In questo numero
IL WSF METTE IN MOTO LA SOCIETA' CIVILE di Simone Baroncia

 


Il World Social Forum, svoltosi a Nairobi dal 20 al 25 gennaio, è stato inaugurato con una marcia a cui hanno partecipato oltre 20000 persone dalla più grande bidonville della capitale del Kenya, Kibera, fino al parco di Uhuru; un segnale di grande speranza per il continente: “E’ straordinario che la manifestazione sia partita da Kibera, che da simbolo di violenza può diventare simbolo di pace anche a livello locale”, ha precisato all’agenzia MISNA padre Renato ‘Kizito’ Sesana, missionario comboniano ed animatore della comunità di ‘Koinonia’, che conta cinque case di accoglienza per bambini di strada nei quartieri di Nairobi: “In una zona fra le più difficili della città questa manifestazione ha lanciato un messaggio importante: non solo un altro mondo è possibile, ma è già iniziato… Abbiamo bisogno tutti di imparare ad incontrare gli altri”. Fino al 25 gennaio i partecipanti hanno animato gli slums e le vie di Nairobi, con la volontà di “costruire un mondo di pace, giustizia, etica e rispetto delle diverse forme di spiritualità”; la delegazione italiana è stata ospite a Korococho: “Eravate ciechi prima di oggi”-ha ricordato nella celebrazione eucaristica padre Alex Zanotelli- “Da oggi non potrete fare finta di non aver visto”.
Conclusa la celebrazione eucaristica a ritmo di danze e canti, sono iniziate le denunce dei mali che affliggono il continente africano: superano i morti dei conflitti in tutto il mondo le vittime del mancato rispetto degli accordi sulla politica sanitaria da parte dei governi africani, ha denunciato il premio Nobel per la pace, Desmond Tutu. Sono 40 milioni i morti a causa delle mancate azioni preventive di cui i governi sono responsabili: 4,8 milioni di bambini con meno di 5 anni muoiono per poliomielite, diarrea, morbillo, Aids. Mentre Wangari Maathai, altro premio Nobel per la pace, ha denunciato la piaga del debito estero: “Ai paesi fortemente indebitati è stato cancellato oltre 64 miliardi di dollari, ma sull’Africa rimane ancora un fardello pari a 200 miliardi di dollari. Ora, è bene ribadire che i soldi richiesti dalle istituzioni finanziarie e dai governi ricchi sono illegittimi perché fondati su vecchi finanziamenti concessi a governi e regimi ultracorrotti: ribadiamo la nostra volontà di lottare fino all’ultimo, affinché l’intero debito venga cancellato”. Davanti a questo duro atto di accusa l’Italia ha assunto la propria responsabilità; il vice ministro degli esteri con delega alla cooperazione, Patrizia Sentinelli, ha ribadito la volontà di portare il contributo alla cooperazione allo 0,34%, che ora è allo 0,13% (ancora poca cosa rispetto allo 0,70% stabilito al G8 di Genova nel 2001): “Da parte nostra dobbiamo fare di tutto per cancellare il debito estero che resta un freno allo sviluppo”. Le dichiarazioni sono state ben accolte da Riccardo Moro, direttore della ‘Fondazione giustizia e solidarietà’ (CEI), che spiega: “All’inizio l’accordo di cancellazione del debito fra Italia e Kenya non prevedeva un monitoraggio da parte della società civile su come sarebbero stati utilizzati i fondi liberati. Poi l’accordo è stato migliorato ed è stato istituito un comitato di gestione, a cui collaborano anche partecipanti della società civile locale”. La ‘Fondazione giustizia e solidarietà’ nel 2007 concluderà le operazioni di conversione del debito in Zambia e Guinea Conakry, grazie a 17 milioni di euro raccolti dalle parrocchie durante il Giubileo. Ma salute ed economia devono essere supportati da una corretta informazione. “Dopo l’11 settembre ci sono stati grandi cambiamenti nel modo in cui i media raccontano i conflitti: la prima grande guerra è ora solo quella al terrorismo; i governi chiamano impropriamente terroristi anche i ribelli interni e i media seguono, usando le stesse parole invece di indagare le situazioni”: ha precisato Paolo Beccegato, responsabile dell’area internazionale della Caritas italiana, che ha affermato l’urgenza di “identificare fonti alternative di informazione dalla base, ossia società civile, movimenti di base, Chiese locali”, perché la comunicazione è alla base della testimonianza di migliaia di migranti africani che spinti dalla fame, dalla guerra e dalla povertà, cercano di scavalcare le reti di protezione per raggiungere la ‘terra promessa’  europea. L’ex ministro della cultura maliano, Aminata Traoré, ha affermato: “Queste persone sono il simbolo delle politiche disumane adottate dall’Unione europea contro centinaia di migliaia di migranti africani costretti a fuggire il nostro continente. Ognuno di loro è stato protagonista di un calvario difficilmente descrivibile”. Marie, una sopravissuta, ha raccontato: “Pochi sanno quello che un essere umano africano subisce in Marocco o in Algeria. Nulla è paragonabile alle umiliazioni fisiche e morali che subisci nei paesi maghrebini. Sono partita dal Camerun conscia che il viaggio sarebbe stato difficile, ma mai avrei immaginato un tale calvario... Non ho vergogna a dirlo: in Marocco, ho dovuto prostituirmi per pagare chi mi avrebbe aiutato a raggiungere l’Europa, sono stata picchiata dalle forze dell’ordine e ignorata dai giudici nel corso dei miei ripetuti arresti. Eppure, mi ritengo fortunata. Molti africani vengono abbandonati a se stessi nel deserto dalle autorità marocchine”. Il racconto ha permesso di affrontare con lucidità e coraggio la questione femminile; il premio nobel per la pace, l’iraniana Shirin Ebadi, ha criticato i governi che investono più nelle spese militari che nella salute e nell’istruzione: “Fino a che non ci sarà una forte società civile non potremo risolvere i problemi dell’Africa, comprese la mortalità infantile, le malattie, la povertà e l’analfabetismo”. Infine a Nairobi si sono raccontate anche esperienze di incontro. In Camerun un’organizzazione cristiana di studenti promuove il dialogo tra giovani di diverse religioni; in Ciad giovani cristiani e musulmani lavorano insieme per prevenire i conflitti e la violenza nelle scuole; in Egitto musulmani e cristiani  vanno insieme in pellegrinaggio sul Monte Sinai e leggono brani della Bibbia e del Corano: partecipazioni che hanno testimoniato la presenza capillare delle missioni in terra africana. Poi una maratona da Korogocho fino al centro di Nairobi: finisce così il World Social Forum, con una grande festa a Uhuru Park ed una riflessione di Riccardo Petrella, presidente del Comitato italiano del contratto mondiale dell’acqua: “L’edizione di Nairobi rimarrà nella storia perché ha permesso agli africani di riaffermare il diritto di essere soggetti di storia. Il Forum africano ci ha riproposto la criticità dei rapporti tra i cittadini, i movimenti sociali e i governi. Su questa scia, nessun continente come l’Africa è in grado di evidenziare lo scarto abissale che sussiste tra i diritti delle persone e l’assenza di risposte da parte delle istituzioni. Così si affermano le guerre, la povertà, le violazioni continue dei diritti umani”.

di Simone Baroncia

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