A ciascuno il suo ruolo
Abbiamo chiesto a una persona che conosce benissimo gli adolescenti, ma anche
i prof e anche i genitori, perché ha un osservatorio molto speciale:
infatti è una psicoterapeuta, di dirci qualcosa sulla realtà della
scuola. Nelly Tresso è responsabile del servizio psicologico dell’ospedale
Koelliker di Torino e con le persone sta tutto il giorno, ad ascoltarle, a
parlare con loro, ad aiutarle tutte a capire meglio se stesse. Sulla sua carta
di ruolo ci sono pertanto queste caratteristiche:
- competenza
- solidità
- esperienza
- umanità
- capacità di mettersi dal punto
di vista degli altri
- capacità di meritare fiducia.
Nelly Tresso rivoluziona subito il gioco.
In uno scenario come quello della scuola
(e del mondo intorno) in cui nessuno fa
più (o riesce più a fare)
quello che dovrebbe, è urgente che
ciascuno recuperi il proprio ruolo specifico.
Ci sono insegnanti che fanno gli psicologi,
genitori che fanno i docenti o gli esperti
di comunicazione, presidi che fanno gli
amici degli studenti, bidelli che sono
obbligati spesso a fare i sorveglianti
e i carabinieri, studenti che non ci capiscono
più niente e che magari si prendono
anche le colpe, perché in giro si
dice di loro che sono ignoranti, senza
regole, senza ideali e senza valori.
Segue il nostro dialogo con lei. Al solito,
in tondo le sue parole, in corsivo quelle
di Dimensioni.
Anche le regole hanno bisogno
di valori
«Gli insegnanti non ne possono più… Sono in crisi, perché i
ragazzi non sono più capaci di accettare relazioni di gerarchia. Si
cerca di ricostruire regole, ma è la famiglia a dover stare dietro:
si devono insegnare valori di base da condividere, dai quali le regole ricevano
senso. Quando tornavo io a casa da scuola e mi lamentavo di un professore,
i miei genitori dicevano immediatamente che aveva ragione lui. Adesso i genitori
dicono subito che il prof è qualcosa di irriferibile…». È chiaro
che non è mai stato tutto perfetto, ma al professore di una volta si
riconosceva autorevolezza ed è sul rispetto che si costruisce fiducia.
«Sono in imbarazzo: mi sento reazionaria». Per la nostra generazione “reazionario” è una
brutta parola. Noi non lo siamo mai stati e non vogliamo esserlo, eppure in
questo mondo d’apparenza ci sentiamo così ogni volta che diciamo
cose importanti perché in quelle crediamo e non perché cerchiamo audience e share. «Molti
dicono che gli insegnanti lavorano poco. Non è vero: sono moltissime
le persone che si aggiornano e studiano. Sono certamente sottopagate rispetto
al resto d’Europa. Non sono riconosciute». È insomma
una perdita di ruolo…
«A noi, in Italia, manca moltissimo il senso dell’istituzione.
Nel resto d’Europa non è così, forse per ragioni storiche.
Noi non ci fidiamo di chi sta di là dallo sportello delle poste, del
controllore in treno… Da parte delle famiglie non c’è fiducia
nelle persone che fanno la scuola». Famiglie e insegnanti dovrebbero
procedere assieme, concordare un progetto per i ragazzi. Invece spesso c’è reciproca
diffidenza. E la scuola diventa sempre più un servizio (criticato di
inefficienza) e sempre meno un’istituzione. Anzi, oramai è un
prodotto di mercato. Basti pensare alla pubblicità sui muri e sugli
autobus in tempo di pre-iscrizioni…
«Non ha senso dare colpa ai ragazzi. Il fatto è che non c’è più la
famiglia dietro. I genitori hanno paura di assumere un ruolo genitoriale. Non
osano dire dei no, non osano dare dai valori. I ragazzi così sono confusi.
Vanno certamente meglio quelli che sono stati educati con “paletti” chiari
e definiti». I grandi hanno fatto troppo gli amici e per i ragazzi è più difficile
crescere, costruirsi. Un esempio banale, ma reale e chiaro: il preside convoca
più volte alla settimana il padre di Federico, perché Federico
arriva in classe regolarmente in ritardo. Il padre commenta che sono tutte
storie, che il figlio lo accompagna lui, che c’è traffico perché stanno
costruendo un ramo della metropolitana. Dice che questa scuola non fa crescere
suo figlio. Uscire di casa prima è una soluzione da non considerare
nemmeno. E Federico si perde non solo metà dell’Infinito di
Leopardi, ma anche il sano piacere di prendersi l’autobus con i suoi
amici e di dire con loro quel che vuole.
Un ruolo eterno da ragazzi
«L’infanzia e l’adolescenza sono prolungate. Gli adulti non
lasciano crescere i figli perché vogliono che non passi il tempo. Mantenere
i figli eterni ragazzi permette ai genitori di essere eterni narcisi». Basta
davvero guardarsi intorno: la farmacista (con figlio universitario) camice
aperto e pantaloni a vita bassa, il padre sportivo (o nonno giovanile?) jeans
consumati sul ginocchio e giubbotto da trekking, la prof (anche lei) magliettina
emporio Armani e scarpe Silver mentre interroga di biologia. Tutti curatissimi
finti “smandruppati”. «Mia nonna accettava di diventare
anziana. Noi ci mettiamo tutte quante le creme sul viso».
«I ragazzi faticano a crescere perché non hanno più quell’aggressività sana
che avevano una volta contro i genitori “autoritari” e contro l’esterno.
Quella che faceva avere voglia di costruirsi le proprie scelte, le proprie
idee. È una società “senza padri”. Il guaio è che
molti ragazzi, adesso, rivolgono l’aggressività contro di sé». Ci
ricordiamo assieme del film L’attimo fuggente: di Robin Williams
professore in un college americano c’eravamo innamorate tutte.
Però finiva che il prof compagnone non riusciva a presentarsi con un’autorevolezza
tale da mediare l’autoritarismo di un padre severo: era un affascinante
modello alternativo, ma un ragazzo moriva suicida.
«È anche una società in cui sono cambiate le madri. È vero:
sono necessari due stipendi, però fino ad alcuni decenni fa il compito
delle madri era soprattutto esserci, essere presenti». Molti studenti
raccontano che tra loro e le madri si comunica spesso attaccando i post
it sul frigo, neanche gli SMS, perché le madri, quando sono fuori,
non mettono gli occhiali e senza occhiali non leggono. E poi è colpa
del mondo e di nessuno di noi, ma sono necessari due stipendi anche perché c’è questo
tipo di consumi. Se mio figlio non ha le scarpe griffate, non si sente come
gli altri…
«È un problema degli adulti». Anche
degli adulti che fanno la scuola. Abbiamo
passato tanto tempo a fare assieme ai ragazzi
le gite scolastiche, le uscite pomeridiane,
le sessioni di chat, a usare il
loro linguaggio e a vestirci come loro. Poi
abbiamo capito che c’era qualcosa che
non andava, ma invece di costruire un progetto
assieme ai genitori, abbiamo spesso rinunciato
a educare e ci limitiamo a istruire. Così i
ragazzi vengono a scuola, ascoltano (forse)
e fanno verifiche strutturate: tutti amici,
ma in sostanza non si dialoga quasi mai e
quasi più. Così non
cresce nessuno.
Susanna Conti
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