In questo numero
PRIMAVERA PER TUTTE di Patrizia Spagnolo

 


Se la violenta e intransigente “muttawa”, polizia religiosa dell’Arabia Saudita, becca una donna in compagnia di un uomo che non sia il figlio, il padre, il marito o il fratello, la punisce con la fustigazione e la deportazione. Una ragazza, se vuole comprare un telefono cellulare o aprire un conto corrente, deve chiedere l'autorizzazione del marito o dei familiari maschi; può circolare in strada o viaggiare soltanto se accompagnata da un “mahram” (custode maschio) e le viene proibito di guidare. E pensare che proprio una donna saudita circa un anno fa ha avuto il brevetto di pilota civile e oggi è al comando di un jet del principe Walid.
Le donne saudite sono mediamente istruite e in grado di inserirsi nel mondo del lavoro, ma all'Università, ad esempio, non possono frequentare le facoltà di ingegneria e legge e i programmi di studio spesso sono diversi da quelli dei loro coetanei maschi. Nonostante sia stato loro concesso di avere un proprio documento d’identità, meno del 10 per cento della popolazione femminile ne è entrato in possesso perché occorre, anche qui, l’autorizzazione degli uomini di casa.
Andiamo in Iran. Mahmoud Ahmadinejad, presidente in carica dal 3 agosto 2005, intende ridare all’islam il ruolo predominante nel Paese. In particolare, l’intensificazione delle misure per separare uomini e donne nei luoghi pubblici viene interpretata come tentativo di reprimere quella parte di società che potrebbe alimentare la ribellione al regime. Le donne, insieme con i giovani, sono infatti l’elemento più attivo della società iraniana: numerose le associazioni e le riviste femminili che, mentre si battono per l’abolizione di leggi che le discriminano, sono un potente elemento di innovazione per tutto il Paese.

Non solo burqa
Fermiamoci qui. È già abbastanza nota la condizione delle donne in alcuni posti del mondo, dove prima ancora della parità devono conquistare i più elementari diritti civili e la dignità di “persona”. E se pensate che quanto scritto finora voglia semplicemente sottolineare quanto siano fortunate le ragazze occidentali, beh, vi sbagliate. Perché le donne sono in posizione svantaggiata e spesso sottomessa anche nei Paesi, come il nostro, dove l’emancipazione femminile ha - avrebbe - fatto passi da gigante. Non occorre vedere il mondo dietro un burqa per sentirsi penalizzate, bastano anche una magliettina corta e un jeans a vita bassa.
Costruite come vuole la pubblicità, spugne impregnate di una libertà solo apparente, fragili affettivamente e piene di dubbi (come anche i loro coetanei maschietti), bombardate da immagini (ritoccate) che evocano bellezze impossibili, disinibite al punto da andare a letto col primo belloccio che le fila (anche se fidanzate da cinque anni): così vengono descritte, con molte generalizzazioni, le ragazze d’oggi. Che bel quadretto. Ma è davvero così? Si parla tanto di sesso facile e occasionale, di libertà sessuale. “Ma quale libertà! – sbotta Lucrezia, 16 anni – La mia famiglia mi mette paletti rigidissimi perché è convinta che sia molto facile che una ragazzina si faccia abbindolare da un cretino qualsiasi o venga addirittura stuprata”. Sentite invece cosa scrive Giulia su un blog: “Vi posso assicurare ke il mondo è kambiato e fa schifo, l’amore vero è rarissimo. Io ho solo 13anni e molte ragazze della mia età “la danno”, la loro biancheria si basa su perizomi e tanga, i reggiseni sono imbottiti. Vi rendete conto??????? Poche mie coetanee non sono così e anche io non sono così, capito?”.
Su un altro blog, una certa Amina, araba, va giù pesante, definendo cortigiane coloro che vanno in giro con ombelichi al vento, gambe e spalle scoperte. Ecco cosa ha scritto (e immaginate le reazioni): “La relativa facilità di stupro e la levità della pena sono effetti del consumismo sessuale e della sovraeccitazione sessuale che troviamo dappertutto. Si parla solo di quello in Tv, come se la gente non facesse altro con chiunque. In verità la donna occidentale vale assai poco, vista la facilità con cui si è ridotta all'ombra del desiderio maschile. Tutta abiti, trucchi, diete, ginnastica per il desiderio maschile, come se mai la donna vivesse per se stessa, per Dio, e mai fosse apprezzata per le sue qualità intellettuali, per la sua bravura ed il suo talento. E per fortuna le donne arabe non sono ossessionate dal peso”. Piaciuta la lezione?
Aldilà delle condanne morali, quanto può essere libera una donna che ha ancora paura di uscire la sera da sola e rischia reazioni di un certo tipo se esalta con alcuni capi di abbigliamento la sua femminilità? E con “reazioni” non intendiamo soltanto stupri e violenze. “Ho 15 anni, vesto magliettine corte e jeans a vita bassa e a volte vado a scuola con un po’ di trucco, ma non ho mai toccato una sigaretta, non vado col primo che capita, ho ottimi voti a scuola e mi impegno per il mio futuro - si sfoga Sara - Non capisco assolutamente chi dice che le nuove generazioni sono completamente perse, perché non è così. Non generalizzate. Sono una ragazza adolescente di questi tempi e nonostante le critiche sul modo di vestire ritengo di avere delle solide basi, i miei genitori sono presentissimi ma non mi impediscono assolutamente di vestirmi come voglio, sempre comunque nei limiti del buon gusto e della decenza”.

Capacità poco spendibili
L'Unione Europea ha deciso di dedicare l’anno 2007 alle pari opportunità, con iniziative di lotta contro le discriminazioni. Di fatto si continua a parlare delle donne come se avessero degli handicap e non fossero in grado di occuparsi di cose importanti. Se in Italia, per esempio, si parla così insistentemente di “quote rosa” nella politica è perché il gentil sesso è ancora escluso da questa sfera. Forse proprio perché è troppo “gentile”, stando a quanto sostiene Giovanni, 17 anni, intervistato a Torino tempo fa, nel corso di un’indagine del Centro Informagiovani del Comune, sulla parità tra i sessi: "Siamo molto diversi fisicamente e abbiamo approcci mentali alle cose e alle situazioni totalmente differenti: in media le ragazze sono molto più sensibili, si fanno coinvolgere troppo sia in ambito scolastico che lavorativo, soffrono molto di più le delusioni e difficilmente si risollevano in modo ottimista dai fallimenti. Il ragazzo è solitamente più forte nell'affrontare o superare determinate situazioni. Sono contento però del fatto che le donne oggi abbiano più opportunità di una volta, grazie anche al fatto che sono più istruite di un tempo, hanno meno vincoli familiari e domestici, hanno più facilità di movimento, quasi tutte hanno la patente e sono più disposte a spostamenti per lavoro o studio”.
Peccato, però, che il grado di istruzione e le capacità scolastiche dimostrate dalle ragazze continuino ad essere poco vendibili sul mercato e che, con l’aggravio della precarietà di oggi (che riguarda non solo il lavoro ma anche gli affetti), le donne debbano essere obbligate a sgomitare a costo di diventare aggressive, intimidendo così gli uomini a cui questa versione femminile non piace affatto. Una fatica tale - lavoro, vita di coppia, figli - che molte preferiscono smetterla di strangolarsi e fanno un passo indietro: sembra che oggi siano molte le donne a prendere questa decisione, giunte, volenti o nolenti, alla conclusione che per una donna carriera e famiglia non sono complementari ma alternative.

I soldi non bastano
Così disse circa un anno fa il prof. Stefano Zamagni, docente di Economia politica all’Università di Bologna: “Nella società postindustriale il concetto delle pari opportunità è ampiamente superato. Il problema è che non è concepibile che un essere umano, solo perché è donna, debba essere sottoposto ad una scelta tragica tra famiglia e professione. Allora le ragazze oggi manifestano, non in forma violenta come all’epoca del primo femminismo, ma rifiutando di fare figli. Le donne, così come gli uomini, vogliono affermare la propria identità nella famiglia e attraverso l’attività lavorativa. Il problema non può essere risolto alla vecchia maniera, dando soldi, perché non è un problema di soldi. Si vuol mandare un messaggio preciso: bisogna riorganizzare l’assetto sociale in maniera tale da rendere compatibili i tempi del lavoro con i tempi della famiglia. Dobbiamo dare a tutti, uomini e donne, la possibilità di lavorare e avere figli”.
Sul fronte delle pari opportunità l’Italia è in ritardo, si sa. Lo conferma un rapporto de Il Sole 24 Ore su “Donne e lavoro” uscito di recente. Pochi dati: il tasso di occupazione è del 45%, inferiore a ogni altro nell’Unione europea (l’obiettivo di Lisbona era del 60 per cento entro il 2010...). E questo non a causa della minore formazione rispetto agli uomini. Anzi. A parità di impiego, alle donne italiane si chiede una qualificazione molto superiore a quella che viene richiesta agli uomini.
La discriminazione femminile diventa ancora più evidente dopo, cioè nel trattamento sul lavoro: solo uno 0,8% delle dipendenti arriva a diventare manager e solo un 4,9% riesce ad assumere un ruolo di supervisione, a fronte di una probabilità più che doppia fra i maschi.
Consoliamoci, possiamo sempre guidare e andare in giro incustodite. A nostro rischio e pericolo, naturalmente.

Patrizia Spagnolo


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