Avete
presente un parco ricoperto di un verde
prato? E avete presente quelle zone in
cui il calpestio di migliaia di passi nel
tempo ha rovinato l’erbetta fino
a mostrare la nuda terra? Ecco! Forse sono
riuscito a trovare la giusta immagine per
parlare di turismo nel mondo contemporaneo.
A voi sarebbero venute in mente altre visioni, probabilmente: paradisi tropicali,
le risate con gli amici in treno, rovine di civiltà antichissime, piatti
esotici dall’aspetto strano ma dal sapore accattivante o, al più,
voi seduti sulla valigia stracolma nel tentativo di chiuderla a pressione.
Giuste! Ma la mia può servire a descrivere gli effetti del modo attuale
di fare vacanza.
Il golf nel deserto
Se presto farete un viaggio, seppur breve,
rientrerete tra i 5 miliardi di turisti
che annualmente lasciano le proprie abitazioni
verso innumerevoli mete, alimentando
il fatturato dell’industria del
turismo che seconda solo a quella petrolifera,
supera i 4000 miliardi di dollari prodotti
nei dodici mesi. I numeri mentono un
po’ perché l’80% dei
viaggiatori ha casa in uno dei venti
Paesi del Nord del mondo. Chi è povero
difficilmente passa il ferragosto in
montagna e le sue spiagge sono off-limits.
Al turista ricco e straniero, invece, non
si dice mai no e, per accontentare ogni
sua richiesta, amene località vengono
trasformate in “paradisi artificiali” (e
fittizi), dei quali massima espressione
sono i villaggi vacanza: posti inaccessibili
alle popolazioni locali, se non per svolgere
mansioni di servizio, in cui i rapporti
umani restano tra occidentali, cioè tra
persone di culture sostanzialmente affini,
e il contatto con la realtà dei
luoghi che si visitano rimane alla curiosità di
pochi esterofili e dei coraggiosi.
Farci sentire “come se fossimo a
casa nostra” a migliaia di chilometri
di distanza dalle nostre quattro mura vuol
dire impiantare in altri Paesi modelli
di vita totalmente diversi, che rispondono
ai gusti di europei e americani: non si
rinuncia mica alla piadina o a un bel hamburger
solo perché si sta in Thailandia,
vero? O perchè privarsi del golf
su un bel prato inglese in un’area
desertica?
Ciò che tutto questo provoca è un
effetto di straniamento: i territori vengono
snaturati, spesso aggrediti da cemento
e ferro che si accumulano per offrire nuovi
alloggi a due passi dalle attrazioni.
Secondo Chiara Meriani, giornalista ed
esperta di turismo etico, «il turismo,
com’è stato concepito e realizzato
fino ad ora, ha spesso mangiato, consumato,
modificato i luoghi dove ha messo piede;
ha creato false aspettative, conoscenza
fittizia, immagini stereotipate».
L’adattamento di molte città alle
economie turistiche trasforma spesso l’anima
dei luoghi e quella delle persone che da
sempre li abitano, fino a sfilacciarne
l’identità culturale, le tradizioni
preesistenti e i sistemi di vita. Non è un
caso che siano forti le sirene della criminalità per
chi vedendo tanta ricchezza in casa propria
non ne può partecipare. Peggio è quando
attorno alle stravaganze e ai vizi dei
turisti si organizzano mercati illegali:
quello più grave della prostituzione
minorile e quello del commercio di specie
animali esotiche anche in via di estinzione,
solo per fare due esempi.
Spesso in tasca alla popolazioni indigene
entra ben poco: specie nei pacchetti all-inclusive, la
maggior parte dei proventi del turismo,
fino a toccare punte del 70 - 80%,vanno
ai tour operator che hanno le loro sedi
nei paesi di origine dei flussi turistici.
Ma senza andare troppo lontano il problema è sentito
anche dalle nostre parti e la salvaguardia
del patrimonio artistico e paesaggistico
di molte aree richiede azioni di sensibilizzazione
non solo di recupero (avete anche voi visto
antiche pitture murarie rovinate da incisioni
tipo “Kikka e Jenny sono state qui!”?!).
Il turista ha sempre torto
La presa di coscienza delle conseguenze
di un turismo che consuma è stata
favorita da amanti del vero turismo,
che credono che il viaggio è un’esperienza
dello spirito e non solo corporea: hanno
proposto iniziative concrete che mirano
oggi a costruire un modello alternativo
di viaggio.
Già negli anni ’90 il Touring
Club italiano si occupa della questione
e propone il Comitato Etico Internazionale
Turismo e Ambiente. Ad esso fanno
seguito l’associazione Ram (Roba
dell’Altro Mondo) e il Centro
di Attenzione al Turismo, da cui si
svilupperà il Forum italiano
del turismo responsabile.
Le parole d’ordine diventano rispetto
e conoscenza reciproca. «Quello che
si può ottenere - dice ancora Chiara
Meriani - è rendere il turista un
cittadino del mondo rispettoso delle altre
culture. Inoltre, si possono sensibilizzare
i viaggiatori alla realtà socio-economica
dei paesi meta delle vacanze e rendere
il loro comportamento il più corretto
possibile».
Il rispetto va rivolto alle località che
si visitano in cui si è ospiti e
come tali si gode di ciò che offrono
senza sentirsene padroni e pretendere i
comfort cui siamo abituati. Altrimenti
avremo strade lastricate d’oro, ma
l’oro è pur sempre un metallo
su cui non cresce neanche un filo d’erba.
Anche con le popolazioni locali si ipotizza
una relazione diversa: una relazione reale
di scambio e conoscenza reciproca, di arricchimento,
che consenta lo sviluppo dell’economia
locale senza violarla e chiederle di aderire
alle proprie esigenze. Relazioni di reciproco
riconoscimento invece che di tipo commerciale
in cui “il cliente ha sempre ragione”.
Le Istituzioni
e i numeri del turismo responsabile
L’importanza di questo ambito dell’economia è tale
che l’Unione europea sta valutando
la possibilità di creare un “Marchio
del Turismo Responsabile” per viaggi
a basso impatto ambientale. Sono invece
già redatte e utilizzate come riferimento
varie Carte e codici, tra cui la Carta
di Identità per Viaggi Sostenibili
dell’AITR (Associazione Italiana
Turismo Responsabile) e quella di Lanzarote
dell’Assembela della World Conference
on Sustainable Tourism, il Code
of Ethics for Tourists del North
America Coordinating Center for Responsible
Tourism e soprattutto il Codice mondiale
di etica del turismo redatto dall’OMT
(Organizzazione Mondiale del Turismo) nel
1999.
Tutte le organizzazioni coinvolte in questo
progetto hanno come punti cardine: la salvaguardia
degli ambienti originari dagli eco-mostri
e dalla cementificazione, una ricaduta
anche per le popolazioni locali dei vantaggi
economici derivanti dal turismo, la condivisione
delle tradizioni e delle culture presenti
nelle mete turistiche senza trasformarle
in esibizioni folkloristiche ad uso e consumo
dei paganti e delle loro macchine fotografiche
ma comprendendone il senso, il viaggio
come apertura mentale a nuovi mondi e non
solo periodo di relax con il cervello in standby.
Insomma, non mancano i riferimenti per
poter scegliere di uscire fuori dai soliti
pacchetti turistici. In Italia 15mila persone
hanno adottato uno stile responsabile nel
programmare le proprie vacanze e con il
passar del tempo crescono le occasioni
per scoprire questa nuova frontiera del
turismo: aumentano gli spazi espositivi,
nonché i tour operator che ne promuovono
gli ideali nelle Borse internazionali del
Turismo.
Afferma ancora Chiara Meriani: «Si
incomincia a prendere in considerazione
la regola, elaborata in ambiente anglosassone,
delle tre E: Economy, Ethics ed Environment
secondo la quale economia, etica ed ambiente
devono avere pari considerazione».
La speranza che accompagna i promotori
del turismo etico è che questo non
sia una moda per “sentirsi a posto” o
che permetta alle agenzie di viaggi di
attrarre nuovi clienti con l’illusione
di esperienze autentiche ma aiuti le diversità a
conoscersi ed apprezzarsi tra loro.
Spesso
le esperienze, i luoghi che si vivono,
si divorano senza gustarli fino in fondo
e senza capirne il vero valore. Sottrarle
alla logica dell’usa e getta, del “mi
serve per la mia felicità”,
trattarle con cura, come doni preziosi, come
realtà belle e irripetibili, è un
buon consiglio per chi parte…ma anche
per chi resterà a casa.
Gianluca Marasco
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