Ma l’aborto è sempre un dramma,
una ferita, uno stigma delle carni e nello
spirito di una donna. La drammatica solitudine
di una donna quando è abbandonata
alla sua decisione: “E’ un problema
tuo, tu sola puoi decidere”. Diamo
qui la pagina di diario di una donna che
ha sofferto questo dramma, diario in cui
la parola ‘solitudine’ è scandita
con il ritmo martellante e angoscioso di
una invocazione di aiuto: ‘ Solitudine è… Solitudine è… Solitudine è…’.
Sono scesa dal lettino su cui ero in attesa
per l’aborto. Mi sono ribellata a me
stessa e a tutto, all’ultimo momento.
Mi sono risuonate le parole che tu mi hai
detto: ‘Ma se Dio lo ha creato, un
posto nel mondo per lui c’è.
Credimi’. Oggi la mia gioia e l’amore
che un figlio ti offre valgono più di
tutto il resto”.
L’aborto come conquista sociale.
L’aborto come allineamento di questa
Italia retrograda alle più evolute
nazioni nord–europee che da tempo
hanno allargato le maglie. L’aborto
come affermazione di libertà della
donna, chiamata a decidere per il sì o
per il no alla vita che le germoglia in
grembo. L’aborto come portale d’ingresso
alla modernità, dopo secoli di arretratezza.
Così è stato gridato sulle nostre piazze, radicali in testa, al
motto di ‘L’utero è mio e ne faccio quel che voglio’.
Gestire una vita o sopprimerla.
Ma così in troppi casi non è. Perché l’aborto è sempre
un dramma, una ferita, uno stigma nelle carni e nello spirito di una donna. Una
lacerazione che, in non pochi casi, marchia per tutta la vita: “Ho ucciso
mio figlio”.
‘Diario di un
aborto’
Mi è capitato tra le mani il ‘diario
di un aborto’, la lunga confessione
di una donna inglese, pubblicata dal The
Guardian londinese e ripresa da L’Espresso,
6 settembre 2006. La ricerca di un figlio,
il bimbo che scalcia allegro nella pancia
della mamma, le prime ecografie per vedere
quel cuoricino battere all’impazzata.
I primi dubbi, altre ecografie, sospetti,
analisi, amniocentesi e, alla fine, la
certezza. Il bimbo è affetto dalla
sindrome di Down. “Siamo tornati
a casa, facendo una lunga passeggiata.
Il bambino scalciava felice, senza sapere
che cosa gli avrei fatto. L’estremo
tradimento. Non so come abbiamo fatto a
trascinarci nei due giorni seguenti. Non
riuscivamo a parlare, io ed Elliot, il
padre, di quello che stava accadendo. A
letto parlavamo fino all’alba, guardando
qualsiasi schifezza alla tv. Per tutto
il tempo il nostro bambino ha continuato
ad agitarsi e io mi sentivo come un’assassina
in attesa di sferrare il colpo mortale.
Avevo sempre considerato i calci dentro
la pancia come una delle emozioni più forti
mai sperimentate. In quei giorni invece,
ogni movimento equivaleva a una tortura.
Il potere a nostra disposizione ci stava
facendo impazzire. Elliot e io potevamo
decidere di non far vivere quella creatura.
Gli stavamo negando il diritto alla vita.
Era una facoltà troppo grande per
noi, non ce la facevamo”.
“Era
la decisione giusta?”
Il
dramma li superava. “L’aborto
non mi aveva mai suscitato problemi morali,
ed essendo io atea, neppure di carattere
religioso. Eppure non volevo essere io
a togliere a questo bambino il diritto
di vivere. Ma era davvero la scelta giusta?”.
Ventitreesima settimana di gestazione.
La decisione tristissima. “Alle sette
di sera non avevo ancora partorito nonostante
le orrende pastiglie inghiottite per abortire.
Dopo un po’ l’ostetrica ha
sussurrato dolcemente: ‘Credo che
a questo punto dovremmo far nascere il
bambino’. Sapevo di non avere via
di scampo Ci sono voluti venti minuti per
spingerlo fuori, e per tutto quel tempo
io ed Elliot non abbiamo fatto altro che
piangere, senza riuscire a controllarci.
Il medico ci aveva detto che non sarebbe
stato un parto normale, ma si sbagliava. È stato
esattamente come quando è nato il
primo figlio. Ho provato la stessa eccitazione,
le stesse aspettative, la stessa ansia,
in attesa di quel piccolo, patetico pianto.
Ma non c’è stato nessun pianto:
Non sono riuscito a guardare il piccolo
e ho chiesto all’ostetrica di portalo
via subito. Era tutto finito. Mi sentivo
un’assassina”.
È come se il mondo fosse improvvisamente crollato. “Ho fatto sogni
orribili. Credo che questa brutta esperienza mi abbia resa particolarmente
odiosa. Come se il fatto di essere impazzita per una settimana e di aver ucciso
il mio bambino mi avesse condannata per sempre. Avevo una visione decisamente
negativa di me stessa. Amici e parenti mi infastidivano oltre ogni limite”.
Ma la vita continua con i suoi ritmi. “Quando
vedo un ragazzino Down provo l’irrefrenabile
impulso di spiegare il mio punto di vista,
di chiedere perdono un miliardo di volte.
Scusa per aver messo in dubbio il diritto
del mio bambino a vivere in questo mondo.
E per qualche ora mi convinco di avere
commesso un gravissimo errore. Forse nostra
figlio avrebbe superato i suoi problemi,
sarebbe guarito e avrebbe avuto una vita
felice. Forse.
So che la ferita è ancora aperta.
E so che non posso accelerare il processo
di guarigione. Vorrei solo tornare ad avere
una vita normale. Voglio gioire ancora
con mio figlio senza alcune riserva. Voglio
smettere di avere incubi. Voglio tornare
a essere felice, buona e gentile. E voglio
rimanere di nuovo incinta”.
L’angoscia
della solitudine
Da un diario
così drammatico come
quello della signora inglese a un’altra
pagina di diario che forse ha meno impatto,
ma che pone in toni sofferti uno dei grossi
problemi che l’aborto pone alle donne:
la solitudine. “Il bambino? È un
problema, certo. Ma sei tu che devi decidere”.
Quel ‘sei tu che devi decidere’ scatena
nelle donne un dramma angoscioso. Ne dà testimonianza
la pagina di diario di Annamaria che pubblichiamo
(Il Foglietto, marzo 2007). Una
pagina in cui la parola ‘solitudine’ scandita
con un ritmo martellante, testimonia l’urgenza
e la sofferenza del problema.
“Solitudine è arrivare a casa e dire al proprio compagno. ‘Sono
incinta’ e sentirsi rispondere : “In questo momento non lo possiamo
tenere”. E non capire che cosa significa.
“Solitudine è dire alle proprie sorelle: “Sono
incinta” e sentirsi dire: “Non puoi tenerlo, è un problema”,
oppure “Non ti preoccupare, te lo cresco io”,
e capire che le loro risposte nascondono
un disagio familiare, diverso per ciascuna
di loro, ma feroce.
“Solitudine è dire alle amiche, alla cugina e amica d’infanzia: “Sono
incinta” e sentirsi dire: “È un problema, solo tu puoi decidere”.
Ma tu hai la mente occupata da mille pensieri
confusi, da immense paure ingovernabili.
“Solitudine è trovare nella sala d’aspetto del
dottore il volantino di una associazione a sostegno della maternità difficile,
telefonare e sentire la segreteria telefonica che dice che l’associazione è chiusa
per ferie.
“Solitudine è stare sveglia di notte assalita da pensieri
avversi, tutto e il contrario di tutto, non sapere cosa fare, essere circondata
da un coro unanime che grida sommessamente: “È un problema, solo
tu puoi decidere”. E tu decidi, e loro decidono, e io decido. Esami di
routine, nessuno – medico, infermiere, ostetrica, ginecologo – che
cerca di capire, che riesce a leggere nel
mio sguardo la paura, il desiderio di sentire
una voce fuori del coro a cui potersi aggrappare.
“Solitudine è una stanza d’ospedale a tre letti:
una ragazza dell’est al suo secondo aborto, una ragazza minorenne che
legge ‘Topolino’ mentre la madre accanto a lei piange e il padre
tace, e io, con accanto il mio compagno che mi tiene la mano e mi accarezza
il volto mentre piango (che stonatura, gesti d’amore
a consolare una scelta di morte).
“Solitudine è, dopo, telefonare alla stessa associazione
per chiedere di parlare con qualcuno perché sto male e ho bisogno di
essere aiutata a superare tutto ciò che è accaduto, e sentirmi
dire che ormai il danno è fatto, che tutt’al più posso
acquistare un libro che tratta di esperienze simili alla mia”.
“E un giorno sull’autobus…”
Ma
il diario non termina qui. E si apre uno
squarcio di speranza.
“Poi anni di buio, nel cuore, nella mente, di vita apparente, di facciata,
di dolore che non traspare e che rode l’anima un pezzo al giorno. E un
giorno, sull’autobus, un volto di donna, un volto di bambina, una frase
che ferisce il cuore e mi annebbia il cervello. Il primo istinto è quello
di scendere dall’autobus e buttarmi sotto una macchina. Per giorni e
giorni non faccio che vedere quei volti e cercarli, e riaprire le ferite”.
Poi, lentamente si risale la china, “si
fa strada il bisogno di essere d’aiuto
ad altre donne che si trovano nella condizione
di pensare di abortire e che sono circondate
da un coro unanime ‘È un problema,
solo tu puoi decidere’ per far loro
sentire che non sono sole, che possono
decidere con qualcuno per la vita. Così contatto
il Movimento per la Vita e scopro un mondo
nuovo, fatto di persone diverse, uomini
e donne tesi a proteggere la vita ognuno
a modo suo, ognuno con la sua unicità di
essere umano e il suo bagaglio. E giorno
dopo giorno mi sento meno sola, sento che
la consapevolezza di contribuire a creare
una cultura della vita ricuce un po’ il
mio strappo interiore. Il fatto di trovarmi
ad affrontare casualmente donne che hanno
bisogno di ascoltare una voce fuori del
coro, che sovrasti le altre e le prenda
per mano, salda, sicura, mi crea un po’ di
ansia per il timore di non farcela, mas
anche una gioia sottile e immensa, quando
mi dicono che hanno deciso di tenere il
loro bambino”.
Aspettare
un bambino…
“Sono scesa dal lettino del Sant’Anna
su cui ero in attesa per l’aborto.
Mi sono ribellata a me stessa e a tutto,
all’ultimo momento. Sapete perché?
Mi sono risuonate nella mente parole dette
da te, quando volevi aiutarmi ad accogliere
la vita che avevo desiderato. ‘Sì,
tutto è difficile, tutto sembra
impossibile. Ma se Dio lo ha creato, un
posto nel mondo per lui c’è.
Credimi’”. È la testimonianza
dettata dalla gratitudine, di una donna
a un’altra donna che ha capito il
suo dramma e le ha tesola mano. Questo è l’impegno
dei Centri di aiuto alla Vita diffusi ormai
in tutta Italia. Che non dicono ‘È un
problema, solo tu devi decidere’,
ma ‘È un nostro problema,
vediamo di decidere insieme per il meglio’,
per la vita.
Concludiamo con un’ultima testimonianza
che ci sembra veramente ricca. Una sfida
di coraggio di una giovane coppia, felice
di stringere fra le braccia la piccola
Matilde.
“Per me e mio marito – dice la mamma Maria Teresa – decidere
di avere un bambino è stata una scelta decisamente ponderata anche perché,
per noi, oltre ai soliti mille dubbi, sono subentrate molte difficoltà che
ci hanno portato a posticipare questa scelta. Prima la scoperta della mia malattia,
la sclerosi multipla, poi la perdita del mio lavoro, e così via. A un
certo punto però ci siamo detti: se aspettiamo il momento in cui tutto
vada bene e sia perfetto, quel momento non arriverà mai. Devo dire poi
che, quando ho scoperto di aspettare un bambino, ho smesso pian piano di pensare
a tutte le difficoltà, imparando a vivere maggiormente ‘alla giornata’,
senza pensare tanto al dopo. Aspettare un bambino, ancor prima di averlo, è infatti
uno dei momenti, anzi, il momento più bello dell’esistenza di
una donna e ti cambia la visione della vita. Alle famiglie che vivono in situazioni
simili alla mia, il consiglio che mi sento di dare è questo: affrontare
coraggiosamente la scelta di avere un figlio, senza però lasciarsi frenare
troppo dai mille dubbi e dalle incertezze che, inevitabilmente, si troveranno
sul piatto della bilancia. La gioia e l’amore che un figlio ti offre
pesano molto più su tutto il resto. E a noi Matilde o insegna ogni giorno”.
Carlo Fiore
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