Per la terza volta Dimensioni ha
chiesto a una persona che sa di scuola
(anche se non ci lavora direttamente) la
disponibilità a giocare il ruolo
di ministro della Pubblica Istruzione e
a dire che cosa farebbe se davvero fosse
il Ministro. Questa volta il giocatore
si complica volutamente le regole: si dà un background e
una carta di ruolo diversi da quelli reali.
Pertanto non ci dice che cosa farebbe lui/lei
al posto del Ministro, ma che cosa farebbe
se fosse un uomo-della-strada al quale
toccasse di fare il Ministro. Doppio salto
di ruolo, con lo scopo preciso di dire
cose che sembrano banali, ma che sono invece “normali” e
cioè fattibili, realistiche e piene
di intelligenza. In tondo le parole del
giocatore, in corsivo quelle di Dimensioni.
Costruire sul positivo
«La prima cosa che farei come Ministro è importantissima: valuterei
bene quello che ha proposto chi mi ha preceduto ed eviterei di rifiutare in
blocco quello che c’è già. Tutti noi abbiamo visto tanti
disegni di riforma, ma ogni volta che cambiano i ministri si ricomincia tutto
da zero. I motivi sono politici, ma spesso i motivi politici sono diversi dal
bene pubblico». Domenico Parisi, che è un direttore di ricerca
del Centro Nazionale Ricerche e si occupa dei processi della mente umana e
dei suoi linguaggi, in un suo libro intitolato Scuola.it, dice che
qualcuno d’altri tempi, se ritornasse al mondo, troverebbe tutto cambiato eccetto
la scuola. Insomma, nel mondo della scuola si mutano di frequente ministri,
esperti, commissioni, progetti e il risultato è che tutto resta sempre
uguale. Cambiano solo (un po’) gli esami di Stato.
«Salverei tutto il positivo che è già stato fatto e andrei
avanti. Sarebbe meglio una riforma imperfetta ma applicata su cui lavorare,
piuttosto che il niente. Vorrei una scuola seria: una scuola democratica, ma
non “sbracata”, una scuola che formi e che non sia indifferente
alle persone». Una scuola seria per davvero, non solo all’apparenza.
Giusto che i ragazzi con debiti non siano ammessi all’esame di Stato:
ma se non cambia (o se non nasce) la didattica per il recupero reale dei debiti,
o i debiti si cancellano oppure ci si affida ad insegnanti straordinari, che
inventano percorsi e strumenti e che sono eroi per volontariato.
«Mi impegnerei molto per formare gli insegnanti. Di fronte alle nuove
tecnologie, a volte le persone sono sprovvedute e non per colpa loro. Gli insegnanti
devono essere rassicurati per poter accettare che siano continuamente messe
in crisi le loro conoscenze, devono trovare motivazioni per imparare e cambiare
in modo permanente. Il fatto è che spesso si trovano persone motivate,
nonostante tutto, persone che si sono tirate su le maniche per fare, per crescere,
per far crescere gli altri». Il giocatore dà un indizio sulla
sua identità: ricorda la sua esperienza lavorativa intrecciata con la
storia della scuola-comunità di Capànnori (vicino a Lucca), dove
il percorso difficile per integrare davvero i bambini disabili è stato
entusiasmante, ancorché in gran parte fatto di volontariato. «Il
rischio che si corre è che nella scuola finiscano persone che fanno
scuola tanto per fare».
«Lavorerei anche sulle strutture: non ne ho mai trovate che fossero davvero
adeguate ed efficienti. Le aule di informatica ci sono, ma sono sovraffollate,
oppure si sceglie di far stare lì i ragazzi disabili, così questi
studenti non stanno in classe. Oppure ancora ci sono dei turni e si rischia
di dover smettere un lavoro a metà perché è l’ora
di un’altra classe. Di nuovo, i problemi diminuiscono là dove
c’è iniziativa personale, che significa ore in più di volontariato». Un
altro indizio: nell’attività reale del giocatore c’è l’informatica
collegata con la scuola.
Una scuola non “indifferente”
«Vorrei ridare agli insegnanti la chiarezza del loro compito. Ora chi
insegna è affogato in un mare di proposte, di progetti, di piani da
redigere e da inventare. Il lavoro di scuola dovrebbe essere lineare e contemporaneamente
difficilissimo e importantissimo: far imparare a leggere, scrivere e far di
conto (ai diversi livelli, si capisce), ma insieme valorizzare, motivare, ascoltare
le persone, far lavorare bambini e ragazzi assegnando loro responsabilità». Una
scuola fatta di persone non indifferenti alle altre persone.
«Si ritorna sempre alla formazione: quello dell’insegnante non è un
mestiere che si può improvvisare, soprattutto quello di insegnante di
sostegno». Seminando indizi sulla sua vita reale, il giocatore “uomo-della-strada” racconta
di esperienze bellissime, per le quali il suo lavoro lo ha portato nelle scuole:
bambini provenienti da aree diverse del mondo che hanno preparato un “dizionario
dell’amicizia”, classi di scuole elementari in cui l’integrazione
dei bambini stranieri è una realtà vissuta e condivisa, mamme
arabe e cinesi al lavoro nei laboratori informatici assieme ai loro figli…
La voglia di scuola
«Vorrei far tornare, far crescere, far vivere la voglia di scuola». È evidente
che, a questo punto, non c’entra più il ruolo del Ministro, né quello
dell’uomo-della-strada. La voglia di scuola è un sentimento, un
modo di essere, un rapporto con gli altri che fa “sapere insieme”.
La voglia di scuola è un testimone che ti ha passato qualcuno per affetto,
qualcuno che certamente c’è anche nella vita del Ministro, quello
vero di adesso e quello vero di prima.
Così il giocatore smette di giocare
e ridiventa chi è e cioè Giovanna
Turrini. Ricorda quando era Giovanna piccolina
e andava a dormire nel letto con la sua
mamma che faceva la guardarobiera (il papà non
c’era più). Facevano le ore
piccole a leggere qualsiasi cosa che le
portasse assieme in un mondo diverso, che
aprisse scenari alla curiosità di
bambino. Leggevano assieme e la mamma (che
non era una donna di scuola e non era nemmeno
colta della cultura ufficiale) faceva la
cosa più importante che deve fare
chiunque formi un’altra persona:
la mamma di Giovanna formava in sua figlia
l’entusiasmo di sapere.
Adesso Giovanna Turrini è una persona
piena d’entusiasmo che lavora a Pisa,
all’Istituto di Linguistica Computazionale
del Centro Nazionale Ricerche. Due informazioni
per capire: 1. il CNR è il posto
dove ci sono teste magnifiche che fanno
ricerca (con difficoltà di finanziamenti,
magari…); 2. Giovanna Turrini, tra
le altre cose, ha ideato, costruito, fatto
crescere un dizionario informatico per
bambini in cui le definizioni sono scritte
da bambini. Si chiama Addizionario.
Giovanna lo ha fatto e lo ha portato nelle
scuole, dove lo ha fatto crescere ancora
insieme ai bambini, in Italia e in giro
per il mondo, ad esempio in Messico con
i bambini purepecha.
C’è un motivo per cui sta
ricorrendo così spesso la parola bambino.
Ecco una definizione della parola bambino che
si trova in Addizionario:
"persona molto giovane destinata a diventare
vecchia se nel frattempo non incontra
ostacoli"
Vedete come sono i bambini? Dicono cose
importantissime facendo finta di dire cose
normali e quasi banali. Come ha fatto Giovanna
Turrini facendo il Ministro con le parole
dell’uomo-della-strada.
Vorrei aggiungere un aneddoto personale:
sono stata con Giovanna Turrini al CNR e
siamo andate assieme a mangiare in mensa.
Lì c’era lei che ha fatto Addizionario,
c’era Picchi che ha inventato il sistema
di interrogazione informatica per tutta quanta
la letteratura italiana su CD, c’era
Cappelli che (assieme ad altri) ha creato
un dizionario macchina che analizza qualunque
testo latino gli si presenti… Uno
immagina che teste così si nutrano
del pane degli angeli (come diceva Dante
nel Convivio). Invece Picchi e Cappelli,
in jeans, e Giovanna insieme a me avevano
un normale vassoio self service.
Qual giorno, in mensa, c’erano i fagioli
alla toscana. Intelligenza è saper
dire e fare le cose normali.
Susanna Conti
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