Alpha: la prima lettera dell’alfabeto
greco, certo. Ma anche il nome della prima
auto costruita da Vincenzo Lancia. La prima
di una serie, spesso pietre miliari nella
storia delle quattroruote, di un’azienda
che proprio pochi giorni fa - il 29 novembre
- ha festeggiato i cent’anni d’attività.
Un traguardo raggiunto da poche Case. E che,
per inciso, ricorda anche i 125 anni della
nascita del fondatore.
Vincenzo Lancia nasce, infatti, il 24 agosto 1881, a Fobello, nell’alta
Valsesia. Il padre, che ha fatto fortuna con i cibi conservati, lo vorrebbe avvocato
o almeno ragioniere, ma lui, forse fin troppo sveglio, è attirato dalla
meccanica e dai motori. Come non bastasse, la “Fabbrica di velocipedi e
vetture automobili Giovanni Cerano” ha l’officina proprio nel cortile
della casa paterna, a Torino. Così “Censin”, com’è chiamato
in famiglia, lascia gli studi, per lui tutt’altro che leggiadri, e inizia
a destreggiarsi tra lime, pinze, martelli, grasso e olio.
Quando, nel 1899, i fratelli Ceirano accettano di vendere impianti e brevetti
a Giovanni Agnelli, che ha appena fondato la Fiat, Vincenzo e il coetaneo Felice
Nazzaro, appena diciottenni, sono assunti come collaudatori. Anzi, piloti. E
i bolidi condotti dai due “giovincelli”, si piazzano spesso tra i
primi. Certo, lo stile dei due è diverso. Felice è un artista del
volante e diventa famoso. Nel solo 1907, per esempio, vince il Gran Premio di
Francia, quello d’Italia e la mitica Targa Florio. E in quell’occasione,
si tolse il berretto e da perfetto gentleman driver, i suoi capelli
erano ancora tutti ben pettinati (morirà nel 1940). Vincenzo, invece, è impulsivo,
ha qualche incidente e guasto. Forse per questo, lui si concentra sulla meccanica
e in officina diventa esigente, meticoloso, quasi maniacale. Fuori è tutt’altra
pasta: ama la buona cucina, le bevute e la musica.
Nel 1906, però, sente che è il momento di fare da solo. Il 29 novembre,
appunto, con l’amico Claudio Fogolin, fonda la “sua” azienda.
E lì, esprime la parte migliore di sé, con collaboratori validi,
ai quali trasmette l’impulso, rivoluzionario per quegli anni, di essere
sempre all’avanguardia e il coraggio di rischiare. Un esempio. Nel dicembre
1907 si deve collaudare il primo “chassis”, e ci si accorge che i
mozzi delle ruote sono più larghi della porta dell’officina: è lui
a dare le prime picconate per allargare il passaggio.
Questo stile, questa umanità (nel 1922, sposerà la segretaria Adele
Miglietti, e avrà tre figli: Anna Maria, Gianni ed Eleonora), questo essere
tecnico, progettista e ingegnere (pur senza titolo ufficiale) sono testimoniati
dai suoi modelli. La prima vettura - la Alpha - si distingue dalle concorrenti
non tanto per il richiamo alla prima lettera dell’alfabeto greco (è suo
fratello, insegnante di lettere antiche, a suggerirgli la “serie”,
che sarà via via completata), ma per lo chassis è leggero e allungato,
mentre la moda tende ad auto di grandi dimensioni, e per il motore avveniristico
per l’epoca: soltanto 2.543 cc e con velocità di rotazione straordinariamente
alta, a 1800 giri il minuto.
Gli altri modelli hanno tutti una loro “originalità”, che
si tratti di soluzioni tecniche, di prestazioni, di finiture. In una parola,
di classe. Basta sfogliare l’“album di famiglia”, a caso. La
Beta del 1909: 3117 cc, 15 cavalli, anzi HP come si diceva allora, erogati da
un motore monoblocco che sembra (o è?) pensato per le corse. Come a dire
l’auto con la quale i sogni di Vincenzo cominciano a correre. Nel 1911,
quando la Casa si trasferisce in borgo San Paolo, nasce l’Eta: con i sui
120 km/h è la vettura italiana più veloce di quegli anni. Nel 1913,
ecco la Theta, prima in Europa ad offrire l’impianto elettrico integrato
nella vettura. Nel ’21, l’elitaria Trikappa è la prima auto
al mondo con un motore otto cilindri a V stretto. L’anno dopo, nasce la
Lambda, emblema della filosofia Lancia per le soluzioni tecniche destinate a
fare scuola: carrozzeria a struttura portante, sospensione a ruote anteriori
indipendenti, motore quattro cilindri a V stretto e altro ancora.
Negli anni Trenta, quando le auto sono battezzate con nomi consoni al regime
- ma e che iniziano, non a caso, con la A -, le innovazioni tecniche continuano
ad essere pane quotidiano. Un esempio per tutte: l’Artena, l’elitaria
Astura (protagonista in molti film di “Don Camillo”, prima serie),
l’Augusta (prima berlina al mondo con carrozzeria monoscocca portante)
hanno le porte che si aprono “ad armadio”, senza montante centrale,
per agevolare i movimenti delle persone.
Vincenzo Lancia segue di persona i nuovi modelli e spesso li collauda. Sino al
15 febbraio 1937. Nella notte ha un attacco di cuore, ma preferisce non svegliare
la moglie e quando al mattino chiama il medico, non c’è più nulla
da fare. Non ha 56 anni. Senza le sue intuizioni e capacità, lo sviluppo
dell’automobile segnerà a lungo il passo. Non a caso, è stato
osservato, il suo testamento spirituale è una vettura: l’Aprilia.
Due primati tra i tanti: il Cx incredibilmente basso per l’epoca (0,47,
rilevato nel 1970) e le sospensioni indipendenti sulle quattro ruote. Poi, il
dramma della seconda guerra mondiale.
Bisogna attendere il 1950 perché l’azienda presenti un modello nuovo,
l’Aurelia. Sotto il cofano, un’altra prima mondiale: il motore sei
cilindri a V di 60°, prodotto in serie. Tra le varie versioni, due diventano
protagoniste di film famosi: la “B10” ne “I soliti ignoti” del ’58
(campione d’incasso dell’anno, concorre persino all’Oscar;
regista Mario Monicelli), e la “B24”, guidata dall’indimenticabile
Vittorio Gassman ne “Il sorpasso”, girato da Dino Risi nel ’62.
Sempre in quegli anni, Gianni Lancia impegna l’azienda anche nelle competizioni.
La Scuderia, che come simbolo adotta un elefantino al galoppo, gareggia con ottimi
risultati nella categoria Sport. Restano memorabili le vittorie della “D24
Carrera”, che prende il nome dalla vittoria nella Carrera Panamericana
del ’53 (tre D24 ai primi tre posti) e che guidata da Alberto Ascari si
aggiudica la Mille Miglia del ’54. Poi, si tenta il balzo in Formula 1,
con la monoposto D50, ma il bilancio dell’azienda è così grave
che si abbandonano le gare. Così, nel 1955, l’intera squadra corse,
dagli uomini alle vetture, è ceduta gratuitamente alla Ferrari, che l’anno
dopo conquista il Mondiale di F1 proprio con la D50, pilotata dall’italo-argentino
Manuel Fangio (cinque volte campione del mondo).
L’anno dopo nasce la Flaminia, scelta nel ’61 come auto del Quirinale,
per il presidente della Repubblica. Uno dei quattro esemplari sarà restaurato
nel 2001 e poi, destinato da Carlo Azeglio Ciampi al Museo dell’Automobile
di Torino. Dopo, ecco la Flavia, con l’innovativa trazione anteriore, il
motore quattro cilindri “boxer” e i freni a disco. E ancora dopo,
la Fulvia, che nella versione Coupé HF entra nei sogni di una generazione
ed è una delle auto più collezionate d’Europa. Presentata
nel ’65, resta in produzione per undici anni, durante i quali è definita “nata
vincente” per gli innumerevoli successi.
A questa, succedono le “corsaiole” Stratos (“arma assoluta” dei
rally: carrozzeria in lega leggera e vetroresina, motore di 2418 cc, 280 CV,
220 km/h), Rally 037 (motore quattro cilindri, 16 valvole, nata dalla collaborazione
con l’Abarth), Delta 4WD e Delta HF Integrale, derivate dalla berlina disegnata
da Giorgetto Giugiaro e proclamata “auto dell’anno” 1980. Vetture
che spopolano i rally per un ventennio, conquistando undici titoli mondiali. .
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Lorenzo Boschetto
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