebbe estranea.
Tener conto di questa tensione è dunque importante” (ivi, 424-425)
Viene spontaneo, come già detto, il confronto con lo struggimento di tanti
nostri pensatori, credenti o non credenti, di fronte a queste domande, che sono
le uniche domande di fondo che ogni uomo e ogni cultura deve affrontare. Uno
per tutti: Nietzsche: il suo pazzo grida sulla piazza che Dio è morto,
ma in seguito, Nietzsche grida tutta la sua disperazione per questa morte, che
segna la morte dell’uomo e dell’universo. “Cosa abbiamo fatto,
strappando la catena che legava la terra al sole? Dove va ora la terra? E noi
dove stiamo andando, lontano da tutti i soli? Non è il nostro un eterno
precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste
ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando attraverso un infinito nulla?
Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto più freddo?
Non seguita a venire notte, sempre più notte?”
(La gaia scienza,
125).
Non Dio, ma il divino senza volto
Ogni grande cultura ha dato una risposta alle inquietudini e agli interrogativi
che la vita dell’uomo pone, ha elaborato un suo concetto di Dio. La Bibbia
ha regalato all’Europa e all’Occidente la sua risposta. Non un Dio
che si chiude nella sfera della sua inarrivabile trascendenza. Ma un Dio che
cammina con Lui, che segue il suo avanzare nel deserto della vita sotto una
tenda, come Iavhè afferma a Israele nel suo vagare verso la Terra della
Promessa. Un Dio che spasima e soffre per l’uomo, che si fa tutto uomo
in Gesù Cristo.
Altri popoli, altri continenti hanno elaborato diverse concezioni di Dio. L’Africa
con il suo animiamo, vede Dio ad animare ogni realtà, dalla foresta alla
belva che uccide, al capriolo che fugge, al fiume che porta vita.
Le culture orientali che si esprimono nella religiosità induista e buddhista
con le loro varianti, hanno elaborato, spesso con analisi filosofiche finissime,
un concetto panteista di Dio, anzi del Divino. Aldilà delle mille divinità venerate
nei culti popolari, c’è il Divino tutto coinvolgente, inesprimibile,
fuori di ogni concezione umana. Lontanissimo da ogni dialogo con l’uomo,
il cui massimo traguardo è annullarsi in questo oceano impersonale, il
Nirvana.
Ma è sempre un divino impersonale, che non ha volto, che non scende nel
cuore degli interrogativi dell’uomo. E questa concezione, di un Divino
senza volto, lontano dalla mischia, dal sudore, e dal sangue che inzuppa la storia
dell’uomo, ha finito per generare sistemi sociali contro l’uomo.
Dal disumano sistema della caste indiane, alle forme di teocrazia più o
meno violente, al disprezzo della vita umana, che tuttora fanno parte del patrimonio
culturale, sociale e politico dell’Oriente. Ed è interessante notare
che questo oscuro fascino dell’Oriente ritorni oggi nell’Occidente
più avanzato, sotto forma di New Age, che tenta di rinverdire, con l’appoggio
delle scienze astrologiche, psicoanalitiche, quantistiche-ondulatorie, ecc. la
spiritualità orientale. “Una tendenza alla regressione dove si consuma
una specie di infantilizzazione del mondo per dare spazio alla tendenza romantica
e al superamento della ragione” (A. N. Terrin, New Age, La
religiosità del post-moderno, EDB, 1992,244).
Il rapporto religione-politica è complesso. Per questo suggeriamo alcuni
interrogativi sui quali riflettere:
- La concezione del Divino cosmico quali
ricadute ha portato nel campo sociale
e politico dell’Oriente?
- La democrazia è sorta e si è imposta
nel mondo occidentale grazie agli influssi
intrecciati del pensiero greco, dell’illuminismo
e della visione cristiana di Dio e della
dignità della persona umana. Perché non è riuscito
a imporsi nel mondo orientale, dove sono
presenti piuttosto regimi di tipo assolutistico
e teocratico, e dove, ad esempio, l’imperatore
del Giappone rinunciò alla sua
ascendenza divina sulla tolda del Missouri,
firmando la pace alla presenza del gen.
McArtur?
- Quale influsso politico e sociale ha
sul mondo islamico del Vicono e Medio
Oriente la concezione di un Dio, Allah,
lontanissimo dalla storia e dall’uomo,
cui richiede soltanto sottomissione incondizionata
(islam)?
Il volto
del Dio di gesù Cristo
La Bibbia ebraica aveva rivelato il Dio
di Abramo, Isacco e Giacobbe, e ne aveva
narrato le gesta in favore del suo popolo,
stritolato tra le due superpotenze del
tempo, Egitto e Assiria, l’aveva
guidato nella lunga marcia nel deserto
sotto una tenda.
Ma non era arrivata a disvelare il volto segreto di Dio. Il velo che lo ricopriva
fu lacerato dal suo stesso Figlio, fattosi uomo tra gli uomini, Gesù Cristo.
E il Dio di Gesù Cristo, senza nulla rifiutare del Dio biblico, aveva
rivelato la sua identità più profonda: l’Amore. Dio è Amore.
E questo ha prodotto le grandi rivoluzioni cui accennava sopra il card. Martini:
il dono di sé, la povertà come valore, la sofferenza come beatitudine,
la preferenza per i piccoli, i poveri, i malati, i bambini, l’anteporre
il bene comune agli interessi privati o di categoria, ecc. Vedi il “Discorso
della Montagna”.
Amore ma non solitudine, amore trinitario,
amore come fondo dell’essere. Realtà ultima
in cui si consuma l’avventura umana,
quando Dio, come dice Paolo, sarà “tutto
in tutti”.
Carlo Fiore
|