In questo numero
BULLISMO TRA VIOLENZA E PORNO di Carlo Fiore

 


Il bullismo è ormai un fenomeno a livello europeo, indice di una crisi sociale preoccupante. Dai cellulari che riprendono scene a livello porno e le mettono in rete ai ‘lividi dell’anima’ del bullismo femminile. “E’ scomparso il controllo che veniva esercitato dalle famiglie e dalla comunità” afferma Alberoni. Germania e Inghilterra battono i record. Le responsabilità di una scuola ‘neutra’ sui valori. Quali modelli offriamo ai nostri ragazzi?

Sono almeno dieci anni che ci giriamo tra le mani questa patata bollente. E sono dieci anni che non sappiamo come affrontare il problema. Il bullismo. Problema che, ovviamente, si è incancrenito. Perché oggi, a complicare le cose, abbiamo il telefonino che scatta le foto sulla ragazzina nuda, abbiamo Internet su cui mandarla in onda, abbiamo genitori che continuano a dire “Mio figlio? La Polizia? Ma sono solo ragazzate”. E anche qualche preside che cerca di salvare l’onore e il buon nome dell'Istituto con dichiarazioni tipo “Tutto bene, signora la marchesa... E poi ho tanto da fare, scusatemi”.
Ma leggiamo quel che scriveva dieci anni fa Franco Garelli, oggi Preside alla Facoltà di Scienze Politiche a Torino. “Nel nostro Paese circa il 35% dei bambini delle elementari e il 20% delle Medie inferiori si dichiara vittima di qualche forme di violenza a scuola. Bullismo a scuola significa colpi proibiti, furti, taglieggiamenti, offese pesanti, soprusi individuali e raid di gruppo. Oltre a ciò è frequente l’isolamento fisico, lo stigma persistente, la crudeltà psicologica. Siamo dunque ben oltre la categoria dei dispetti, dei litigi, delle incomprensioni. Il fenomeno non è di poco conto e risulta più esteso in Italia che altrove. È un gioco crudele e doloroso.
Le prime vittime, ieri come oggi, sono le ragazzine. Che lamentano da parte dei maschi attenzioni e pressioni oscene. ‘Mi mettono le mani addosso, mi toccano il sedere, il seno, e anche parti intime’ dichiarano alcune; altre denunciano compagni che continuamente ‘mi chiamano puttana’, ‘che mi chiedono quanto prendo all’ora e dove batto’. In altri casi si gioca alla malattia infettiva, per cui chi tocca la vittima rimane contagiato e tutti si ritraggono schifati. ‘E poi mettono in giro storie pazzesche, perché io non ci sto’; oppure ‘mi ignorano del tutto, facendoti sentire una merda’. Ma alcune ragazzine non sono da meno e diventano carnefici di altre coetanee, intessendo ignobili storie e ricorrendo abbondantemente al turpiloquio” (F. Garelli, La Stampa, 25 agosto 1997).
Ci mancava solo il morto. E c’è stato. Esattamente come negli stadi. Anche lì le curve e la violenza sono pane domenicale. E c’è scappato il morto. Pare con pochi ravvedimenti.

Alberoni: “Cosa sta succedendo?”
Viviamo in un clima di violenza e di carenza impressionante di responsabilizzazione. Stiamo intaccando e distruggendo un patrimonio di civiltà costruito faticosamente in secoli. Lo scrive Francesco Alberoni in un corsivo da prendere seriamente in esame. Perché il clima e le esplosioni di violenza sono pericolosi passi indietro nel faticoso cammino di civilizzazione della bestia uomo.
“Si diffonde sempre più tra i ragazzi e la ragazze dai 12 ai 16 anni, l’abitudine di fare sesso, di filmarlo con i cellulari e poi passarselo fra amici e mandarlo in rete. L’iniziativa viene dai maschi più vecchi di qualche anno, che convincono i più piccoli e le ragazzine. Quasi sempre queste in seguito si pentono, restano traumatizzate, intervengono i genitori, poi tutto ricomincia come prima.
Cosa sta succedendo?” si chiede Alberoni. Che cerca di spiegare. “Per rispondere dobbiamo partire da un dato biologico. A questa età i giovani maschi hanno due impulsi molto sviluppati: l’aggressività e il sesso. E la loro sessualità, a differenza di quella delle femmine, è totalmente separata dagli affetti amorosi. Quando possono fare quel che gli pare, costituiscono delle bande aggressive, violente, con cui dominano gli altri. Nella scuola italiana si sono messi in moto gli stessi processi che sono sempre esistiti nei ghetti degradati delle metropoli, nelle favelas, dove comandano bande di giovani violenti e le giovani donne vengono schiavizzate e avviate alla prostituzione.
E come mai succede? Perché è scomparso il controllo che nel passato veniva esercitato dalle famiglie e dalla comunità” . E qui Alberoni tocca il tasto dolente di una società allo sfascio. “Negli ultimi decenni si è diffuso il convincimento erroneo che il mondo dell’amore, dei sentimenti delicati, delle buone maniere, della lealtà e della legalità sia qualcosa di naturale, di spontaneo. No. È il prodotto di millenni di civilizzazione e si conserva solo grazie alla continua vigilanza della comunità, alla sua costante azione educativa, alla sua continua crescita culturale. Quando questo ordine si rompe, per esempio in una guerra, vediamo esplodere i comportamenti primordiali più brutali: gli uomini torturano, stuprano, uccidono. Basta lasciare giovani maschi e giovani femmine insieme senza leggi, e ben presto si forma un gruppo dominante di maschi violenti e armati che schiavizzano gli altri e monopolizzano tutte le femmine. Cosa fanno i signori della guerra in Africa, cosa fanno gli arabi nel Darfur?”. L conclusione è evidente. “La pura spontaneità non produce vivere civile, ma solo paura, oppressione e arbitrio. La civiltà è il prodotto dell’educazione degli impulsi attraverso la cultura, la moralità, la legge. Soprattutto attraverso l’esempio. E gli esempi che danno questi giovinastri e le povere sciocche che li seguono, sono disastrosi” (F. Alberoni, Sesso e telefonini, l’amore sbagliato dei ragazzi, Corriere della Sera, 16 aprile 2007).

Il bullismo femminile e i ‘ lividi dell’anima’
C’è un bullismo dei giovani maschi, prepotenti e brutali come scrive Alberoni. Ma c’è anche, ed è in crescita, un bullismo femminile, più sottile ma più cattivo. “Quello femminile – osserva Silvia Vegetti Finzi – è un bullismo più psicologico rispetto al modello maschile. È un sistema di relazioni aggressive, molto violente e che lasciano quelli che io chiamo ‘i lividi dell’anima’: sono più difficili da mandare via dei lividi veri. Chi è rifiutato si accanisce nel voler entrare in quel gruppo e non rivela a nessuno i suoi problemi. Per questo è così difficile individuare il bullismo al femminile”.
Chiara Bonetti è preside di una scuola. “I maschi – fa notare – hanno atteggiamenti macroscopici che gli insegnanti riescono subito a individuare e arginare. Con le bambine è più difficile. A volte si creano situazioni di profonda sofferenza: la ragazzina emarginata inizia a rifiutare la scuola, si finge ammalata, non parla. Spesso sono i genitori a segnalarcelo, accusandoci di non aver colto certi segnali. A quel punto cerchiamo di intervenire con l’aiuto delle famiglie, magari chiedendo un supporto psicologico esterno.” “Le bulle, osserva un’altra insegnante, stanno diventando un problema grave: con i maschi basta una sgridata per ridefinire i ruoli, mentre le ragazze covano rancore e sono ambigue”.
Per dare un esempio di questa cattiveria, citiamo un solo caso. Mentre si consumava la tragedia di Matteo, il ragazzo che si era gettato dal quarto piano perché “non ce la faceva più” con le accuse dei compagni di essere gay, in un’altra cittadina si verificava un caso estremamente odioso. Sputi e insulti: “Sei orrenda, lavati perché puzzi”. “Hanno cominciato appiccicandole dei cicles nei capelli – raccontano i nonni della ragazzina presa di mira – tanto che abbiamo dovuto tagliarglieli più corti. Una volta diversi compagni hanno sputato su un foglio di carta e le hanno lavato la faccia con quello. Quando tornava a casa piangeva sempre, non voleva più andare a scuola, le infilavano in tasca dei bigliettini carichi di insulti”. Questo finché un’allieva più sensibile ha raccontato tutto agli insegnanti, esponendosi di persona alle minacce degli amici delle ragazze sospese.

In Germania e Inghilterra
Il fenomeno del bullismo sta ormai propagandosi nella civilissima Europa in maniera preoccupante. In Germania un docente universitario di pedagogia, Bernhard Bueb, per trent’anni preside dell’esclusivo collegio di Salem, istituto superiore ospitato in un antico convento sul lago di Costanza, ha scritto un pamphlet provocatorio dal titolo Elogio della disciplina, uscito da Rizzoli. 150.000 copie in Germania. I titoli dei capitoli formano un originale decalogo:

- occorre ritrovare il coraggio di educare;
- la libertà si conquista con la disciplina;
- potere assoluto ai genitori;
- la disciplina come terapia;
- non bisogna sempre discutere di tutto;
- il disordine è causa di dolore precoce;
- per educare con giustizia bisogna essere disposti a punire;
- la famiglia non è tutto;
- l’uomo è interamente uomo soltanto quando gioca;
- il talento da solo non basta.

Si resta un po’ perplessi davanti a certe affermazioni, ma comunque è una presa di posizione coraggiosa. Infatti in Germania, parlare di disciplina e di ordine risveglia fantasmi nazisti. I tedeschi soffrono ancora di questo trauma e credono che la richiesta di disciplina abbia il sapore di una qualche nuova dittatura.
Ma la situazione peggiore, sotto questo punto di vista, è quella inglese. Le statistiche della violenza a scuola sono le più alte d’Europa. Il 50% dei professori è stato aggredito fisicamente dagli alunni. Il 92% è stato insultato o attaccato verbalmente. Il 37% dei 443 docenti interrogati è stato costretto a non andare al lavoro a causa di ferite, di stress e depressione. E poi minacce con il coltello, mobili usati come ‘armi’, ecc. Molti insegnanti hanno trovato le loro macchine danneggiate, indumenti e libri sfregiati o distrutti. Gli adolescenti inglesi sembrano essere i peggiori alunni d’Europa, quelli che si ubriacano e si drogano di più e hanno rapporti sessuali prima dei loro coetanei d’Oltremanica. La criminalità giovanile nella capitale è raddoppiata, mentre a Manchester è triplicata, tanto che viene ribattezzata Gunchester. Del resto è noto chi sono e cosa fanno i tifosi inglesi in trasferta al seguito delle loro squadre. La loro violenza mette sempre in allerta le varie Polizie. Ubriacature, botte, seggiolini che volano, bottiglie come proiettili.
Il nucleo del problema è come concepire la scuola, quali finalità assegnarle. Ridurre il problema educativo a fornire istruzione e garantire disciplina non è centrare il cuore del problema. Nel modello anglosassone e in certe tendenze che si manifestano anche da noi, l’insegnante è ridotto a fornitore di istruzione e punto fermo. Una certa retorica laicista vuole una scuola ’neutra’ sulle grandi scelte del senso della vita, dei valori da affermare e sui quali basare l’esistenza, della visione dell’uomo nel rapporto con la società, ecc. O la scuola si impegna seriamente in tal senso, oppure tradisce la sua missione. Per fornire informazioni e notizie, basta Internet.
A prescindere dai problemi della scuola e per concludere col tema del bullismo, dobbiamo farci qualche domanda: quali modelli offriamo a questi ragazzi? Gli amori e i perizoma del Grande Fratello? Le audaci imprese degli eroi dell’Isola dei Famosi? Violenza e veline, sopraffazione e sesso, assenza di regole e di responsabilità, mancanza di idee forti e consumismo sfrenato, famiglie spaccate e adulti falliti. E allora cosa pretendiamo?

Carlo Fiore

www.timeandmind.com