Ci
sono alcuni casi in cui i professori dovrebbero
saper ammettere di essere loro a imparare
dai propri studenti. Dovrebbero ammetterlo
sempre, perché a insegnare (come
a vivere) si impara nella comunicazione
con gli altri: mentre si insegna, si impara.
Qui però si tratta di un caso speciale
e assieme normale: quello di un ragazzo
che (ri-)conquista giorno per giorno il
proprio percorso di vita. Come è per
tutti: solo che la maggior parte (giovani
e adulti, studenti e prof) spesso vive
la vita quotidiana in modo automatico,
senza la consapevolezza di esserci.
Nessuno si emoziona perché respira,
pochi si emozionano perché comunicano
con gli altri, tutti potrebbero emozionarsi
perché ci sono:
la maggior parte non ci pensa, dando la
propria vita per scontata. Alcuni ci pensano,
magari perché hanno avuto un’esperienza
determinante. Lorenzo è uno di questi.
L’antefatto
Lorenzo ha 17 anni e frequenta la quarta
superiore: gli anni giusti per la classe
giusta. Solo che lui era un anno avanti
e, a 12 anni, ha usato il suo anno “di
buono” come intervallo, prima di
iscriversi alla scuola superiore. Infatti,
quando aveva 12 anni, gli capitò quello
che d’ora in poi chiameremo “incidente”.
Dopo l’incidente Lorenzo ha avuto
problemi motori (ora risolti) e gli è successo
di perdere la capacità produttiva
del linguaggio, non quella ricettiva.
In altre parole, più o meno da
un momento all’altro, a Lorenzo è capitato
(oltre al resto) di capire quello che
gli dicevano, ma di non riuscire assolutamente
a parlare, di non avere più le
parole.
Con l’aiuto dei medici, della logopedista,
della sua famiglia, Lorenzo si è ricostruito
la possibilità di comunicare con
gli altri, di andare a scuola, di fare
le tutte cose che facciamo tutti. Il suo
cervello ha ricostituito i neuroni, lui
si è ricostruito il linguaggio e
la vita.
Io ho conosciuto Lorenzo da poco tempo:
ci siamo incontrati con lo scopo di ripassare
un materia linguistica che a scuola viene
spesso insegnata per automatismo e non
per curiosità. Credo che da me lui
abbia per ora imparato poco della materia,
anche se ci siamo fatti prendere tutti
e due dalla curiosità più che
dalle regole… Quello che ho imparato
io da lui non può essere detto,
perché è qualcosa di personale.
Andatevi a leggere queste due poesie di
Montale (potete trovarle in rete): Non
chiederci la parola e Forse un
mattino andando. Avrete un’idea
piccola e vaga di quello che ho imparato
io da Lorenzo. Sicuramente (è un
regalo che vi fa Lorenzo) capirete meglio
le poesie di Montale.
L’emozione
di comunicare
Ora Lorenzo parla bene e con proprietà.
Cerca di parlare come sarebbe bello che
facessero tutti, perché ha cura
di scegliere le parole, le pensa, dà l’impressione
di contare fino a tre prima di dirle, riflette
su quel che dice (cosa rara nel nostro
mondo…). Quelle che seguono in corsivo
sono parole sue.
Dopo tre mesi in ospedale, sono tornato a scuola ripetendo la terza media: è stata
una decisione presa con la mia famiglia, con la logopedista e con la fisioterapista.
Così ho avuto un anno davanti per rendermi conto di potenzialità e
limiti. Era come se il mio cervello avesse dei circuiti da mettere a posto.
Io sapevo di poter arrivare a un livello non uguale a prima, ma comunque alto,
purché lo avessi voluto.
Prima dell’incidente Lorenzo a scuola
era bravissimo. Lo è tuttora (la
settimana scorsa ha preso 8+ in fisica),
anche se è chiaro che le materie
linguistiche sono un percorso da costruire
nel tempo.
Un giorno il babbo è venuto in ospedale con un tabellone sul quale
io (con la mano sinistra) indicavo le lettere per comporre le parole. Questo
mi ha fatto pensare ai momenti (soprattutto belli) trascorsi con tutti… Ho
ricominciato indicando: se non hai un inizio, come pensi di poter arrivare
alla fine? La fine è tornare a parlare come chiunque automaticamente
fa.
Ho ripreso presto a produrre linguaggio, anche se le difficoltà erano
serie, perché non associavo quello che dicevo alle parole... Prima sapevo
bene il francese e pensavo di averlo del tutto perso, invece è come
se il cervello avesse cancellato il francese per consentirmi di sviluppare
di nuovo l’italiano.
In prima superiore Lorenzo ha iniziato
a studiare inglese. Anche se gli è più facile
dimenticarele cose studiate dopo l’incidente,
ha dei trucchi mnemonici che la logopedista
gli ha insegnato. Per l’inglese Lorenzo
li usa. Questa estate è andato in
Irlanda per imparare meglio l’inglese
e lì (con i francesi del suo stesso
corso) si è accorto che il “suo” francese
non era sparito, che lui capiva gli amici
francesi, anche quando questi parlavano
tra loro in lingua madre.
Dopo le dimissioni, per un lungo periodo andavo tutti i giorni in ospedale
dalla logopedista. Mi sono allenato parlando parlando e ho sempre insistito
sulle parole scelte, meno consuete, sul passato remoto che in Toscana si usa
ancora…
La logopedista consigliava di parlare senza
ricercare le parole, di farsi capire e
di comunicare in ogni modo. Invece Lorenzo
allenava se stesso scoprendo le parole
come se fossero nascoste.
Il mio cervello ha ricostruito il sistema del linguaggio in un’area
diversa da quella lesionata a causa dell’incidente. È stata una
grande vittoria e sono io che l’ho ottenuta. Mi sono “impuntato” con
le parole. Avevo un rapporto strano con la lingua, come quello di uno che non
sa l’italiano, ma sente le parole… Per formulare frasi semplici,
ho dovuto ricostruire strutture e funzioni, oltre al mio vocabolario mentale.
L’emozione
di capire
Adesso Lorenzo razionalizza tutto, ma subito
dopo l’incidente non capiva neppure
che cosa gli stesse capitando e faceva
a gesti difficili semplicissime domande,
come a dire Ma che cos’è questo? Quando
ha iniziato di nuovo ad avere parole,
ha detto mamma e poi, nel tempo,
sono uscite le parole che significano
parolacce. Normale, perché le
cose che conta più comunicare
sono le emozioni.
È stata un’esperienza fondamentale chi mi ha toccato e cambiato
in molte sfumature del mio carattere. Senza l’incidente il mio rapporto
con gli altri sarebbe più superficiale. Però sono arrivato dopo
cinque anni a questa saggezza. Subito mi chiedevo: “Ma perché proprio
a me?”. Sono stato fortunato a incontrare alcune persone (come la logopedista),
perché prima dell’incidente non avevo tante cose che ora invece
ho. Sicuramente ho una sensibilità molto diversa. Mi sono formato una
teoria: l’incidente ha provocato un percorso che mi ha segnato in positivo.
Io spesso lo riprendo e lo ripenso, magari nei momenti più consueti,
quando sono sul pullman per tornare da scuola.
Diversi aspetti che per i coetanei sono
importantissimi, come riconoscersi nel
gruppo per i vestiti simili o per il diario
di un certo tipo, per Lorenzo non contano.
Questo non significa che lui non si integri,
anche se è chiaro che c’è voluto
del tempo. Nessuno dei compagni di scuola
sa dell’incidente e del percorso
successivo. È stata una scelta di
coraggio e di normalità. Normalità che
diventa anche perdere un po’ di tempo
prima di fare i compiti, giocare con il
proprio fratello più giovane come
qualunque diciassettenne ha voglia di fare
e non ammetterebbe mai di fare…
Con i compagni non è stato facile.
Avevo la sensazione che davanti a me si comportassero
in un modo, dietro di me in un altro. Soprattutto
le ragazze. All’inizio avevo più paura
del giudizio degli altri, ero più suscettibile,
meno saggio: mi arrabbiavo subito. Adesso
la mia “filosofia” è quella
di passar sopra a eventuali insulti (del
tipo “Ma perché parli così?”).
Susanna Conti
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