In questo numero
COCCOLATI E... PRECARI di Nicola Di Mauro

Ci mancava solo più un Ministro
a dire che i giovani sono dei bamboccioni
da sbattere fuori casa.
Come se i problemi fossero risolvibili
con quattro spiccioli.
In una società in dissoluzione
aggrapparsi  alla famiglia
resta l’unico salvataggio possibile.
Togliere anche questo?


La famiglia prima di tutto. La casa di mamma e papà è il primo e fondamentale luogo in cui avviene il percorso di crescita dei giovani tra i 16 e i 29 anni. Ma senza alcun timore di commettere errori statistici, i sociologi e gli esperti includono anche gli ultratrentenni. Questo vale per l’86% dei ragazzi e per il 73% delle ragazze. Le ragioni di una tale scelta, per certi versi obbligata, si rifanno alle difficoltà di ingresso nel mondo del lavoro, caratterizzato da una parola-tabù: precarietà. Di conseguenza la mancanza di una indipendenza economica impedisce di mettere il naso fuori di casa. Inoltre inducono la maggior parte dei giovani a restare in casa dei genitori l’assenza di politiche abitative e di welfare. Questo fenomeno, denominato dai sociologi «famiglia lunga» ha origine dagli anni ’80 e persiste tuttora. L’ingresso nell’età adulta è ritardato.

A casa è meglio
Una realtà di questo tipo è presente anche in altri Paesi che vantano culture diverse nell’universo giovanile: in Inghilterra, per esempio, dove i giovani a 18 anni, se ne vanno via da casa, al raggiungimento dei 30 tornano dai genitori. Il motivo: la casa costa e il lavoro non si trova. La famiglia così diventa il primo valore in assoluto che cattura spontaneamente la fiducia e la sensibilità dei giovani. In definitiva sette giovani su 10 stanno ancora con i genitori. «Il rinvigorirsi dell’istituzione familiare costituisce per le nuove generazioni ancora una forte legatura sul piano sia relazionale affettivo sia valoriale normativo». A convalidare ciò un recente studio fatto da esperti di problematiche giovanili e curato da Franco Garelli. Da tale ricerca (riscontrabile nel volume La socializzazione flessibile, 2006, Il Mulino) è risultato che «più del 90% dei giovani dichiara di identificarsi nei valori trasmessi dai genitori; il 74% dichiara di avere molta fiducia nei propri familiari; il 57% colloca la famiglia al primo posto tra gli aspetti della vita per cui vale la pena impegnarsi anche a costo di sacrifici». I genitori pertanto godono della fiducia dei propri figli adolescenti. Rispetto al passato il dialogo e il confronto tra vecchie e nuove generazioni nei legami parentali è maggiormente vissuto e sentito come un’esigenza primaria. Le ragazze più dei maschi tendono a confidarsi con il padre o la madre circa problemi personali. In prevalenza si tratta di esigenze economiche da soddisfare o di ordine pratico e relazionale, o aspetti che riguardano il proprio avvenire negli studi o nel lavoro. L’educazione, le buone maniere, il senso di responsabilità e l’autonomia sono i valori accettati e assimilati che i genitori cercano d’inculcare nei loro figli giovani.

Dopo la famiglia: gli amici

Ma sulle istanze affettive o più intime e personali, come quelle di natura sessuale, punto di riferimento privilegiato sono gli amici. Le amicizie con i coetanei costituiscono il valore successivo a cui giovani fanno più affidamento, subito dopo la famiglia. I gruppi di amici, sul piano numerico, quantitativo possono arrivare anche a una ventina di coetanei e più, ma la qualità della relazione è spesso oscillante e superficiale. I rapporti amicali, che vedono interagire invece solo due soggetti, sono preferiti dalla maggior parte dei giovani, in questi casi la personalità del ragazzo o della ragazza si estrinseca con una maggiore sensibilità e apertura.

Politica: gradimento zero

Verso la politica i giovani tendono a esternare un atteggiamento negativo di sfiducia, apatia e disinteresse. Nei confronti delle istituzioni i giovani hanno dimostrato di gradire e valutare con maggiore attenzione la scuola (45%), le forze dell’ordine (44%), la Chiesa (40%), i mass-media (34%). Sui partiti il livello i gradimento è calato fino al 10%.

Precari sì, ma tanto coccolati

Ha dichiarato Marina D’Amato, docente di sociologia, che quella dei nostri giovani è «una generazione disillusa, che ha perduto le speranze. Perciò vive in una dimensione molto ludica. Nei giovani manca il desiderio di emancipazione e la spinta a lasciare la casa dei genitori. Per allentare l’angoscia del lavoro che non si trova, tendono a minimizzarne l’importanza. Il lavoro non è più visto come percorso esistenziale e realizzazione del proprio io. Nell’incertezza, chiusi nel pantano della precarietà, si sono rassegnati a non fare più progetti. Eppure, in compenso, sono coccolatissimi dalla famiglia».
Basteranno gli spiccioli del Governo per spingere i bamboccioni fuori di casa? O il malessere non è solo economico, ma culturale? Bisogna cioè incidere sulla mentalità prima ancora che sull’economia: sul modo di concepire la vita, i suoi valori e il suo senso. Perché nel sottobosco di tanti fallimenti e dissoluzioni qualcosa di nuovo sta nascendo, anche se non fa rumore.

Nicola Di Mauro

www.timeandmind.com