In questo numero
EMOZIONATO DI ESSERCI di Susanna Conti
 

A scuola da Lorenzo
Un ragazzo eccezionalmente normale


Ci sono alcuni casi in cui i professori dovrebbero saper ammettere di essere loro a imparare dai propri studenti. Dovrebbero ammetterlo sempre, perché a insegnare (come a vivere) si impara nella comunicazione con gli altri: mentre si insegna, si impara. Qui però si tratta di un caso speciale e assieme normale: quello di un ragazzo che (ri-)conquista giorno per giorno il proprio percorso di vita. Come è per tutti: solo che la maggior parte (giovani e adulti, studenti e prof) spesso vive la vita quotidiana in modo automatico, senza la consapevolezza di esserci. Nessuno si emoziona perché respira, pochi si emozionano perché comunicano con gli altri, tutti potrebbero emozionarsi perché ci sono: la maggior parte non ci pensa, dando la propria vita per scontata. Alcuni ci pensano, magari perché hanno avuto un’esperienza determinante. Lorenzo è uno di questi.

L’antefatto
Lorenzo ha 17 anni e frequenta la quarta superiore: gli anni giusti per la classe giusta. Solo che lui era un anno avanti e, a 12 anni, ha usato il suo anno “di buono” come intervallo, prima di iscriversi alla scuola superiore. Infatti, quando aveva 12 anni, gli capitò quello che d’ora in poi chiameremo “incidente”. Dopo l’incidente Lorenzo ha avuto problemi motori (ora risolti) e gli è successo di perdere la capacità produttiva del linguaggio, non quella ricettiva. In altre parole, più o meno da un momento all’altro, a Lorenzo è capitato (oltre al resto) di capire quello che gli dicevano, ma di non riuscire assolutamente a parlare, di non avere più le parole.
Con l’aiuto dei medici, della logopedista, della sua famiglia, Lorenzo si è ricostruito la possibilità di comunicare con gli altri, di andare a scuola, di fare le tutte cose che facciamo tutti. Il suo cervello ha ricostituito i neuroni, lui si è ricostruito il linguaggio e la vita.
Io ho conosciuto Lorenzo da poco tempo: ci siamo incontrati con lo scopo di ripassare un materia linguistica che a scuola viene spesso insegnata per automatismo e non per curiosità. Credo che da me lui abbia per ora imparato poco della materia, anche se ci siamo fatti prendere tutti e due dalla curiosità più che dalle regole… Quello che ho imparato io da lui non può essere detto, perché è qualcosa di personale. Andatevi a leggere queste due poesie di Montale (potete trovarle in rete): Non chiederci la parola e Forse un mattino andando. Avrete un’idea piccola e vaga di quello che ho imparato io da Lorenzo. Sicuramente (è un regalo che vi fa Lorenzo) capirete meglio le poesie di Montale.

L’emozione di comunicare
Ora Lorenzo parla bene e con proprietà. Cerca di parlare come sarebbe bello che facessero tutti, perché ha cura di scegliere le parole, le pensa, dà l’impressione di contare fino a tre prima di dirle, riflette su quel che dice (cosa rara nel nostro mondo…). Quelle che seguono in corsivo sono parole sue.
Dopo tre mesi in ospedale, sono tornato a scuola ripetendo la terza media: è stata una decisione presa con la mia famiglia, con la logopedista e con la fisioterapista. Così ho avuto un anno davanti per rendermi conto di potenzialità e limiti. Era come se il mio cervello avesse dei circuiti da mettere a posto. Io sapevo di poter arrivare a un livello non uguale a prima, ma comunque alto, purché lo avessi voluto.
Prima dell’incidente Lorenzo a scuola era bravissimo. Lo è tuttora (la settimana scorsa ha preso 8+ in fisica), anche se è chiaro che le materie linguistiche sono un percorso da costruire nel tempo.
Un giorno il babbo è venuto in ospedale con un tabellone sul quale io (con la mano sinistra) indicavo le lettere per comporre le parole. Questo mi ha fatto pensare ai momenti (soprattutto belli) trascorsi con tutti… Ho ricominciato indicando: se non hai un inizio, come pensi di poter arrivare alla fine? La fine è tornare a parlare come chiunque automaticamente fa.
Ho ripreso presto a produrre linguaggio, anche se le difficoltà erano serie, perché non associavo quello che dicevo alle parole... Prima sapevo bene il francese e pensavo di averlo del tutto perso, invece è come se il cervello avesse cancellato il francese per consentirmi di sviluppare di nuovo l’italiano.
In prima superiore Lorenzo ha iniziato a studiare inglese. Anche se gli è più facile dimenticarele cose studiate dopo l’incidente, ha dei trucchi mnemonici che la logopedista gli ha insegnato. Per l’inglese Lorenzo li usa. Questa estate è andato in Irlanda per imparare meglio l’inglese e lì (con i francesi del suo stesso corso) si è accorto che il “suo” francese non era sparito, che lui capiva gli amici francesi, anche quando questi parlavano tra loro in lingua madre.
Dopo le dimissioni, per un lungo periodo andavo tutti i giorni in ospedale dalla logopedista. Mi sono allenato parlando parlando e ho sempre insistito sulle parole scelte, meno consuete, sul passato remoto che in Toscana si usa ancora…
La logopedista consigliava di parlare senza ricercare le parole, di farsi capire e di comunicare in ogni modo. Invece Lorenzo allenava se stesso scoprendo le parole come se fossero nascoste.
Il mio cervello ha ricostruito il sistema del linguaggio in un’area diversa da quella lesionata a causa dell’incidente. È stata una grande vittoria e sono io che l’ho ottenuta. Mi sono “impuntato” con le parole. Avevo un rapporto strano con la lingua, come quello di uno che non sa l’italiano, ma sente le parole… Per formulare frasi semplici, ho dovuto ricostruire strutture e funzioni, oltre al mio vocabolario mentale.

L’emozione di capire
Adesso Lorenzo razionalizza tutto, ma subito dopo l’incidente non capiva neppure che cosa gli stesse capitando e faceva a gesti difficili semplicissime domande, come a dire Ma che cos’è questo? Quando ha iniziato di nuovo ad avere parole, ha detto mamma e poi, nel tempo, sono uscite le parole che significano parolacce. Normale, perché le cose che conta più comunicare sono le emozioni.
È stata un’esperienza fondamentale chi mi ha toccato e cambiato in molte sfumature del mio carattere. Senza l’incidente il mio rapporto con gli altri sarebbe più superficiale. Però sono arrivato dopo cinque anni a questa saggezza. Subito mi chiedevo: “Ma perché proprio a me?”. Sono stato fortunato a incontrare alcune persone (come la logopedista), perché prima dell’incidente non avevo tante cose che ora invece ho. Sicuramente ho una sensibilità molto diversa. Mi sono formato una teoria: l’incidente ha provocato un percorso che mi ha segnato in positivo. Io spesso lo riprendo e lo ripenso, magari nei momenti più consueti, quando sono sul pullman per tornare da scuola.
Diversi aspetti che per i coetanei sono importantissimi, come riconoscersi nel gruppo per i vestiti simili o per il diario di un certo tipo, per Lorenzo non contano. Questo non significa che lui non si integri, anche se è chiaro che c’è voluto del tempo. Nessuno dei compagni di scuola sa dell’incidente e del percorso successivo. È stata una scelta di coraggio e di normalità. Normalità che diventa anche perdere un po’ di tempo prima di fare i compiti, giocare con il proprio fratello più giovane come qualunque diciassettenne ha voglia di fare e non ammetterebbe mai di fare…

Con i compagni non è stato facile. Avevo la sensazione che davanti a me si comportassero in un modo, dietro di me in un altro. Soprattutto le ragazze. All’inizio avevo più paura del giudizio degli altri, ero più suscettibile, meno saggio: mi arrabbiavo subito. Adesso la mia “filosofia” è quella di passar sopra a eventuali insulti (del tipo “Ma perché parli così?”).

Susanna Conti

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