In questo numero
CHI HA MESCOLATO I RUOLI? E HA CONFUSO LE REGOLE DEL GIOCO... di Susanna Conti

 


A ciascuno il suo ruolo
Abbiamo chiesto a una persona che conosce benissimo gli adolescenti, ma anche i prof e anche i genitori, perché ha un osservatorio molto speciale: infatti è una psicoterapeuta, di dirci qualcosa sulla realtà della scuola. Nelly Tresso è responsabile del servizio psicologico dell’ospedale Koelliker di Torino e con le persone sta tutto il giorno, ad ascoltarle, a parlare con loro, ad aiutarle tutte a capire meglio se stesse. Sulla sua carta di ruolo ci sono pertanto queste caratteristiche:

  1. competenza
  2. solidità
  3. esperienza
  4. umanità
  5. capacità di mettersi dal punto di vista degli altri
  6. capacità di meritare fiducia.

Nelly Tresso rivoluziona subito il gioco. In uno scenario come quello della scuola (e del mondo intorno) in cui nessuno fa più (o riesce più a fare) quello che dovrebbe, è urgente che ciascuno recuperi il proprio ruolo specifico. Ci sono insegnanti che fanno gli psicologi, genitori che fanno i docenti o gli esperti di comunicazione, presidi che fanno gli amici degli studenti, bidelli che sono obbligati spesso a fare i sorveglianti e i carabinieri, studenti che non ci capiscono più niente e che magari si prendono anche le colpe, perché in giro si dice di loro che sono ignoranti, senza regole, senza ideali e senza valori.
Segue il nostro dialogo con lei. Al solito, in tondo le sue parole, in corsivo quelle di Dimensioni.

Anche le regole hanno bisogno di valori
«Gli insegnanti non ne possono più… Sono in crisi, perché i ragazzi non sono più capaci di accettare relazioni di gerarchia. Si cerca di ricostruire regole, ma è la famiglia a dover stare dietro: si devono insegnare valori di base da condividere, dai quali le regole ricevano senso. Quando tornavo io a casa da scuola e mi lamentavo di un professore, i miei genitori dicevano immediatamente che aveva ragione lui. Adesso i genitori dicono subito che il prof è qualcosa di irriferibile…». È chiaro che non è mai stato tutto perfetto, ma al professore di una volta si riconosceva autorevolezza ed è sul rispetto che si costruisce fiducia.
«Sono in imbarazzo: mi sento reazionaria». Per la nostra generazione “reazionario” è una brutta parola. Noi non lo siamo mai stati e non vogliamo esserlo, eppure in questo mondo d’apparenza ci sentiamo così ogni volta che diciamo cose importanti perché in quelle crediamo e non perché cerchiamo audience e share. «Molti dicono che gli insegnanti lavorano poco. Non è vero: sono moltissime le persone che si aggiornano e studiano. Sono certamente sottopagate rispetto al resto d’Europa. Non sono riconosciute». È insomma una perdita di ruolo
«A noi, in Italia, manca moltissimo il senso dell’istituzione. Nel resto d’Europa non è così, forse per ragioni storiche. Noi non ci fidiamo di chi sta di là dallo sportello delle poste, del controllore in treno… Da parte delle famiglie non c’è fiducia nelle persone che fanno la scuola». Famiglie e insegnanti dovrebbero procedere assieme, concordare un progetto per i ragazzi. Invece spesso c’è reciproca diffidenza. E la scuola diventa sempre più un servizio (criticato di inefficienza) e sempre meno un’istituzione. Anzi, oramai è un prodotto di mercato. Basti pensare alla pubblicità sui muri e sugli autobus in tempo di pre-iscrizioni
«Non ha senso dare colpa ai ragazzi. Il fatto è che non c’è più la famiglia dietro. I genitori hanno paura di assumere un ruolo genitoriale. Non osano dire dei no, non osano dare dai valori. I ragazzi così sono confusi. Vanno certamente meglio quelli che sono stati educati con “paletti” chiari e definiti». I grandi hanno fatto troppo gli amici e per i ragazzi è più difficile crescere, costruirsi. Un esempio banale, ma reale e chiaro: il preside convoca più volte alla settimana il padre di Federico, perché Federico arriva in classe regolarmente in ritardo. Il padre commenta che sono tutte storie, che il figlio lo accompagna lui, che c’è traffico perché stanno costruendo un ramo della metropolitana. Dice che questa scuola non fa crescere suo figlio. Uscire di casa prima è una soluzione da non considerare nemmeno. E Federico si perde non solo metà dell’Infinito di Leopardi, ma anche il sano piacere di prendersi l’autobus con i suoi amici e di dire con loro quel che vuole.

Un ruolo eterno da ragazzi
«L’infanzia e l’adolescenza sono prolungate. Gli adulti non lasciano crescere i figli perché vogliono che non passi il tempo. Mantenere i figli eterni ragazzi permette ai genitori di essere eterni narcisi». Basta davvero guardarsi intorno: la farmacista (con figlio universitario) camice aperto e pantaloni a vita bassa, il padre sportivo (o nonno giovanile?) jeans consumati sul ginocchio e giubbotto da trekking, la prof (anche lei) magliettina emporio Armani e scarpe Silver mentre interroga di biologia. Tutti curatissimi finti “smandruppati”. «Mia nonna accettava di diventare anziana. Noi ci mettiamo tutte quante le creme sul viso».
«I ragazzi faticano a crescere perché non hanno più quell’aggressività sana che avevano una volta contro i genitori “autoritari” e contro l’esterno. Quella che faceva avere voglia di costruirsi le proprie scelte, le proprie idee. È una società “senza padri”. Il guaio è che molti ragazzi, adesso, rivolgono l’aggressività contro di sé». Ci ricordiamo assieme del film L’attimo fuggente: di Robin Williams professore in un college americano c’eravamo innamorate tutte. Però finiva che il prof compagnone non riusciva a presentarsi con un’autorevolezza tale da mediare l’autoritarismo di un padre severo: era un affascinante modello alternativo, ma un ragazzo moriva suicida.
«È anche una società in cui sono cambiate le madri. È vero: sono necessari due stipendi, però fino ad alcuni decenni fa il compito delle madri era soprattutto esserci, essere presenti». Molti studenti raccontano che tra loro e le madri si comunica spesso attaccando i post it sul frigo, neanche gli SMS, perché le madri, quando sono fuori, non mettono gli occhiali e senza occhiali non leggono. E poi è colpa del mondo e di nessuno di noi, ma sono necessari due stipendi anche perché c’è questo tipo di consumi. Se mio figlio non ha le scarpe griffate, non si sente come gli altri
«È un problema degli adulti». Anche degli adulti che fanno la scuola. Abbiamo passato tanto tempo a fare assieme ai ragazzi le gite scolastiche, le uscite pomeridiane, le sessioni di chat, a usare il loro linguaggio e a vestirci come loro. Poi abbiamo capito che c’era qualcosa che non andava, ma invece di costruire un progetto assieme ai genitori, abbiamo spesso rinunciato a educare e ci limitiamo a istruire. Così i ragazzi vengono a scuola, ascoltano (forse) e fanno verifiche strutturate: tutti amici, ma in sostanza non si dialoga quasi mai e quasi più. Così non cresce nessuno.

Susanna Conti

www.timeandmind.com