In questo numero
PERDONARE SE STESSI di Maria Poetto


Alla trattazione, sia pur sommaria, del tema del perdono manca ancora un tassello fondamentale, spesso trascurato. Solitamente noi consideriamo il perdono come un atto rivolto esclusivamente verso gli altri, verso coloro che ci hanno feriti, offesi. Rischiamo di dimenticare come, sovente, l’oggetto del nostro perdono abbiamo da essere innanzitutto noi stessi.
Un grande discepolo di Freud, Carl G. Jung, fondatore della psicologia analitica, scriveva: “Se do da mangiare a quelli che hanno fame, se perdono un insulto o se amo il mio nemico in nome di Cristo, tutto ciò costituisce indubbiamente un insieme di grandi virtù. … Ma che cosa farei se scoprissi che…il più esecrabile di tutti quelli che mi hanno offeso si trova dentro di me, che sono io ad aver bisogno dell’elemosina della mia amabilità e che sono io il nemico che reclama il mio amore?” e considerava la nevrosi come una guerra contro noi stessi, una mancanza di accettazione di sé.
In effetti, in un percorso terapeutico il perdono di noi stessi è un processo essenziale, a volte centrale per riacquistare una buona stima personale, una immagine di sé dove i propri limiti non compromettono la personale positività e amabilità ma vengono serenamente accettati.
Qualcuno potrebbe domandare: “Cosa abbiamo da perdonarci?”. Ci sono persone che individuano chiaramente il “cosa”, usando categorie come errore, sbaglio, o espressioni come: “Continuo a rimproverarmi di…”, “Sono stato uno stupido a…”. Dietro questi motivi spesso è presente, in forma più o meno inconsapevole, una ricerca di perfezione, una visione di sé ideale e irraggiungibile e, di conseguenza, un continuo senso di colpa per i propri limiti. Altre volte sono i messaggi negativi ricevuti in passato, soprattutto dalle figure più significative, come gesti ripetuti di insofferenza, aggressività, rifiuto, trascuratezza che hanno lasciato sensi di inferiorità e dubbi sull’essere degno di amore, in quanto il bambino tende ad attribuire a sé la causa del comportamento degli altri, per cui pensa: “mi trattano male perché sono cattivo, è ciò che merito” anche quando in realtà l’origine di questi messaggi è altrove. Su questo terreno attecchiscono bene autocritiche, autorimproveri eccessivi e anche autopunizioni. Si tratterà qui di ricostruire un’immagine positiva di sé senza colpevolizzazioni indebite.
Occorre ribadire una precisazione importante, già in precedenza trattata: perdonare se stessi non è assolversi, giustificare, fare come se nulla fosse accaduto. Ciò che caratterizza la fase adulta è l’assunzione delle proprie responsabilità. Non si vuole negare o minimizzare ciò che in campo morale è considerato colpa e in campo religioso peccato, né che ogni azione abbia le sue conseguenze.
Si vuole invece aiutare a distinguere il reato da chi l’ha compiuto, il peccato dal peccatore perché il peccatore (per rimanere in queste categorie, comprensibili) non si identifichi con il proprio peccato e possa riconoscere la sua dignità. Ho in mente alcune persone che pur avendo confessato più volte il loro peccato e avendo ricevuto ogni volta l’assoluzione non riuscivano ancora a perdonarsi.
Perdonare se stessi è dunque riconoscere i propri limiti (“errori”, “sbagli”, peccati) ma non fermarsi lì, in un giudizio di condanna che inchioda, tiene legati al passato, pesa come un macigno.
E’ accettarsi per ciò che siamo, creature limitate, e consentire di proseguire, darsi altre possibilità, ricominciare daccapo perché l’alba di un nuovo giorno può essere l’alba di una nuova vita.
E’ riconoscere che il valore di noi stessi e degli altri è oltre la somma di limiti e qualità, oltre le azioni e il bene e male commessi e affonda le radici nella dignità di ogni essere umano.
E’ la via per riconciliarci con noi stessi, ritrovare la pace, la serenità interiore, essere più benevoli con noi stessi per poterlo essere anche con gli altri. 

Sergio Cherubini

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