La famiglia prima di tutto. La casa
di mamma e papà è il primo e
fondamentale luogo in cui avviene il percorso
di crescita dei giovani tra i 16 e i 29 anni.
Ma senza alcun timore di commettere errori
statistici, i sociologi e gli esperti includono
anche gli ultratrentenni. Questo vale per l’86%
dei ragazzi e per il 73% delle ragazze. Le
ragioni di una tale scelta, per certi versi
obbligata, si rifanno alle difficoltà di
ingresso nel mondo del lavoro, caratterizzato
da una parola-tabù: precarietà.
Di conseguenza la mancanza di una indipendenza
economica impedisce di mettere il naso fuori
di casa. Inoltre inducono la maggior parte
dei giovani a restare in casa dei genitori
l’assenza di politiche abitative e di
welfare. Questo fenomeno, denominato dai sociologi «famiglia
lunga» ha origine dagli anni ’80
e persiste tuttora. L’ingresso nell’età adulta è ritardato.
A
casa è meglio
Una realtà di questo tipo è presente
anche in altri Paesi che vantano culture
diverse nell’universo giovanile:
in Inghilterra, per esempio, dove i giovani
a 18 anni, se ne vanno via da casa, al
raggiungimento dei 30 tornano dai genitori.
Il motivo: la casa costa e il lavoro non
si trova. La famiglia così diventa
il primo valore in assoluto che cattura
spontaneamente la fiducia e la sensibilità dei
giovani. In definitiva sette giovani su
10 stanno ancora con i genitori. «Il
rinvigorirsi dell’istituzione familiare
costituisce per le nuove generazioni ancora
una forte legatura sul piano sia relazionale
affettivo sia valoriale normativo».
A convalidare ciò un recente studio
fatto da esperti di problematiche giovanili
e curato da Franco Garelli. Da tale ricerca
(riscontrabile nel volume La socializzazione
flessibile, 2006, Il Mulino) è risultato
che «più del 90% dei giovani
dichiara di identificarsi nei valori trasmessi
dai genitori; il 74% dichiara di avere
molta fiducia nei propri familiari; il
57% colloca la famiglia al primo posto
tra gli aspetti della vita per cui vale
la pena impegnarsi anche a costo di sacrifici».
I genitori pertanto godono della fiducia
dei propri figli adolescenti. Rispetto
al passato il dialogo e il confronto tra
vecchie e nuove generazioni nei legami
parentali è maggiormente vissuto
e sentito come un’esigenza primaria.
Le ragazze più dei maschi tendono
a confidarsi con il padre o la madre circa
problemi personali. In prevalenza si tratta
di esigenze economiche da soddisfare o
di ordine pratico e relazionale, o aspetti
che riguardano il proprio avvenire negli
studi o nel lavoro. L’educazione,
le buone maniere, il senso di responsabilità e
l’autonomia sono i valori accettati
e assimilati che i genitori cercano d’inculcare
nei loro figli giovani.
Dopo la famiglia:
gli amici
Ma sulle istanze affettive o più intime
e personali, come quelle di natura sessuale,
punto di riferimento privilegiato sono
gli amici. Le amicizie con i coetanei costituiscono
il valore successivo a cui giovani fanno
più affidamento, subito dopo la
famiglia. I gruppi di amici, sul piano
numerico, quantitativo possono arrivare
anche a una ventina di coetanei e più,
ma la qualità della relazione è spesso
oscillante e superficiale. I rapporti amicali,
che vedono interagire invece solo due soggetti,
sono preferiti dalla maggior parte dei
giovani, in questi casi la personalità del
ragazzo o della ragazza si estrinseca con
una maggiore sensibilità e apertura.
Politica:
gradimento zero
Verso la politica i giovani
tendono a esternare un atteggiamento negativo
di sfiducia, apatia e disinteresse. Nei
confronti delle istituzioni i giovani hanno
dimostrato di gradire e valutare con maggiore
attenzione la scuola (45%), le forze dell’ordine
(44%), la Chiesa (40%), i mass-media (34%).
Sui partiti il livello i gradimento è calato
fino al 10%.
Precari sì, ma tanto
coccolati
Ha dichiarato Marina D’Amato, docente
di sociologia, che quella dei nostri giovani è «una
generazione disillusa, che ha perduto le
speranze. Perciò vive in una dimensione
molto ludica. Nei giovani manca il desiderio
di emancipazione e la spinta a lasciare
la casa dei genitori. Per allentare l’angoscia
del lavoro che non si trova, tendono a
minimizzarne l’importanza. Il lavoro
non è più visto come percorso
esistenziale e realizzazione del proprio
io. Nell’incertezza, chiusi nel pantano
della precarietà, si sono rassegnati
a non fare più progetti. Eppure,
in compenso, sono coccolatissimi dalla
famiglia».
Basteranno gli spiccioli
del Governo per spingere i bamboccioni
fuori di casa? O il malessere non è solo economico, ma
culturale? Bisogna cioè incidere sulla
mentalità prima ancora che sull’economia:
sul modo di concepire la vita, i suoi valori
e il suo senso. Perché nel sottobosco
di tanti fallimenti e dissoluzioni qualcosa
di nuovo sta nascendo, anche se non fa rumore.
Nicola Di Mauro |