Calciatori e ciclisti, attori e personaggi
storici, scoperte scientifiche e tradizioni
regionali. Tutti, da ragazzi, abbiamo aperto
con frenesia la bustina delle figurine,
sperando di trovare quella mancante. E
tutti a scuola, durante l’intervallo,
abbiamo scambiato le “doppie” in
quella specie di commercio che è il “celo-celo-manca”.
E molti di noi hanno un nonno pronto a
ricordare che Garibaldi e Dante, tigri
e panda, lui li ha conosciuti prima con
le figurine che sui sussidiari delle
elementari.
Ebbene, per noi, oggi c’è un posto unico al mondo, un contenitore
di nostalgie che lega noi e milioni di altre persone: il Museo della Figurina,
a Modena. Un luogo dove possiamo “sfogliare” oltre 500 mila oggetti
del desiderio, spesso capolavori in miniatura, dalla metà dell’Ottocento
a oggi. Figurine, appunto, capaci di risvegliare ricordi, emozioni, stimoli e
sorprese. Già, perché accanto al mitico “Album dei calciatori” del
campionato 1961-62, c’è anche la collezione completa delle Liebig
o l’introvabile Feroce Saladino che a metà degli anni Trenta ha
fatto impazzire gli italiani. Ma andiamo con ordine.
La figurina compare nella seconda metà dell’Ottocento come mezzo
di promozione e divulgazione popolare. Le aziende le abbinano ai loro prodotti,
e come soggetti preferiscono quelli riconoscibili dal maggior numero di persone.
Che nell’osservare e nel raccogliere quelle piccole stampe, specchio del
costume e della società, vi si riconoscono e possono migliorare,
sia pure a livello didascalico, le loro conoscenze.
Le prime sono distribuite a Parigi, nei grandi magazzini “Au Bon Marché”.
Il proprietario, Aristide Boucicaut, le da ai ragazzi che accompagnano le mamme
durante gli acquisti. Sono cartoncini accattivanti: invogliano figli e madri
a tornare, e sono pure educativi. Non a caso, una delle sue serie risale al 1867,
anno dell’Esposizione universale nella capitale. Così le figurine
diventano oggetto promozionale, gioco, cultura e trasmettono la fiducia nel progresso
tecnico e sociale, tipica dell’epoca. Nel centro Europa, le prime sono
diffuse a fine Ottocento soprattutto da aziende di cioccolato, come la tedesca
Stollwerck e le svizzere Tobler e Suchard, che da sola, tra il 1880 e il 1914,
distribuisce quasi 300 serie. L’industria più famosa è, però,
la Liebig. E qui si apre un altro capitolo.
Il barone e chimico Justus von Liebig (1803-1873), dopo varie ricerche sulla
trasformazione e conservazione degli alimenti, ottiene l’estratto
di carne (oggi, un kg di estratto è il concentrato di 35 kg di carne magra
bovina). L’ingegnere inglese Georg Gibiert ottiene l’uso della sua
formula e inizia a produrre il concentrato in un’azienda uruguyana, chiamata
Liebig’s Extrat of Meat Co.
Per pubblicizzare il prodotto in Europa, dal 1872 ecco proprio le figurine. Le
serie sono stampate in varie lingue e distribuite gratuitamente dai negozianti
sino alla prima guerra mondiale e poi, offerte in cambio di un certo numero di “punti”.
Una “tradizione” che continua sino a poco tempo fa: in Italia, l’ultima è proposta
nel 2001. Risultato: soltanto da noi, sono emesse 1878 serie, ciascuna di sei
o più figurine, e il relativo catalogo ha oltre 460 pagine e 3700 fotografie
a colori. Considerando quelle in altre lingue, si arriva a circa settemila serie,
che spaziano dall’abbigliamento alla cucina, dalla natura ai trucchi del
cinematografo, dalla storia alle scoperte scientifiche, dai mezzi di trasporto
ai Paesi “lontani”. Insomma, un “arcipelago” dove i collezionisti
sguazzano nel distinguere le edizioni italiane da quelle svizzere, o le francesi
da quelle belghe
In Italia, queste collezioni si diffondono soltanto a inizio Novecento. Negli
anni Venti-Trenta, alcune aziende, come la Caffarel-Prochet, propongono foto
di attori o soggetti che si rifanno a trasmissioni radio. Famosa è la
raccolta-concorso della Perugina-Buitoni, contemporanea alle puntate radiofoniche
de “I 4 moschettieri”, in onda dall’ottobre 1934 al marzo ’37.
La figurina più ambita è il Feroce Saladino: sguardo truce, scimitarra
e babbucce, innocua caricatura d’epoca, ma che riesce a far impazzire l’Italia.
Inviando uno o più album completi, infatti, si ha diritto a un regalo,
e con 150 raccolte si vince una vettura vera: la Fiat 500 “Topolino”.
Sempre negli anni Trenta si pubblicano figurine con campioni del calcio e del
ciclismo. Dopo la sospensione durante la seconda guerra mondiale, ecco nel 1949
le prime figurine del Caffè Lavazza: dedicate ai castelli piemontesi,
sono seguite da molte altre a soggetto didattico-enciclopedico.
Bisogna attendere il boom economico, però, per il salto di qualità.
Nel 1961, a Modena, Giuseppe Panini, già edicolante e proprietario, con
i fratelli Benito, Franco Cosimo e Umberto, di un’agenzia che distribuisce
giornali, inventa “l’uovo di Colombo”. Trasforma quel rettangolino
di carta in un mezzo di comunicazione autonomo, anzi in hobby di massa. Pensata
per i ragazzi, la figurina coinvolge genitori e nonni, ai quali spetta dare la “paghetta” per
acquistare le bustine dal giornalaio o in cartoleria, e poi sovrintendere al
completamento della raccolta.
L’avventura inizia con “I calciatori del campionato 1961-62” di
serie A. In copertina, l’immagine di Niels Liedholm. Sembra che l’Italia
non attenda altro. Oltre 15 milioni di bustine vendute. Poi si introducono varianti:
i ritratti dei giocatori di serie B, con le foto dei calciatori in piedi o in
movimento, gli scudetti e altro ancora. Negli anni seguenti, i Panini dànno
vita a un “impero”, fornitore (o imitato) in tutto il mondo: aggiungono
sempre nuovi temi, ma l’album del calcio resta la raccolta per antonomasia.
Entusiasta del proprio lavoro, Giuseppe Panini è anche appassionato collezionista.
In un ventennio, raccoglie centinaia di migliaia di figurine da tutto il mondo,
e poi cartoncini e piccole stampe, affini per tecnica o funzione. La collezione
si amplia al punto che nell’86, dentro l’azienda, nasce un museo.
Nel ’92, la famiglia dona la raccolta al Comune di Modena, che diventa
la capitale mondiale della figurina (quattro anni prima, l’azienda è stata
ceduta al Gruppo Maxwell e oggi, dopo momenti difficili, il gruppo è di
nuovo in mano a italiani).
Da allora, il museo conserva, cataloga e incrementa la collezione, che oggi comprende
circa 500 mila pezzi. Poi, il Museo è trasferito nel ristrutturato Palazzo
Santa Margherita e aperto al pubblico lo scorso dicembre. A visitarlo, si resta
a bocca aperta. Davanti agli occhi, scorrono non soltanto le immagini che, come
tutti gli oggetti del desiderio, ci hanno fatto impazzire o andare in visibilio,
ma anche un’affascinante storia della cromolitografia e del costume.
Accanto alle figurine che hanno fatto da rèclame a piccole e grandi aziende
alimentari, infatti ci sono “pezzi” non meno interessanti e di pregio,
come le cigarette card, le fascette da sigari, i bolli chiudilettera, gli album
d’epoca e altro ancora. Un secolo fa, infatti, era di moda personalizzare
i menu delle cene di gala. Settant’anni fa nei pacchetti di sigarette,
soprattutto inglesi e statunitensi, si potevano trovare cartoncini con foto di
attori e soprattutto di attrici, anche “allegre”: la maggioranza
dei fumatori era di sesso maschile. E sino a una decina d’anni fa, gli
agrumi erano avvolti in cartavelina decorata.
Oggi, la passione non accenna a diminuire. Lo dimostra il successo delle figurine
che riprendono i filmati televisivi sui vari Sandokan, Furia o i cartoons made
in Japan. O i Pokémon: la prima serie, di 102 figurine e lanciata a dicembre
del 1998, è stata seguita da altre e i pezzi difficili sono scambiati
su siti come www.ebay. Per non parlare degli oltre
200 mila album e 20 milioni di figurine vendute dall’Editrice Pubblicazioni
Collezionare Cultura per “l’Album dei Santini” e per “Santi,
i Campioni della fede”, ai quali si è appena aggiunta la raccolta “Gli
Angeli Custodi del Papa”, sui 500 anni di storia della Guardie Svizzere
e le immagini dei relativi Papi.
Perché, in fondo, si tratti di francobolli o trenini, di palle di neve
o bustine dello zucchero, non importa che cosa si raccoglie, né l’età,
ma quanto diceva Italo Calvino: «Il fascino di una collezione sta in quel
tanto che rivela e in quel tanto che nasconde della spinta segreta che ha portato
a crearla».
Lorenzo Boschetto
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