In questo numero
IDEE SERIE SULLA SCUOLA di Susanna Conti

L’opinione dell’uomo della strada…
… con alcune sorprese sulla sua vera identità


Per la terza volta Dimensioni ha chiesto a una persona che sa di scuola (anche se non ci lavora direttamente) la disponibilità a giocare il ruolo di ministro della Pubblica Istruzione e a dire che cosa farebbe se davvero fosse il Ministro. Questa volta il giocatore si complica volutamente le regole: si dà un background e una carta di ruolo diversi da quelli reali. Pertanto non ci dice che cosa farebbe lui/lei al posto del Ministro, ma che cosa farebbe se fosse un uomo-della-strada al quale toccasse di fare il Ministro. Doppio salto di ruolo, con lo scopo preciso di dire cose che sembrano banali, ma che sono invece “normali” e cioè fattibili, realistiche e piene di intelligenza. In tondo le parole del giocatore, in corsivo quelle di Dimensioni.

Costruire sul positivo
«La prima cosa che farei come Ministro è importantissima: valuterei bene quello che ha proposto chi mi ha preceduto ed eviterei di rifiutare in blocco quello che c’è già. Tutti noi abbiamo visto tanti disegni di riforma, ma ogni volta che cambiano i ministri si ricomincia tutto da zero. I motivi sono politici, ma spesso i motivi politici sono diversi dal bene pubblico». Domenico Parisi, che è un direttore di ricerca del Centro Nazionale Ricerche e si occupa dei processi della mente umana e dei suoi linguaggi, in un suo libro intitolato Scuola.it, dice che qualcuno d’altri tempi, se ritornasse al mondo, troverebbe tutto cambiato eccetto la scuola. Insomma, nel mondo della scuola si mutano di frequente ministri, esperti, commissioni, progetti e il risultato è che tutto resta sempre uguale. Cambiano solo (un po’) gli esami di Stato.
«Salverei tutto il positivo che è già stato fatto e andrei avanti. Sarebbe meglio una riforma imperfetta ma applicata su cui lavorare, piuttosto che il niente. Vorrei una scuola seria: una scuola democratica, ma non “sbracata”, una scuola che formi e che non sia indifferente alle persone». Una scuola seria per davvero, non solo all’apparenza. Giusto che i ragazzi con debiti non siano ammessi all’esame di Stato: ma se non cambia (o se non nasce) la didattica per il recupero reale dei debiti, o i debiti si cancellano oppure ci si affida ad insegnanti straordinari, che inventano percorsi e strumenti e che sono eroi per volontariato.
«Mi impegnerei molto per formare gli insegnanti. Di fronte alle nuove tecnologie, a volte le persone sono sprovvedute e non per colpa loro. Gli insegnanti devono essere rassicurati per poter accettare che siano continuamente messe in crisi le loro conoscenze, devono trovare motivazioni per imparare e cambiare in modo permanente. Il fatto è che spesso si trovano persone motivate, nonostante tutto, persone che si sono tirate su le maniche per fare, per crescere, per far crescere gli altri». Il giocatore dà un indizio sulla sua identità: ricorda la sua esperienza lavorativa intrecciata con la storia della scuola-comunità di Capànnori (vicino a Lucca), dove il percorso difficile per integrare davvero i bambini disabili è stato entusiasmante, ancorché in gran parte fatto di volontariato. «Il rischio che si corre è che nella scuola finiscano persone che fanno scuola tanto per fare».
«Lavorerei anche sulle strutture: non ne ho mai trovate che fossero davvero adeguate ed efficienti. Le aule di informatica ci sono, ma sono sovraffollate, oppure si sceglie di far stare lì i ragazzi disabili, così questi studenti non stanno in classe. Oppure ancora ci sono dei turni e si rischia di dover smettere un lavoro a metà perché è l’ora di un’altra classe. Di nuovo, i problemi diminuiscono là dove c’è iniziativa personale, che significa ore in più di volontariato». Un altro indizio: nell’attività reale del giocatore c’è l’informatica collegata con la scuola.

Una scuola non “indifferente”
«Vorrei ridare agli insegnanti la chiarezza del loro compito. Ora chi insegna è affogato in un mare di proposte, di progetti, di piani da redigere e da inventare. Il lavoro di scuola dovrebbe essere lineare e contemporaneamente difficilissimo e importantissimo: far imparare a leggere, scrivere e far di conto (ai diversi livelli, si capisce), ma insieme valorizzare, motivare, ascoltare le persone, far lavorare bambini e ragazzi assegnando loro responsabilità». Una scuola fatta di persone non indifferenti alle altre persone.
«Si ritorna sempre alla formazione: quello dell’insegnante non è un mestiere che si può improvvisare, soprattutto quello di insegnante di sostegno». Seminando indizi sulla sua vita reale, il giocatore “uomo-della-strada” racconta di esperienze bellissime, per le quali il suo lavoro lo ha portato nelle scuole: bambini provenienti da aree diverse del mondo che hanno preparato un “dizionario dell’amicizia”, classi di scuole elementari in cui l’integrazione dei bambini stranieri è una realtà vissuta e condivisa, mamme arabe e cinesi al lavoro nei laboratori informatici assieme ai loro figli

La voglia di scuola
«Vorrei far tornare, far crescere, far vivere la voglia di scuola». È evidente che, a questo punto, non c’entra più il ruolo del Ministro, né quello dell’uomo-della-strada. La voglia di scuola è un sentimento, un modo di essere, un rapporto con gli altri che fa “sapere insieme”. La voglia di scuola è un testimone che ti ha passato qualcuno per affetto, qualcuno che certamente c’è anche nella vita del Ministro, quello vero di adesso e quello vero di prima.
Così il giocatore smette di giocare e ridiventa chi è e cioè Giovanna Turrini. Ricorda quando era Giovanna piccolina e andava a dormire nel letto con la sua mamma che faceva la guardarobiera (il papà non c’era più). Facevano le ore piccole a leggere qualsiasi cosa che le portasse assieme in un mondo diverso, che aprisse scenari alla curiosità di bambino. Leggevano assieme e la mamma (che non era una donna di scuola e non era nemmeno colta della cultura ufficiale) faceva la cosa più importante che deve fare chiunque formi un’altra persona: la mamma di Giovanna formava in sua figlia l’entusiasmo di sapere.
Adesso Giovanna Turrini è una persona piena d’entusiasmo che lavora a Pisa, all’Istituto di Linguistica Computazionale del Centro Nazionale Ricerche. Due informazioni per capire: 1. il CNR è il posto dove ci sono teste magnifiche che fanno ricerca (con difficoltà di finanziamenti, magari…); 2. Giovanna Turrini, tra le altre cose, ha ideato, costruito, fatto crescere un dizionario informatico per bambini in cui le definizioni sono scritte da bambini. Si chiama Addizionario. Giovanna lo ha fatto e lo ha portato nelle scuole, dove lo ha fatto crescere ancora insieme ai bambini, in Italia e in giro per il mondo, ad esempio in Messico con i bambini purepecha.
C’è un motivo per cui sta ricorrendo così spesso la parola bambino. Ecco una definizione della parola bambino che si trova in Addizionario:

"persona molto giovane destinata a diventare vecchia se nel frattempo non incontra ostacoli"

Vedete come sono i bambini? Dicono cose importantissime facendo finta di dire cose normali e quasi banali. Come ha fatto Giovanna Turrini facendo il Ministro con le parole dell’uomo-della-strada.

Vorrei aggiungere un aneddoto personale: sono stata con Giovanna Turrini al CNR e siamo andate assieme a mangiare in mensa. Lì c’era lei che ha fatto Addizionario, c’era Picchi che ha inventato il sistema di interrogazione informatica per tutta quanta la letteratura italiana su CD, c’era Cappelli che (assieme ad altri) ha creato un dizionario macchina che analizza qualunque testo latino gli si presenti… Uno immagina che teste così si nutrano del pane degli angeli (come diceva Dante nel Convivio). Invece Picchi e Cappelli, in jeans, e Giovanna insieme a me avevano un normale vassoio self service. Qual giorno, in mensa, c’erano i fagioli alla toscana. Intelligenza è saper dire e fare le cose normali.

Susanna Conti

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