E
adesso che non correrà più,
adesso che non farà più paura
a nessuno, adesso che il Mondiale Piloti
2006 l’ha vinto un altro pilota, adesso
che anche il Mondiale Costruttori l’ha
preso un’altra scuderia, adesso sono
tutti lì a lodarlo. Persino qualcuno
che dopo il Gran Premio di Monza, lo scorso
10 settembre, aveva polemicamente detto che «il
mondiale è già stato assegnato»,
alla fine del “circus 2006” si è congratulato
con lui perché «lascia la Formula
1 un grande». Grande Michael. A chi
scrive, tornano in mente i versi della pascoliana “La
quercia caduta”, con la gente che dice: “era
pur grande… era pur buona. Ognuno
loda, [ma, aggiungo io] ognuno taglia”.
Già, perché alcune sue doti sono naturali, altre costruite giorno
dopo giorno, con meticolosità teutonica, ma non tutti avrebbero il coraggio
di fare la sua scelta. Prendiamo l’ultima sua gara, la 250ª, disputata
sulla pista brasiliana di Interlagos il 22 ottobre. La più bella della
carriera. Da incorniciare. Parte decimo, rimonta, fora, riparte ultimo e quasi
doppiato, rimonta ancora, supera persino Kimi Raikkonen, suo erede in Ferrari,
e arriva quarto. Conquistando pure il record del giro: 214,966 km/h. Classe assoluta.
Qualcun altro si sarebbe rimangiato il ritiro dalle corse, annunciato a Monza.
Lui, no. Al punto che il mensile “Quattroruote” scrive: “È un
vero peccato che un pilota capace ancora di prestazioni come quella vista in
Brasile, smetta di correre. Però, forse è bello che lasci questo
ricordo, piuttosto che finire la carriera come hanno fatto altri campioni, trascinandosi
a mezza classifica nel ricordo delle glorie passate”.
In uno sport, qualsiasi sport, diventare campione del mondo non è facile.
Esserlo per sette volte, e in una “specialità” come la Formula
1, dove l’innovazione tecnologica è quotidiana, è mitico.
Soltanto lui, Michael Schumacher c’è riuscito. In pista è stato
senza confronti. Professionale al limite del “robot”. Determinato
al limite della prepotenza. Coraggioso al limite dell’imprudenza. Sull’asciutto
o sul bagnato. Con la folla che impazziva per lui o al contrario, che lo denigrava
(sottovoce), perché con lui sul podio non si sentiva la Marsigliese. Perché con
lui, in pista, non c’erano tonalità di grigi: o bianco o nero. Pardon,
rosso Ferrari.
È stato l’emblema dei cambiamenti della F.1 negli ultimi anni: dall’elettronica
alle mescole degli pneumatici, dalle strategie di gara ai regolamenti che in
certi momenti sembravano fatti apposta per contrastare le sue capacità.
Così bravo che dopo ogni Gran Premio bisognava aggiornare le classifiche.
Con
i suoi 38 anni da poco compiuti - è nato
il 3 gennaio 1969 - era il più vecchio
pilota in pista nella scorsa stagione. Intanto,
ha vinto tutto quanto c’era da vincere.
A fine carriera, sette titoli mondiali di
F.1 - dei quali cinque consecutivi con la
Ferrari, dal 2000 al 2004 -, contro i cinque
di Juan Manuel Fangio e i quattro di Alain
Prost. Poi, 91 primi posti su 249 gare (quasi
quattro vittorie su dieci), 68 pole position,
40 double (pole e vittoria), 22 hat-trick
(pole, miglior giro e vittoria), maggior
numero di vittorie in un campionato (13 su
18, nel 2004), 1369 punti totali conquistati,
unico ad aver vinto per cinque volte a Monza
e a Indianapolis. E altro ancora.
Lorenzo Boschetto
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