In questo numero
IL SORRISO DI CHIARA di Lorenzo Boschetto

Chiara Lubich, dalle montagne del suo Trentino,
ha lanciato la grande riforma dell’amore.
Il Vangelo per l’uomo di oggi
in cerca di verità e di armonia.
Storia di una piccola grande donna.


Dici Chiara, e in tutto il mondo milioni di persone ti sorridono e ti rispondono con una parola: “Uno”. Formula segreta? Mistero? No. Merito della straordinaria intuizione di una maestrina di (allora) 23 anni, che di nome fa Silvia, e non Chiara. E che ancor oggi, a 87, con una decina di lauree honoris causa, in piena èra della globalizzazione, riesce a farsi capire da tutti anche se continua a parlare in italiano. Saltando qualche volta le doppie, da buona trentina qual è. È la fondatrice e presidente del Movimento dei Focolari.
Silvia Lubich nasce il 22 gennaio 1920 a Trento, seconda di quattro figli. Prende il nome di Chiara anni dopo, affascinata dalla radicalità evangelica di Chiara d’Assisi. I genitori sono tipografi: la madre cattolica, il padre socialista. Una famiglia affiatata, come ce n’erano, e ce ne sono, tante. Lei ha la passione per il sapere e la ricerca della verità. Insegna come maestra in città e s’iscrive a Filosofia, all’Università di Venezia. Nel ’39 è a Loreto per un corso, e nel santuario dove secondo la tradizione è conservata la casa abitata dalla Sacra famiglia a Nazaret, intuisce una nuova vocazione nella Chiesa, e che molti l’avrebbero seguita su quella strada. Scoppia la seconda guerra mondiale. Trento è bombardata dagli aerei alleati. Anche i Lubich devono sfollare. La loro casa sarà sventrata. Il fratello Gino è partigiano, poi sarà giornalista de l’Unità, il quotidiano comunista. Chiara, lasciati gli studi, decide di restare in città con alcune amiche. Unici ripari sono i rifugi antiaerei. In quei momenti di paura, attimi in cui tutto crolla e tanti muoiono, Chiara e le compagne capiscono che “solo Dio resta: Dio che è Amore”. E nell’incertezza del quotidiano, vivono da subito gli insegnamenti del Vangelo. Il 7 dicembre 1943, Chiara pronuncia il suo “sì per sempre” a Dio, nella chiesetta dei Cappuccini. Ha 23 anni. È sola. Non ha presentimenti di quanto nascerà: il Movimento dei Focolari.

Il fuoco dell’amore

Il nome focolare richiama l’ambiente di famiglia dove un tempo piccoli e grandi si scaldavano, parlavano, crescevano. E “focolare” è il primo nucleo, nato appunto a Trento, dal quale si è sviluppato il Movimento, “secondo un preciso disegno di Dio che si è andato svelando di tempo in tempo”, come afferma Chiara. Oggi sono oltre ottocento, in tutto il mondo. Ognuno è una piccola comunità, formata da laici, anche coniugati, che vivono sul modello della famiglia di Nazaret. In altre parole, vivono quella che è definita una “spiritualità collettiva”: il comandamento di Gesù “Amatevi gli uni gli altri”, perché “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, Io sono in mezzo a loro”.
Ma torniamo alle origini. Perché il Vangelo non sia teoria e “belle parole” - anche allora era più facile parlare che fare ed essere -, Chiara e le coetanee accolgono nella loro casa, pur precaria, chi ha bisogno di cure, chi è senza cibo, vestito, scarpe. La loro vita diventa un continuo amare il prossimo, nella convinzione che il “Vangelo vissuto è la soluzione di ogni problema individuale e sociale”. Altre persone s’impegnano con gli stessi propositi. Tra loro, fondamentale è il valore dell’unità, “che ne impronta lo spirito, i fini, la struttura”. Ognuno s’impegna a vivere “amando con tutto il cuore, la mente e le forze Dio-Amore, amando ogni prossimo avendo in cuore la carità verso tutti”. Lo stesso vescovo di Trento, Carlo De Ferrari, ammirato, dà la prima approvazione.Terminata la guerra, l’entusiasmo non si esaurisce. Al contrario, affascina un numero crescente di persone. Un esempio. Chiara conosce un deputato e scrittore, Iginio Giordani, che la incoraggia, s’impegna in prima persona e apre il “gruppo” sul sociale, sulla famiglia, sul mondo ecumenico. Al punto da essere considerato un cofondatore.

Le città del mondo nuovo
Nel 1962, la Chiesa approva il Movimento (un’altra approvazione, per gli ulteriori sviluppi, è del 1990). Nel frattempo, l’“ideale” si diffonde in Europa. Varca silenziosamente i confini dei Paesi dell’Est. L’incontro con chi soffre oltre la “cortina di ferro”, getta le basi per “una fruttuosa collaborazione con i fratelli di altre confessioni e di altre religioni e con tutti gli uomini di buona volontà”.
Sono sorte anche le “cittadelle”, veri e propri borghi dove si vive un “bozzetto di mondo unito”. La prima nasce nel ‘64 a Loppiano, vicino a Incisa Val d’Arno, in provincia di Firenze: oltre 800 abitanti di 70 nazioni. Oggi, sono 26, in tutti i continenti. Nel post-Sessantotto, Chiara chiede ai giovani di credere, vivere e impegnarsi per costruire un mondo unito. Si organizzano iniziative per sviluppare il dialogo tra le culture e le religioni. Si aiutano Paesi colpiti da calamità e lotte fratricide. Come l’Irlanda del Nord, i Balcani, il Medio Oriente, il Burundi e il Congo. Nell’84, nasce un movimento al quale aderiscono giovani di ogni razza e cultura: “Giovani per un mondo unito”.
Determinante è la testimonianza di persone che vivono in modo radicale l’amore e l’unità. Sono i “popi” - ragazzi, nel dialetto trentino -, persone consacrate che studiano, lavorano, svolgono le faccende di ogni giorno, vivendo “in comunione spontanea di beni materiali e spirituali, modellata sullo stile della comunità dei primi cristiani, dove erano un cuor solo e un’anima sola, e tutto era tra loro comune”.

Un’economia diversa
All’impegno religioso e sociale, si aggiunge quello culturale, economico e politico. Nel 1991, per esempio, da un’altra intuizione di Chiara durante un viaggio in Brasile, nasce l’“Economia di comunione”. Un modo di gestire le aziende che ha dell’incredibile. Alla base c’è la “cultura del dare”, capace di conciliare ottimi prodotti e servizi, sviluppo delle imprese, utile per l’imprenditore, aumento dei posti di lavoro e soprattutto, tutela e migliore qualità della vita delle persone, soci, dipendenti e no. Oggi, quasi ottocento aziende hanno adottato questo modello economico. Che non a caso, è studiato da docenti universitari, suscita interesse anche tra i politici e ha portato alla stesura di oltre cento tesi di laurea.
Nel frattempo, Chiara Lubich scrive molti libri ed è invitata a parlare ovunque. Dalla Conferenza Mondiale delle religioni per la pace, ad Amman, in Giordania, nel ’99, all’Università buddista di Chiang Mai, in Tailandia, o alla moschea di Malcom Shabbaz ad Harlem (New York). E tra i riconoscimenti, nel 1977 a Londra il Premio Templeton per il progresso della religione, nell’88 il premio “Festa della Pace” di Ausburg per il contributo all’ecumenismo, e nel ’96 il Premio Unesco per l’Educazione alla Pace. Senza contare le lauree honoris causa e le cittadinanze onorarie, come quelle di Buenos Aires, Roma, Firenze, Palermo, Genova e Torino.
Nel 2001, ad Innsbruck (Austria), al convegno “1000 città per l’Europa”, Chiara presenta il concetto di fraternità come metodo politico e soprattutto come agire politico, a Romano Prodi, allora presidente della Commissione Europea, al presidente della Repubblica Austriaca e a 700 sindaci ed amministratori comunali. Nel 2004, a Stoccarda (Germania), interviene alla prima Giornata “Insieme per l’Europa”, in collegamento satellitare con oltre 160 manifestazioni contemporanee in altrettante città europee. L’iniziativa, nata per dare un’anima al processo di riunificazione del Continente, sarà ripetuta sempre a Stoccarda, il prossimo maggio (2007).

Lorenzo Boschetto

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