In questo numero
FISCO & FISCHI PER VALENTINO di Stefano Ferrio

Quanto tifo si fa sotto le Alpi
per chi rispetta la legge?
E quanto per chi invece
sceglie di fare il furbo
 La vicenda di Valentino è pioggia caduta
sul bagnato in un Paese
storicamente rappresentato
nel mondo da personaggi,
da cosiddetti testimonial,
che con le dichiarazioni dei redditi
hanno avuto rapporti tempestosi.


Non solo il doping, Moggi e Calciopoli. Anche Valentino ci si mette. Perfino Valentino...  Logico che qualcuno dichiari di non farcela più, a reggere il penoso spettacolo di uno sport nazionale ormai impresentabile. E' un sentimento che si può solo condividere. Ma che si deve anche rovesciare se si vuole guardare al futuro, lavorando di fantasia e moltiplicando pani e pesci dove proprio non ce n'è traccia. Come ha insegnato chi non ci chiede miracoli, che restano di sua competenza. Andiamo con ordine, e vediamo come fare di Valentino il più irresistibile figliol prodigo dei nostri giorni.  

I cattivi maestri
Ma, prima di stringere l'obiettivo sull'Italia dei campioni d'evasione fiscale, dei palloni sgonfi e dei divetti capricciosi, diamo pure un'occhiata al mondo. Dove, per restare a freschi casi di cronaca, c'è un certo Michael Rasmussen, ciclista danese di 33 anni, cacciato dalla propria squadra (l'olandese Rabobank) a pochi giorni dalla fine del Tour de France 2007, nonostante stia indossando la Maglia Gialla da dominatore. Motivo: le continue infrazioni del regolamento internazionale sul doping.
Spostandosi in Inghilterra, c'è un certo José Mourinho, allenatore portoghese di 44 anni che, per dissapori con il presidente Roman Abramovich, nel settembre scorso lascia la panchina del Chelsea, da anni club londinese ai vertici del calcio mondiale. Particolari non secondari: se ne va patteggiando una buonuscita da 35 milioni di euro, e salutando i propri giocatori con uno scarno sms.
Scelte previste dal suo identikit di glaciale professionista, ma non certo affini alla purezza di quello spirito olimpico che dovrebbe caratterizzare tutto lo sport. Ciò nonostante Sebastian Coe, 51 anni, ex campione di atletica e otto volte recordman mondiale del mezzofondo, non fa una piega: da tifoso del Chelsea si dichiara sorpreso per la repentina uscita di scena di Mourinho, mentre da presidente del comitato organizzatore di Londra 2012 conferma la sua nomina ad ambasciatore del grande evento. Cinico e danaroso finché si vuole, per chi manda avanti la baracca l'allenatore lusitano resta testimonial inattaccabile di quel modello di sport - vincente e spettacolare - a cui da tempo si adattano anche le Olimpiadi, programmate fra un anno in Cina. La stessa Cina che troppe volte ha ignorato, come Rasmussen, il significato della parola antidoping.

Poco tifo per la legge
Torniamo allora al nostro Paese, immaginando i Giochi del 2012 assegnati all'Italia. Se così fosse stato, fino all'estate scorsa chi mai avrebbe potuto opporsi alla candidatura di Valentino Rossi ad ambasciatore della manifestazione? Anche se pratica una disciplina non olimpica come il motociclismo, avrebbero deposto a suo favore l'eccezionale bravura di pilota sette volte campione del mondo, la cavalleria spesso dimostrata con gli avversari, e la popolarità amplificata da un carattere giocoso e trascinante. In più, "fino all'estate scorsa", di questo ventottenne marchigiano di Tavullia, avrebbe pesato nel modo più positivo l'identikit di ribelle pronto a sfilare con la bandiera della pace sulle spalle, e a cambiare team in peggio (dalla Honda alla Yamaha) pur di tutelare la propria autonomia nei confronti di sponsor e interessi multinazionali.
Solo che, eccoci all'agosto scorso, il fisco italiano presenta a Valentino Rossi un conto astronomico: 112 milioni di euro, fra imposte non versate e conseguenti sanzioni. Forse la somma è esagerata, forse il campione, che dichiara di risiedere e pagare le tasse a Londra, patteggerà alla fine una cifra minore, ma resta la sostanza di un'immagine, sportiva e non, totalmente distrutta. D'altra parte, come note vicende della storia patria insegnano - vedi lo scandalo Tangentopoli, che negli anni '90 ha azzerato un'intera classe politica - l'Italia cova nel proprio dna una tendenza all'eccesso in base a cui le situazioni diventano irreparabili, e i personaggi indifendibili. Così è stato per un asso del ciclismo come il povero Marco Pantani, e così potrebbe essere per Rossi.
Con la differenza che, mentre Pantani non c'è più, il pilota della Yamaha ha intenzione di correre per molte altre stagioni, soprattutto adesso che l'australiano Casey Stoner ha usurpato il suo trono, vincendo il mondiale Gp in sella all'italiana Ducati. Valentino può quindi collaborare limpidamente con il fisco, in modo da chiarire tutte le vicende che lo riguardano a proposito di società, yacht e fuoriserie a lui collegati secondo la polizia tributaria. Una volta conclusa questa fase, si troverebbe nelle condizioni di versare il dovuto e chiudere la partita, godendo della riabilitazione dovuta a chi ammette le proprie mancanze e ci pone rimedio.
Anche se tutto lascia sperare che finisca così, resta incombente una domanda di fondo: in Italia serve dare l'esempio? E, quesiti strettamente legati ai primi: "a chi" si dà quest'esempio? Quanto tifo si fa sotto le Alpi per chi rispetta la legge? E quanto per chi invece sceglie di fare il furbo? La vicenda di Valentino, ricordiamolo, è pioggia caduta sul bagnato di un Paese storicamente rappresentato nel mondo da personaggi, da cosiddetti "testimonial", che con le dichiarazioni dei redditi hanno avuto rapporti tempestosi. E' stato così per l'attrice Sofia Loren, finita addirittura in carcere per una frode poi penalmente attribuita ad altri; è stato così per la cantante Mina, il cui contenzioso con il fisco risale a quando decide di abitare in Svizzera; è stato così per la buonanima di Luciano Pavarotti, il grande tenore che accettò di restituire allo Stato 24 miliardi di lire in rate da 500 milioni. Restando allo sport, personaggi come lo sciatore Alberto Tomba o un altro motociclista, Loris Capirossi, hanno fatto ammattire intere squadre di esattori.

Il pentito testimonial
Resta, di consolante, il caso recente di Giancarlo Fisichella, pilota di Formula Uno che concorda con l'Agenzia delle Entrate un saldo delle proprie pendenze sospese, pari a tre milioni e ottocentomila euro. Nell'occasione un apprezzabile "Fisico" incoraggia Rossi a fare lo stesso, riconciliandosi con quei tifosi che non meritavano una delusione del genere, compresi chi scrive e famiglia. Cercando di andare con il cuore al di là dell'ostacolo, una soluzione spettacolare potrebbe allora essere questa: Valentino che, oltre a pagare, accetta di diventare gratuitamente testimonial dello Stato per la lotta all'evasione fiscale. Ve lo vedete il ricciolone che, alle prese con un Modello Unico, si inventa una gag a proposito della cifra esatta da mettere nella casella dell’imponibile? Questo sì, sarebbe qualcosa di travolgente. Questo sì funzionerebbe da esempio, rivolto non solo a chi le tasse le paga già, ma anche a quanti le considerano una specie di sfida annuale con lo Stato. Questo sì, farebbe parlare bene dell'Italia in tutto il mondo. Anche nell'Inghilterra dove Valentino risiede, e dove le Olimpiadi del 2012 non hanno così bisogno, credeteci, dell’ambasciatore José Mourinho che lascia i suoi giocatori con un sms.

Stefano Ferrio

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