In questo numero
L’ABORTO UNA CONQUISTA SOCIALE? di Carlo Fiore

 


Ma l’aborto è sempre un dramma, una ferita, uno stigma delle carni e nello spirito di una donna. La drammatica solitudine di una donna quando è abbandonata alla sua decisione: “E’ un problema tuo, tu sola puoi decidere”. Diamo qui la pagina di diario di una donna che ha sofferto questo dramma, diario in cui la parola ‘solitudine’ è scandita con il ritmo martellante e angoscioso di una invocazione di aiuto: ‘ Solitudine è… Solitudine è… Solitudine è…’. Sono scesa dal lettino su cui ero in attesa per l’aborto. Mi sono ribellata a me stessa e a tutto, all’ultimo momento. Mi sono risuonate le parole che tu mi hai detto: ‘Ma se Dio lo ha creato, un posto nel mondo per lui c’è. Credimi’. Oggi la mia gioia e l’amore che un figlio ti offre valgono più di tutto il resto”.

L’aborto come conquista sociale. L’aborto come allineamento di questa Italia retrograda alle più evolute nazioni nord–europee che da tempo hanno allargato le maglie. L’aborto come affermazione di libertà della donna, chiamata a decidere per il sì o per il no alla vita che le germoglia in grembo. L’aborto come portale d’ingresso alla modernità, dopo secoli di arretratezza.
Così è stato gridato sulle nostre piazze, radicali in testa, al motto di ‘L’utero è mio e ne faccio quel che voglio’. Gestire una vita o sopprimerla.
Ma così in troppi casi non è. Perché l’aborto è sempre un dramma, una ferita, uno stigma nelle carni e nello spirito di una donna. Una lacerazione che, in non pochi casi, marchia per tutta la vita: “Ho ucciso mio figlio”.

‘Diario di un aborto’
Mi è capitato tra le mani il ‘diario di un aborto’, la lunga confessione di una donna inglese, pubblicata dal The Guardian londinese e ripresa da L’Espresso, 6 settembre 2006. La ricerca di un figlio, il bimbo che scalcia allegro nella pancia della mamma, le prime ecografie per vedere quel cuoricino battere all’impazzata. I primi dubbi, altre ecografie, sospetti, analisi, amniocentesi e, alla fine, la certezza. Il bimbo è affetto dalla sindrome di Down. “Siamo tornati a casa, facendo una lunga passeggiata. Il bambino scalciava felice, senza sapere che cosa gli avrei fatto. L’estremo tradimento. Non so come abbiamo fatto a trascinarci nei due giorni seguenti. Non riuscivamo a parlare, io ed Elliot, il padre, di quello che stava accadendo. A letto parlavamo fino all’alba, guardando qualsiasi schifezza alla tv. Per tutto il tempo il nostro bambino ha continuato ad agitarsi e io mi sentivo come un’assassina in attesa di sferrare il colpo mortale. Avevo sempre considerato i calci dentro la pancia come una delle emozioni più forti mai sperimentate. In quei giorni invece, ogni movimento equivaleva a una tortura. Il potere a nostra disposizione ci stava facendo impazzire. Elliot e io potevamo decidere di non far vivere quella creatura. Gli stavamo negando il diritto alla vita. Era una facoltà troppo grande per noi, non ce la facevamo”.

“Era la decisione giusta?”
Il dramma li superava. “L’aborto non mi aveva mai suscitato problemi morali, ed essendo io atea, neppure di carattere religioso. Eppure non volevo essere io a togliere a questo bambino il diritto di vivere. Ma era davvero la scelta giusta?”.
Ventitreesima settimana di gestazione. La decisione tristissima. “Alle sette di sera non avevo ancora partorito nonostante le orrende pastiglie inghiottite per abortire. Dopo un po’ l’ostetrica ha sussurrato dolcemente: ‘Credo che a questo punto dovremmo far nascere il bambino’. Sapevo di non avere via di scampo Ci sono voluti venti minuti per spingerlo fuori, e per tutto quel tempo io ed Elliot non abbiamo fatto altro che piangere, senza riuscire a controllarci. Il medico ci aveva detto che non sarebbe stato un parto normale, ma si sbagliava. È stato esattamente come quando è nato il primo figlio. Ho provato la stessa eccitazione, le stesse aspettative, la stessa ansia, in attesa di quel piccolo, patetico pianto. Ma non c’è stato nessun pianto: Non sono riuscito a guardare il piccolo e ho chiesto all’ostetrica di portalo via subito. Era tutto finito. Mi sentivo un’assassina”.
È come se il mondo fosse improvvisamente crollato. “Ho fatto sogni orribili. Credo che questa brutta esperienza mi abbia resa particolarmente odiosa. Come se il fatto di essere impazzita per una settimana e di aver ucciso il mio bambino mi avesse condannata per sempre. Avevo una visione decisamente negativa di me stessa. Amici e parenti mi infastidivano oltre ogni limite”.
Ma la vita continua con i suoi ritmi. “Quando vedo un ragazzino Down provo l’irrefrenabile impulso di spiegare il mio punto di vista, di chiedere perdono un miliardo di volte. Scusa per aver messo in dubbio il diritto del mio bambino a vivere in questo mondo. E per qualche ora mi convinco di avere commesso un gravissimo errore. Forse nostra figlio avrebbe superato i suoi problemi, sarebbe guarito e avrebbe avuto una vita felice. Forse.
So che la ferita è ancora aperta. E so che non posso accelerare il processo di guarigione. Vorrei solo tornare ad avere una vita normale. Voglio gioire ancora con mio figlio senza alcune riserva. Voglio smettere di avere incubi. Voglio tornare a essere felice, buona e gentile. E voglio rimanere di nuovo incinta”.

L’angoscia della solitudine
Da un diario così drammatico come quello della signora inglese a un’altra pagina di diario che forse ha meno impatto, ma che pone in toni sofferti uno dei grossi problemi che l’aborto pone alle donne: la solitudine. “Il bambino? È un problema, certo. Ma sei tu che devi decidere”. Quel ‘sei tu che devi decidere’ scatena nelle donne un dramma angoscioso. Ne dà testimonianza la pagina di diario di Annamaria che pubblichiamo (Il Foglietto, marzo 2007). Una pagina in cui la parola ‘solitudine’ scandita con un ritmo martellante, testimonia l’urgenza e la sofferenza del problema.
Solitudine è arrivare a casa e dire al proprio compagno. ‘Sono incinta’ e sentirsi rispondere : “In questo momento non lo possiamo tenere”. E non capire che cosa significa.
Solitudine è dire alle proprie sorelle: “Sono incinta” e sentirsi dire: “Non puoi tenerlo, è un problema”, oppure “Non ti preoccupare, te lo cresco io”, e capire che le loro risposte nascondono un disagio familiare, diverso per ciascuna di loro, ma feroce.
Solitudine è dire alle amiche, alla cugina e amica d’infanzia: “Sono incinta” e sentirsi dire: “È un problema, solo tu puoi decidere”. Ma tu hai la mente occupata da mille pensieri confusi, da immense paure ingovernabili.
Solitudine è trovare nella sala d’aspetto del dottore il volantino di una associazione a sostegno della maternità difficile, telefonare e sentire la segreteria telefonica che dice che l’associazione è chiusa per ferie.
Solitudine è stare sveglia di notte assalita da pensieri avversi, tutto e il contrario di tutto, non sapere cosa fare, essere circondata da un coro unanime che grida sommessamente: “È un problema, solo tu puoi decidere”. E tu decidi, e loro decidono, e io decido. Esami di routine, nessuno – medico, infermiere, ostetrica, ginecologo – che cerca di capire, che riesce a leggere nel mio sguardo la paura, il desiderio di sentire una voce fuori del coro a cui potersi aggrappare.
Solitudine è una stanza d’ospedale a tre letti: una ragazza dell’est al suo secondo aborto, una ragazza minorenne che legge ‘Topolino’ mentre la madre accanto a lei piange e il padre tace, e io, con accanto il mio compagno che mi tiene la mano e mi accarezza il volto mentre piango (che stonatura, gesti d’amore a consolare una scelta di morte).
Solitudine è, dopo, telefonare alla stessa associazione per chiedere di parlare con qualcuno perché sto male e ho bisogno di essere aiutata a superare tutto ciò che è accaduto, e sentirmi dire che ormai il danno è fatto, che tutt’al più posso acquistare un libro che tratta di esperienze simili alla mia”.

“E un giorno sull’autobus…”
Ma il diario non termina qui. E si apre uno squarcio di speranza.
“Poi anni di buio, nel cuore, nella mente, di vita apparente, di facciata, di dolore che non traspare e che rode l’anima un pezzo al giorno. E un giorno, sull’autobus, un volto di donna, un volto di bambina, una frase che ferisce il cuore e mi annebbia il cervello. Il primo istinto è quello di scendere dall’autobus e buttarmi sotto una macchina. Per giorni e giorni non faccio che vedere quei volti e cercarli, e riaprire le ferite”.
Poi, lentamente si risale la china, “si fa strada il bisogno di essere d’aiuto ad altre donne che si trovano nella condizione di pensare di abortire e che sono circondate da un coro unanime ‘È un problema, solo tu puoi decidere’ per far loro sentire che non sono sole, che possono decidere con qualcuno per la vita. Così contatto il Movimento per la Vita e scopro un mondo nuovo, fatto di persone diverse, uomini e donne tesi a proteggere la vita ognuno a modo suo, ognuno con la sua unicità di essere umano e il suo bagaglio. E giorno dopo giorno mi sento meno sola, sento che la consapevolezza di contribuire a creare una cultura della vita ricuce un po’ il mio strappo interiore. Il fatto di trovarmi ad affrontare casualmente donne che hanno bisogno di ascoltare una voce fuori del coro, che sovrasti le altre e le prenda per mano, salda, sicura, mi crea un po’ di ansia per il timore di non farcela, mas anche una gioia sottile e immensa, quando mi dicono che hanno deciso di tenere il loro bambino”.

Aspettare un bambino…
“Sono scesa dal lettino del Sant’Anna su cui ero in attesa per l’aborto. Mi sono ribellata a me stessa e a tutto, all’ultimo momento. Sapete perché? Mi sono risuonate nella mente parole dette da te, quando volevi aiutarmi ad accogliere la vita che avevo desiderato. ‘Sì, tutto è difficile, tutto sembra impossibile. Ma se Dio lo ha creato, un posto nel mondo per lui c’è. Credimi’”. È la testimonianza dettata dalla gratitudine, di una donna a un’altra donna che ha capito il suo dramma e le ha tesola mano. Questo è l’impegno dei Centri di aiuto alla Vita diffusi ormai in tutta Italia. Che non dicono ‘È un problema, solo tu devi decidere’, ma ‘È un nostro problema, vediamo di decidere insieme per il meglio’, per la vita.
Concludiamo con un’ultima testimonianza che ci sembra veramente ricca. Una sfida di coraggio di una giovane coppia, felice di stringere fra le braccia la piccola Matilde.
“Per me e mio marito – dice la mamma Maria Teresa – decidere di avere un bambino è stata una scelta decisamente ponderata anche perché, per noi, oltre ai soliti mille dubbi, sono subentrate molte difficoltà che ci hanno portato a posticipare questa scelta. Prima la scoperta della mia malattia, la sclerosi multipla, poi la perdita del mio lavoro, e così via. A un certo punto però ci siamo detti: se aspettiamo il momento in cui tutto vada bene e sia perfetto, quel momento non arriverà mai. Devo dire poi che, quando ho scoperto di aspettare un bambino, ho smesso pian piano di pensare a tutte le difficoltà, imparando a vivere maggiormente ‘alla giornata’, senza pensare tanto al dopo. Aspettare un bambino, ancor prima di averlo, è infatti uno dei momenti, anzi, il momento più bello dell’esistenza di una donna e ti cambia la visione della vita. Alle famiglie che vivono in situazioni simili alla mia, il consiglio che mi sento di dare è questo: affrontare coraggiosamente la scelta di avere un figlio, senza però lasciarsi frenare troppo dai mille dubbi e dalle incertezze che, inevitabilmente, si troveranno sul piatto della bilancia. La gioia e l’amore che un figlio ti offre pesano molto più su tutto il resto. E a noi Matilde o insegna ogni giorno”.

Carlo Fiore

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