In questo numero
AMERICAN DREAM di Stefano Ferrio

Rispetto all’Europa, lo sport Usa amplifica,
nel bene e nel male, la dimensione spettacolare
che tende a cancellare le tinte soft,
privilegiando i colori violenti.
Ma in America tutto è possibile,
anche essere eroi per un solo giorno,
grazie alla concorrenza vera dei play off
che dà a tutti una possibilità.


Philadelphia non è solo la città di Rocky Balboa, pugile-nessuno che, nella famosa serie di film con Sylvester Stallone, conquista la corona di campione del mondo. È anche la città di una squadra di football chiamata Eagles, aquile. E di Vince Papale, classe 1946, diventato a 30 anni di età, con la maglia degli Eagles, il più vecchio debuttante nel campionato professionistico della lega Nfl, che organizza il campionato concluso ogni anno dal celeberrimo Superbowl.
Anche se non ha mai vinto una di queste finali seguite dalle Tv di tutto il mondo, l’ex barista insegnante e giocatore dilettante Papale, passato dal bancone di un pub alla casacca di wide receiver (ricevitore) della squadra del cuore, ha conquistato nel suo Paese una notorietà quasi pari a quella di Rocky: Tanto che, roba di un anno fa, la sua avventura ha ispirato il film Invincible, con protagonista Mark Wahlberg. Ora, se chi ha occasione di vederlo in dvd (il titolo italiano è “Imbattibile”), scambia la storia di Vince Papale per pura fiction partorita dalla fervida fantasia di qualche sceneggiatore di Hollywood, mica va biasimato. Non basta qualche frasetta, buttata lì fra i titoli di testa o di coda, per spiegare che si tratta di una “storia vera” a spettatori condizionati dal fatto di avere visto un sacco di film americani in cui lo sport ispira solo favole, con tanto di cavalieri-atleti e principesse-belle della scuola.
In realtà se i film di Rocky piacciono così tanto, innanzitutto agli americani, è perché qualcosa di vero trapela dalle loro pieghe. Di sicuro una fame di emozioni forti che a piacimento può citare il melodramma, i fumetti dei supereroi, le soap opera stile Beautiful, o la peggiore cronaca nera. Perché, rispetto all’Europa e agli altri continenti, lo sport Usa amplifica, nel bene e nel male, una dimensione spettacolare che tende a cancellare le tinte pastello, privilegiando i violenti colori spray cari ai graffitari delle metropoli.
A questo punto non si deve però credere che spettacolo significhi per i tifosi americani solo show business, legge del più forte, interessi degli sponsor e classifiche dell’audience televisiva. C’è dell’altro, e soprattutto c’è di meglio, come dimostrato dalla storia dei quattro sport di squadra più amati negli States: baseball, basket, football e hockey su ghiaccio.
A unire discipline così diverse, esaltando nello stesso modo la passione del pubblico, è una magia chiamata play off, le partite a eliminazione diretta programmate fra le migliori classificate al termine della stagione regolare. Formula importata con successo nel resto del mondo, Italia compresa (dove solo il calcio di Serie A fa ancora resistenza), questa del “dentro o fuori” accende i cuori e speranze per motivi molto elementari: niente trucchi e chance per tutti, soprattutto per gli eroi, compresi quelli di un solo giorno.
Per capire di cosa stiamo parlando, non occorrono grandi balzi a ritroso nel tempo. Basta fermarsi all’ottobre dello scorso anno, quando i Saint Louis Cardinals vincono le World Series, la serie di partite che designano la squadra campione di baseball. È un perentorio 4-1 (si gioca al meglio dei sette incontri) quello con cui gli atleti di coach Tony La Russa distruggono gli avversari Detroit Tigers, riportando a Saint Louis un titolo che mancava da 24 anni. Eppure, questa trionfale passerella sarebbe impensabile senza quanto avviene nella drammatica gara-7 di semifinale, giocata dai Cardinals allo Shea Stadium di New York, contro i quotatissimi Mets. Le due squadre stanno disputando il nono e conclusivo inning di un match inchiodato a una perfetta parità, quando il turno di battuta tocca al ricevitore degli ospiti, Yadier Molina, 24 anni, portoricano di Vega Alta. Nessuno in quel momento si aspetta la spaventosa bordata con cui il catcher caraibico zittisce i 56mila tifosi di casa, per piazzare un fuori-campo da due punti a cui nulla può opporsi. L’effetto del colpo è doppio: Saint Louis in finale, e nome di Molina inscritto fra quello dei players in grado di cambiare il corso di una stagione intera.
Passando al basket della Nba, quest’ultima categoria trova la sua massima celebrazione negli autori dei buzzer beater, i canestri realizzati sul suono della sirena che conclude una partita. Va precisato che questo popolare “muggito” blocca i giocatori, ma non il pallone appena tirato verso il cesto, per cui sono infiniti gli aneddoti a proposito di palasport impazziti di gioia o disperazione per il fruscio di una retina o il cupo rintocco di un tabellone. Al buzzer beater più famoso si assiste nel 1989, al termine di gara-5 della finale fra i Chicago Bulls e i Cleveland Cavaliers. Questi ultimi, sotto 1-3 nella serie, pensano di avere la partita in mano quando, a tre secondi dalla fine, vanno avanti di un punto. Ma, alla ripresa del gioco, il pallone arriva a un certo Michael Jordan che si arresta e stacca da terra per il classico tiro da tre punti. Davanti a lui il povero Craig Ehlo, dei Cavaliers, balza a sua volta in aria, il braccio teso per la stoppata. Solo che, mentre il suo è un semplice “salto”, dopo il quale torna con i piedi sul parquet, quello di Jordan è un autentico e misterioso “volo”. Un magico librarsi nel vuoto, grazie a cui resta in sospensione un istante in più dell’avversario, facendo partire la “bomba” che vale da sola partita e titolo Nba.
Non pare un caso che questo tiro, successivamente utilizzato perfino come spot pubblicitario, sia da attribuire al nero di Brooklyn, classe 1963, considerato il più grande giocatore di tutti i tempi. Si sublima nel suo “battisirena” la classe di un atleta inimitabile per come ha saputo fondere talento puro e mentalità vincente, numeri circensi e punti segnati in doppia cifra. È tale il vuoto lasciato dal suo ritiro, che tuttora le platee della Nba faticano ad abituarsi ai troppi eroi “normali” di un presente cestistico privo di leggende a cui appigliarsi: l’ultimo titolo, vinto dai San Antonio Spurs, premia una squadra di brillanti ragionieri senza alcun alone da superman. Né il torneo al via in questo autunno promette particolari prodigi.
Almeno il football si consola con la glaciale perfezione di Adam Vinatieri, kicker di 35 anni dal cui piede infallibile continuano a partire field-goal – tiri fra i pali - che fanno la gioia di milioni di tifosi: è successo nei tre Superbowl vinti con la maglia dei New England Patriots e, lo scorso inverno, con quello conquistato dagli Indianapolis Colt sui Chicago Bears.
Quanto all’hockey su ghiaccio, nella cui lega (Nhl) pesa anche dal punto di vista delle vittorie la presenza dei club canadesi, si raccomanda come il “più americano” degli sport per l’antichità della Stanley Cup che mette in palio da 114 anni, e per la “democratica” varietà di squadre che sono riuscite a portarsela a casa, compresi i paperotti californiani (gli Anaheim Ducks) dell’ultima finale. La prima, nel 1893, fu vinta dalla squadra di Montreal, che è la stessa città del Canada francofono dove nel 1967 nasceva Chris Benoit. Proprio il campione di wrestling suicidatosi nello scorso giugno, dopo avere ucciso moglie e figlio, divo del ring la cui morte violenta va ad aggiungersi a una lista agghiacciante di lutti avvenuti negli ultimi anni fra i praticanti della lotta libera.
Perché negli States del “tutto è possibile”, il pericolo dietro l’angolo è costituito da violenza pacchiana, doping illimitato e brutale sfruttamento economico. Fortuna che il grande spettacolo dello sport americano prevede ancora oasi di libertà e freschezza come il Draft, avvincente cerimonia con cui ogni anno le squadre del campionato Nba di basket possono scegliere – partendo dalle peggiori classificate della stagione precedente – fra i migliori giovani del mondo. Nel 2007, per la seconda estate di fila, un italiano è stato protagonista al “Draft”. Dopo Andrea Bargnani, prima scelta nel 2006 dei Toronto Raptors, lo scorso giugno è toccato a Marco Belinelli venire ingaggiato dai Golden State Warriors di San Francisco. Chi lo avrebbe detto, solo qualche anno fa? D’altra parte, non tutti sanno che quella di Vince Papale, debuttante con gli Eagles dopo avere fatto il barista, mica è una fiaba, ma una storia vera. Anzi, “americana”.

Stefano Ferrio

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