In questo numero
ROM IN EUROPA: ACCOGLIENZA A DENTI STRETTI di G. Marasco e C. Pedone

Con l’ingresso di Romania e Bulgaria
nell’Unione Europea insieme ai confini
si allarga anche la paura.
Di un’invasione di Rom dall’Est.
I giornali italiani hanno ripreso
La notizia e i politici si sono fatti
portavoce di questi timori.
Ma è tutto vero?


Gennaio 2007: Romania e Bulgaria in Europa
Dal primo gennaio di quest’anno Bulgaria e Romania entrano a far parte dell’Unione Europea. Oltre ai grandi proclami istituzionali di gioia e alla ben motivata contentezza dei cittadini dei due Paesi dell’Est per questo ingresso, però, sono sorti dibattiti accesi sulle conseguenze di questo atto.
In Italia giornali e partiti politici hanno lanciato l’allarme-immigrazione: 150mila Rom avrebbero presto varcato le frontiere e invaso il nostro territorio. La cittadinanza europea da poco acquisita, infatti, consentirebbe a masse di disperati di muoversi liberamente in Europa, alla ricerca di migliori condizioni di vita. Questi allarmi si sono tradotti anche in atti xenofobi, come a Milano, dove la presenza di campi nomadi in condizioni igienicamente scarse esaspera la popolazione locale ed ignoti hanno reagito incendiando roulotte e tende.
In Bulgaria, in realtà, non vivono molti Rom per questo il problema non sussiste; la questione rimane aperta in Romania dove, invece, i Rom rappresentano il 20% della popolazione totale, circa 2 milioni e mezzo di persone. I Rom rumeni in Italia sono circa 5mila, giunti in due diversi periodi: dopo la caduta di Ceaucescu nel 1989, cui seguirono pesanti persecuzioni xenofobe, inziò la prima grossa migrazione che si esaurì nel ‘97-’98. La seconda migrazione, causata dalla povertà, ebbe origine dalla poverissima Transilvania e dalla Craiova nel 2002.
Oggi si teme una terza ondata con un conseguente aumento della piccola delinquenza, che vedrebbe coinvolti proprio persone di etnia Rom. 

Paure infondate
Le stime fornite dalla stampa, però, ad una più attenta analisi appaiono assolutamente infondate.
I primi dati li aveva forniti la Caritas che ipotizzava l’arrivo di 50-60mila rumeni. Nel giro di poche settimane la cifra non solo è stata incredibilmente gonfiata, arrivando a prevedere prima 100mila, poi 150mila persone alle frontiere, ma è stata riferita esclusivamente al popolo Rom e non più ai rumeni in genere. La scarsa conoscenza della realtà delle culture nomadi presenti in Europa ha favorito la confusione e il dilagare di timori infondati. 
Con l’ingresso nell’Unione Europea non si verificherà nessun esodo biblico da questi due Paesi. Innanzitutto perchè bisogna considerare che in Romania e Bulgaria i finanziamenti europei hanno stimolato la ripresa economica e migliorato  il tenore di vita degli abitanti. Processo che ha coinvolto pienamente anche i cittadini di etnia Rom, integrati nel tessuto sociale nazionale meglio che in altre parti d’Europa.
Inoltre Romania e Bulgaria non sono entrate a far parte degli accordi di Schengen (così come la Svezia), che prevedono la libera circolazione di uomini e merci tra gli Stati. Le barriere quindi non sono state effettivamente abbattute né si è agevolata la mobilità internazionale.
I giornali hanno solo cavalcato l’onda della notizia, con toni apocalittici, paragonando Trieste a Lampedusa. Ma, ad oggi, alle frontiere non si è visto nulla di tutto ciò.

Integrazione: maglia nera all’Italia
Generalmente siamo abituati a considerare i nomadi come una realtà uniforme, senza distinguere tra le diverse etnie. Invece le differenze esistono e per tradizioni, valori e lingua possono essere anche molto profonde. Nel nostro Paese sono presenti 29 minoranze nazionali nomadi diverse. Le più numerose sono i Rom e i Sinti, italiani ed europei, per un totale di 150mila persone, una cifra esigua rispetto alla percezione comune, quasi di invasione, che si ha. Nel resto d’Europa la loro presenza è più consistente: sono 500mila in Germania, 800mila in Francia, 700mila in Spagna. Solo in Svizzera ce ne sono di meno numericamente, ma lì la superficie territoriale e il numero di abitanti sono molto inferiori.
Secondo le stime dell’Opera Nomadi Nazionale, un buon 75% di Rom e i Sinti sono italiani, presenti nel nostro Paese sin dal '400; il restante 25% è composto da Rom e Sinti europei di recente immigrazione, provenienti da Francia, ex Jugoslavia, Romania.
Quindi Rom e Sinti sono cittadini presenti in uno Stato, quello italiano, nato ben 400 anni dopo il loro arrivo nel suo territorio. Sono pertanto cittadini italiani a pieno titolo. Ma i loro diritti sono sistematicamente negati. «È una situazione di apartheid, a livelli di Soweto in Sudafrica» afferma Carlo Berini, dell’associazione Sucar Drom di Mantova, «è diffuso il pensiero che di Rom e Sinti, “poveri e criminali”, se ne debbano occupare, come istituzioni, solo la questura e i servizi sociali. Persino tra esponenti politici che vantano una maggiore sensibilità verso le minoranze è diffusa questa concezione: “tra Rom e Sinti ci siano più delinquenti che in altre razze”». Secondo Daniela De Rentiis, dell’associazione culturale abruzzese Thèm Romanò “le politiche attuate sono quelle che non riconoscono i Rom come soggetti di diritto, le discriminazioni sono attuate senza incorrere in nessun tipo di sanzioni e la segregazione razziale è attuata senza indignazione. I campi nomadi sono una triste realtà, che sintetizza questo retaggio culturale, sono  espressione di politiche che negano i diritti umani e luoghi di annientamento e di degrado.
L’Italia opera contravvenendo non solo la propria Costituzione, che impone allo Stato di favorire l’esercizio pieno della cittadinanza e la tutela delle minoranze, ma trasgredisce anche gli orientamenti comunitari. L’UE, infatti, ha già pronunciato sentenze di condanna tramite il Comitato europeo per i diritti sociali: l’Italia viola sistematicamente con politiche e prassi il diritto di Rom e Sinti ad un alloggio adeguato. «Chiudere nei campi dei cittadini italiani è segregazione», continua Berini, «l’Italia è conosciuta in Europa come il Paese dei campi».
Se la situazione non cambia, arriveremo presto a sanzioni come è accaduto per l’Austria. Da noi Rom e Sinti non sono neanche riconosciuti come minoranza etnica e linguistica né come minoranza nazionale. Secondo l’Opera Nomadi Nazionale, ad esempio, lo Stato si dovrebbe adoperare elaborando Statuti ad hoc, un po’ come accade a Bolzano per la minoranza francofona.
La scuola è specchio di questa mancanza ed è percepita come strumento di discriminazione in mano alla cultura maggioritaria. C’è una discriminazione razziale indiretta quando una cultura si impone sull’altra. Attualmente molti genitori Rom e Sinti non mandano i propri figli a scuola per paura delle conseguenze che quel mondo avrà su di loro, per i disagi che creerà ai bambini che cresceranno avendo alle spalle esperienze di segregazione.

I “perché” storici di un’esclusione
Secondo Berini «in Italia Rom e Sinti non sono riconosciuti perché non c’è stata una rielaborazione del lutto, quello della persecuzione razziale fascista». Al contrario di quanto è accaduto in Germania dove i cittadini tedeschi hanno riflettuto sul perché e sul come altri compatrioti abbiano agito in un determinato modo, cosicché tutti sanno cos’è la Shoah. Quando si parla di Porrajmos, alla maggior parte non viene in mente nulla. Eppure il Ministero dell’Interno internò Rom e Sinti e nel 1941 essi furono spediti a Trieste, in un campo di sterminio simile a quelli più noti di Auschwitz, Birkenau e Dachau.
Un’altra ragione storica è che verso questo popolo è stata sempre utilizzata una metodologia dell’esclusione, per non renderlo parte attiva della società. «Al massimo si è parlato di integrazione che significa però assimilazione, in modo che chi è integrato non possa mettere in discussione la struttura preesistente della società, ma si deve adeguare. Sucar Drom auspica politiche di pari dignità in cui nessuno prevarichi l’altro».
La metodologia dell’esclusione va sostituita con quella della mediazione culturale. Che vada contro non solo alla discriminazione ma anche contro il paternalismo caritativo, che sfocia nell’assistenzialismo puro. I campi nomadi costano allo Stato italiano e i carabinieri mantenuti davanti ai campi rom anche dove non ci sono problemi di legalità sono altri soldi che se ne vanno.

E in Europa?
A confronto con l’arretratezza italiana, il riconoscimento dei diritti umani delle minoranze nomadi è decisamente più avanzato nel resto d’Europa.
In Germania alle famiglie nomadi si assegna senza difficoltà una casa dignitosa , la lingua romaní è riconosciuta come lingua minoritaria ed è possibile  addirittura ottenere la patente di guida dando l'esame in lingua romaní. In Francia ci sono speciali programmi educativi che mirano alla formazione ed all'aggiornamento degli insegnanti  in modo che possano raffrontarsi con classi composte da studenti di diverse etnie (compresa quella rom) in modo appropriato.
In Romania sono perfettamente integrati: troviamo poliziotti, parlamentari, giudici, professori universitari di etnia rom. Questo perchè il governo rumeno ha promosso audaci provvedimenti per il riconoscimento di queste minoranze, ad esempio riservando dei posti nelle università a Rom e Sinti già da sei anni. In Italia per un fatto del genere si scatenerebbe un pandemonio.
In Svezia, Austria, Spagna, Francia, Germania e, fuori dall’UE,  la Svizzera, è attuata una forte protezione per le minoranze  Rom e Sinte.
Solo in Slovenia sono stati registrati grossi problemi. Tuttavia, per un episodio simile a quello avvenuto a Milano in via Triboniano (l’incendio doloso, a sfondo razziale, di tende e roulotte) si è mosso lo stesso Presidente della Repubblica che è andato sul luogo e ha affrontato la folla dialogando con essa sul problema. In Italia è accaduto qualcosa di simile?

L’Unione europea e le minoranze Rom e Sinti
In Europa dal 2007 si possono contare 12 milioni di Rom, la prima minoranza dell’Unione. In pratica, quasi uno Stato: il doppio dei cittadini greci e di quelli svedesi! Pertanto, come per ogni nazione e Stato, vanno approntati strumenti legislativi ad hoc. Dall’Unione europea sono stati riconosciuti come minoranza già nel 2002 con la raccomandazione del Consiglio d’Europa n. 1557/02: “Ogni Paese membro dell’UE riconosca Rom e sinti come minoranze”.
Negli anni a seguire si è lavorato su vari documenti volti a incrementare l’interesse verso questioni specifiche, quali la situazione delle donne nomadi, la scolarizzazione dei bambini, l’integrazione culturale.
Non bastano più le risoluzioni e le sanzioni d’urgenza. Devono essere creati veri e propri dipartimenti, in cui Rom e Sinti possano lavorare a fianco delle altre Istituzioni continentali.
Di alto valore simbolico si può considerare l’iniziativa della Commissione europea di nominare il ballerino Joaquin Cortes, di etnia gitana, ambasciatore contro le discriminazioni razziali nell’anno europeo dedicato a questo tema.
Un tratto di strada è già stato percorso con importanti risultati ma il cammino per l’incontro e il rispetto reciproco tra i popoli si prospetta ancora lungo.

di Gianluca Marasco e Claudia Pedone

www.timeandmind.com