Il bullismo è ormai un fenomeno
a livello europeo, indice di una crisi
sociale preoccupante. Dai cellulari che
riprendono scene a livello porno e le mettono
in rete ai ‘lividi dell’anima’ del
bullismo femminile. “E’ scomparso
il controllo che veniva esercitato dalle
famiglie e dalla comunità” afferma
Alberoni. Germania e Inghilterra battono
i record. Le responsabilità di una
scuola ‘neutra’ sui valori.
Quali modelli offriamo ai nostri ragazzi?
Sono almeno dieci anni che ci giriamo tra
le mani questa patata bollente. E sono
dieci anni che non sappiamo come affrontare
il problema. Il bullismo. Problema che,
ovviamente, si è incancrenito. Perché oggi,
a complicare le cose, abbiamo il telefonino
che scatta le foto sulla ragazzina nuda,
abbiamo Internet su cui mandarla in onda,
abbiamo genitori che continuano a dire “Mio
figlio? La Polizia? Ma sono solo ragazzate”.
E anche qualche preside che cerca di salvare
l’onore e il buon nome dell'Istituto
con dichiarazioni tipo “Tutto bene,
signora la marchesa... E poi ho tanto da
fare, scusatemi”.
Ma leggiamo quel che scriveva dieci anni fa Franco Garelli, oggi Preside alla
Facoltà di Scienze Politiche a Torino. “Nel nostro Paese circa il
35% dei bambini delle elementari e il 20% delle Medie inferiori si dichiara vittima
di qualche forme di violenza a scuola. Bullismo a scuola significa colpi proibiti,
furti, taglieggiamenti, offese pesanti, soprusi individuali e raid di gruppo.
Oltre a ciò è frequente l’isolamento fisico, lo stigma persistente,
la crudeltà psicologica. Siamo dunque ben oltre la categoria dei dispetti,
dei litigi, delle incomprensioni. Il fenomeno non è di poco conto e risulta
più esteso in Italia che altrove. È un gioco crudele e doloroso.
Le prime vittime, ieri come oggi, sono le ragazzine. Che lamentano da parte dei
maschi attenzioni e pressioni oscene. ‘Mi mettono le mani addosso, mi toccano
il sedere, il seno, e anche parti intime’ dichiarano alcune; altre denunciano
compagni che continuamente ‘mi chiamano puttana’, ‘che mi chiedono
quanto prendo all’ora e dove batto’. In altri casi si gioca alla
malattia infettiva, per cui chi tocca la vittima rimane contagiato e tutti si
ritraggono schifati. ‘E poi mettono in giro storie pazzesche, perché io
non ci sto’; oppure ‘mi ignorano del tutto, facendoti sentire una
merda’. Ma alcune ragazzine non sono da meno e diventano carnefici di altre
coetanee, intessendo ignobili storie e ricorrendo abbondantemente al turpiloquio” (F.
Garelli, La Stampa, 25 agosto 1997).
Ci mancava solo il morto. E c’è stato. Esattamente come negli stadi.
Anche lì le curve e la violenza sono pane domenicale. E c’è scappato
il morto. Pare con pochi ravvedimenti.
Alberoni: “Cosa
sta succedendo?”
Viviamo in un clima di violenza e di carenza
impressionante di responsabilizzazione.
Stiamo intaccando e distruggendo un patrimonio
di civiltà costruito faticosamente
in secoli. Lo scrive Francesco Alberoni
in un corsivo da prendere seriamente in
esame. Perché il clima e le esplosioni
di violenza sono pericolosi passi indietro
nel faticoso cammino di civilizzazione
della bestia uomo.
“Si diffonde sempre più tra i ragazzi e la ragazze dai 12 ai 16
anni, l’abitudine di fare sesso, di filmarlo con i cellulari e poi passarselo
fra amici e mandarlo in rete. L’iniziativa viene dai maschi più vecchi
di qualche anno, che convincono i più piccoli e le ragazzine. Quasi
sempre queste in seguito si pentono, restano traumatizzate, intervengono i
genitori, poi tutto ricomincia come prima.
Cosa sta succedendo?” si chiede Alberoni.
Che cerca di spiegare. “Per rispondere
dobbiamo partire da un dato biologico.
A questa età i giovani maschi hanno
due impulsi molto sviluppati: l’aggressività e
il sesso. E la loro sessualità,
a differenza di quella delle femmine, è totalmente
separata dagli affetti amorosi. Quando
possono fare quel che gli pare, costituiscono
delle bande aggressive, violente, con cui
dominano gli altri. Nella scuola italiana
si sono messi in moto gli stessi processi
che sono sempre esistiti nei ghetti degradati
delle metropoli, nelle favelas, dove comandano
bande di giovani violenti e le giovani
donne vengono schiavizzate e avviate alla
prostituzione.
E come mai succede? Perché è scomparso
il controllo che nel passato veniva esercitato
dalle famiglie e dalla comunità” .
E qui Alberoni tocca il tasto dolente di
una società allo sfascio. “Negli
ultimi decenni si è diffuso il convincimento
erroneo che il mondo dell’amore,
dei sentimenti delicati, delle buone maniere,
della lealtà e della legalità sia
qualcosa di naturale, di spontaneo. No. È il
prodotto di millenni di civilizzazione
e si conserva solo grazie alla continua
vigilanza della comunità, alla sua
costante azione educativa, alla sua continua
crescita culturale. Quando questo ordine
si rompe, per esempio in una guerra, vediamo
esplodere i comportamenti primordiali più brutali:
gli uomini torturano, stuprano, uccidono.
Basta lasciare giovani maschi e giovani
femmine insieme senza leggi, e ben presto
si forma un gruppo dominante di maschi
violenti e armati che schiavizzano gli
altri e monopolizzano tutte le femmine.
Cosa fanno i signori della guerra in Africa,
cosa fanno gli arabi nel Darfur?”.
L conclusione è evidente. “La
pura spontaneità non produce vivere
civile, ma solo paura, oppressione e arbitrio.
La civiltà è il prodotto
dell’educazione degli impulsi attraverso
la cultura, la moralità, la legge.
Soprattutto attraverso l’esempio.
E gli esempi che danno questi giovinastri
e le povere sciocche che li seguono, sono
disastrosi” (F. Alberoni, Sesso
e telefonini, l’amore sbagliato
dei ragazzi, Corriere della Sera,
16 aprile 2007).
Il bullismo femminile e i ‘ lividi
dell’anima’
C’è un bullismo dei giovani
maschi, prepotenti e brutali come scrive
Alberoni. Ma c’è anche, ed è in
crescita, un bullismo femminile, più sottile
ma più cattivo. “Quello femminile – osserva
Silvia Vegetti Finzi – è un
bullismo più psicologico rispetto
al modello maschile. È un sistema
di relazioni aggressive, molto violente
e che lasciano quelli che io chiamo ‘i
lividi dell’anima’: sono più difficili
da mandare via dei lividi veri. Chi è rifiutato
si accanisce nel voler entrare in quel
gruppo e non rivela a nessuno i suoi problemi.
Per questo è così difficile
individuare il bullismo al femminile”.
Chiara Bonetti è preside di una
scuola. “I maschi – fa notare – hanno
atteggiamenti macroscopici che gli insegnanti
riescono subito a individuare e arginare.
Con le bambine è più difficile.
A volte si creano situazioni di profonda
sofferenza: la ragazzina emarginata inizia
a rifiutare la scuola, si finge ammalata,
non parla. Spesso sono i genitori a segnalarcelo,
accusandoci di non aver colto certi segnali.
A quel punto cerchiamo di intervenire con
l’aiuto delle famiglie, magari chiedendo
un supporto psicologico esterno.” “Le
bulle, osserva un’altra insegnante,
stanno diventando un problema grave: con
i maschi basta una sgridata per ridefinire
i ruoli, mentre le ragazze covano rancore
e sono ambigue”.
Per dare un esempio di questa cattiveria,
citiamo un solo caso. Mentre si consumava
la tragedia di Matteo, il ragazzo che si
era gettato dal quarto piano perché “non
ce la faceva più” con le accuse
dei compagni di essere gay, in un’altra
cittadina si verificava un caso estremamente
odioso. Sputi e insulti: “Sei orrenda,
lavati perché puzzi”. “Hanno
cominciato appiccicandole dei cicles nei
capelli – raccontano i nonni della
ragazzina presa di mira – tanto che
abbiamo dovuto tagliarglieli più corti.
Una volta diversi compagni hanno sputato
su un foglio di carta e le hanno lavato
la faccia con quello. Quando tornava a
casa piangeva sempre, non voleva più andare
a scuola, le infilavano in tasca dei bigliettini
carichi di insulti”. Questo finché un’allieva
più sensibile ha raccontato tutto
agli insegnanti, esponendosi di persona
alle minacce degli amici delle ragazze
sospese.
In Germania e Inghilterra
Il
fenomeno del bullismo sta ormai propagandosi
nella civilissima Europa in maniera preoccupante.
In Germania un docente universitario di
pedagogia, Bernhard Bueb, per trent’anni
preside dell’esclusivo collegio di
Salem, istituto superiore ospitato in un
antico convento sul lago di Costanza, ha
scritto un pamphlet provocatorio dal titolo Elogio
della disciplina, uscito
da Rizzoli. 150.000 copie in Germania.
I titoli dei capitoli formano un originale
decalogo:
- occorre ritrovare
il coraggio di educare;
-
la libertà si
conquista con la disciplina;
-
potere assoluto
ai genitori;
-
la disciplina come terapia;
-
non bisogna
sempre discutere di tutto;
-
il disordine è causa
di dolore precoce;
-
per educare con giustizia
bisogna essere disposti a punire;
-
la famiglia
non è tutto;
-
l’uomo è interamente
uomo soltanto quando gioca;
-
il talento da
solo non basta.
Si resta un po’ perplessi davanti
a certe affermazioni, ma comunque è una
presa di posizione coraggiosa. Infatti
in Germania, parlare di disciplina e di
ordine risveglia fantasmi nazisti. I tedeschi
soffrono ancora di questo trauma e credono
che la richiesta di disciplina abbia il
sapore di una qualche nuova dittatura.
Ma la situazione peggiore, sotto questo
punto di vista, è quella inglese.
Le statistiche della violenza a scuola
sono le più alte d’Europa.
Il 50% dei professori è stato aggredito
fisicamente dagli alunni. Il 92% è stato
insultato o attaccato verbalmente. Il 37%
dei 443 docenti interrogati è stato
costretto a non andare al lavoro a causa
di ferite, di stress e depressione. E poi
minacce con il coltello, mobili usati come ‘armi’,
ecc. Molti insegnanti hanno trovato le
loro macchine danneggiate, indumenti e
libri sfregiati o distrutti. Gli adolescenti
inglesi sembrano essere i peggiori alunni
d’Europa, quelli che si ubriacano
e si drogano di più e hanno rapporti
sessuali prima dei loro coetanei d’Oltremanica.
La criminalità giovanile nella capitale è raddoppiata,
mentre a Manchester è triplicata,
tanto che viene ribattezzata Gunchester.
Del resto è noto chi sono e cosa
fanno i tifosi inglesi in trasferta al
seguito delle loro squadre. La loro violenza
mette sempre in allerta le varie Polizie.
Ubriacature, botte, seggiolini che volano,
bottiglie come proiettili.
Il nucleo del problema è come concepire
la scuola, quali finalità assegnarle.
Ridurre il problema educativo a fornire
istruzione e garantire disciplina non è centrare
il cuore del problema. Nel modello anglosassone
e in certe tendenze che si manifestano
anche da noi, l’insegnante è ridotto
a fornitore di istruzione e punto fermo.
Una certa retorica laicista vuole una scuola ’neutra’ sulle
grandi scelte del senso della vita, dei
valori da affermare e sui quali basare
l’esistenza, della visione dell’uomo
nel rapporto con la società, ecc.
O la scuola si impegna seriamente in tal
senso, oppure tradisce la sua missione.
Per fornire informazioni e notizie, basta
Internet.
A prescindere dai problemi della
scuola e per concludere col tema del bullismo,
dobbiamo farci qualche domanda: quali modelli
offriamo a questi ragazzi? Gli amori e
i perizoma del Grande Fratello? Le audaci
imprese degli eroi dell’Isola dei Famosi? Violenza
e veline, sopraffazione e sesso, assenza
di regole e di responsabilità, mancanza
di idee forti e consumismo sfrenato, famiglie
spaccate e adulti falliti. E allora cosa
pretendiamo?
Carlo Fiore
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