In questo numero
VADE RETRO POLITICA di Claudia Pedone & Gianluca Marasco

Ti cero, ti voglio, forse ti insulto,
di certo non ti ascolto.
Se questo è l’atteggiamento dei partiti,
non meraviglia che la politica
interessi poco i giovani
e per quel poco che interessa
vede la loro partecipazione
frammentaria e disgregata.
Anche se qualcosa sta cambiando.


Giugno 2006. Il centrosinistra italiano vince le elezioni parlamentari e forma il nuovo governo con a capo Romano Prodi, classe ‘39; la Camera dei Deputati elegge presidente Fausto Bertinotti, classe 1940, il Senato sceglie Franco Marini, classe 1933, dopo che era stata ventilata l’ipotesi Giulio Andreotti, nato nel lontano 1919. Presidente della Repubblica è l’ottuagenario Giorgio Napoletano. Neanche dai banchi dell’opposizione si scherza: Silvio Berlusconi ha tagliato il traguardo dei 71 anni. Le più alte cariche dello Stato, insomma, sono tutte occupate da ultrasessantenni.
Ma se in Italia il nuovo non avanza, nel resto d’Europa, invece, sì: nessuno dei quattro capi di governo dei principali Paesi del Vecchio continente è un over-60: il presidente francese Sarkozy nacque, infatti, nel 1955; l’attuale primo ministro inglese Gordon Brown ha 56 anni due in più del predecessore Tony Blair; la cancelliera tedesca Angela Merkel è del 1954. Da record, quasi, lo spagnolo Zapatero con soli 47 anni d’età.
Come in molti settori dell’economia e della cultura, il nostro Paese invecchia inesorabilmente senza l’ombra di un ricambio generazionale in vista. Da un lato sembra che ai giovani sia lasciato poco spazio nei posti di responsabilità e nell’amministrazione dello Stato, dall’altro proprio i giovani sono i primi ammalati di disaffezione alla vita politica.

Dove stanno i giovani?
In realtà le nuove generazioni parlano di politica, ma con modalità che non sono più quelle tradizionali dell’organizzazione e partecipazione a comizi e congressi, di propaganda e volantinaggio. Il fenomeno V-Day non sarebbe stato tale se in 200 città italiane attivisti volontari, giovani soprattutto, non si fossero fatti carico della raccolta di firme, delle autorizzazioni e dell’allestimento dei banchetti. Se autonomamente si è disposti a scendere in piazza e a prender parte ad eventi sicuramente impegnativi, ciò significa che c’è voglia di partecipazione, di dialogo, di dire la propria.
Mentre in passato tutto germinava e si sviluppava nelle sezioni di partito, oggi sorgono quasi dal nulla e prendono piede le più disparate forme di partecipazione, tutte accomunate, pare, da singoli eventi fortemente coinvolgenti e dagli scarsi vincoli imposti: chi, tra i giovani, vuole dire la propria sceglie sit-in di protesta, iniziative popolari, Critical Mass, movimenti, girotondi, marce pro o contro qualcosa, comitati, associazioni e, sul web, siti con forum di discussione e blog. Quelle che i giovani ora prediligono sono forme di attivismo che richiedono un’adesione anche forte, ma a tempo, fino al raggiungimento dell’obiettivo, e che per la maggior parte delle persone difficilmente si prolunga oltre.
Lo stile dei partiti, che usano tessere e procedure d’iscrizione, formazione e convention, che scelgono i loro quadri tra gli iscritti più presenti e di lungo corso, sembra più orientato ad assunzione di impegni di lunga durata, che la maggior parte dei giovani rifiutano. Accanto a questo, ripudiano le forme gerarchizzate di partecipazione cercando, per contro, modelli di “organizzazione a rete”, orizzontali, più “informi” e informali. Le forme tipiche della politica, prestampate e omogeneizzanti, sono contestate non solo nei contenuti, ma anche nella forma.
Eppure la presenza delle “Sezioni giovani” delle grandi formazioni politiche nazionali (di sinistra, di destra o di centro) dimostra che esistono ancora teenager e ventenni che scelgono la strada dei Consigli comunali, sognando il Parlamento.

“Da grande voglio fare il politico!”
C’è chi la passione per la politica ce l’ha nel sangue e sin da piccolino, al seguito del papà, ha respirato l’aria dei comizi e chi si lascia contagiare dalla preoccupazione per il bene comune dall’amico di merenda; c’è chi varca la soglia dei comitati studenteschi per far colpo su una ragazza e chi, centrato da un colpo di fulmine, si innamorerà per sempre della politica.
Non è tratta un equilibrato calcolo di vantaggi e possibilità eseguito a tavolino ad offrire la spinta per muovere i primi passi verso il mondo dei partiti. Lo slancio iniziale trova, piuttosto, la sua molla in un sentimento più genuino. Prima che i giochi di potere entrino in campo e che le lotte alla conquista dell’ultimo voto diventino le regole del gioco, il desiderio di impegnarsi attivamente per cambiare quel mondo così ingiusto e imperfetto muove le energie dei giovani aspiranti politici.
«A 14 anni ti rendi conto che il mondo in cui vivi e la scuola in cui studi sono pieni di ingiustizie», spiega Riccardo Messina, giovane politico che a soli 27 anni è già membro della Direzione Nazionale di un Partito: «la voglia di cambiare lo stato di cose presente ti porta a cercare ragazzi che sentono la tua stessa esigenza e a cercare insieme a loro delle soluzioni per quei problemi». Quando si decide di voler apportare il proprio contributo per vivere da protagonisti nel mondo e non subire passivamente l’esistenza in questo pianeta, ci si rimbocca le maniche e si cerca chi vuole operare nella stessa direzione. Perché il bene comune è un’opera che si costruisce insieme. «A 15 anni», racconta il nostro giovane politico, «sono entrato a far parte del collettivo studentesco della mia scuola e lì ho lavorato all’interno del movimento studentesco. Più tardi, casualmente, tramite un amico, arrivai al partito. Un periodo esaltante perché mi trovai insieme a persone che condividevano i miei stessi ideali e che avevano voglia di lavorare per cambiare le cose».
Per imbarcarsi in questo viaggio sembrano sufficienti una buona dose di voglia di fare e la provvidenziale conoscenza dell’amico giusto, ma a volte basta solo …una bicicletta…
«Sono entrato in politica grazie alla mia bicicletta», narra Luigi Calò, assessore della Provincia di Lecce ad un’età record: 26 anni, «avevo 14 anni quando un giorno, girando in bici per le vie del mio paese mi fermai in piazza e lì si trovava un circolo politico. Incuriosito dalla presenza di tanti ragazzi entrai a vedere che cosa facevano. Mi fermai con loro quella sera e molte altre sere a venire».
Varcare la soglia della sezione è un grande passo per gli aspiranti politici. «Per me è stato un periodo esaltante, in cui mi sono ritrovato in un mondo nuovo grazie al quale, però, percepivo di poter intervenire in modo concreto sulla realtà sociale italiana», spiega Riccardo Messina «è inutile nascondere, tuttavia, che molte volte, anche all’interno del mio partito, si possono incontrare delle difficoltà».
I primi momenti gioiosi, le difficoltà che si affacciano presto all’orizzonte e soprattutto l’inizio di una lunga gavetta. È proprio questo lungo periodo di lavoro in sordina la prova del fuoco per l’entusiasmo iniziale, fiamma che forgia l’uomo politico di domani, purtroppo, ad immagine e somiglianza dei politici di oggi.
Le buone intenzioni e il sogno di progresso passano attraverso il filtro del partito e dopo essere state depurate smussate, spuntate e levigate assumono il giusto aspetto, quello adatto perché siano declamate nei comizi di piazza e nei congressi.

I giovani: innovazione o vecchie idee su volti nuovi?
Come per ogni arte il giovane politico apprende dai suoi più anziani maestri il mestiere del fare politica. Studiare i problemi chiave della politica contemporanea, ripercorrere la storia dell’Italia e del partito, formulare delle proposte, ma anche affinare l’eloquio, rilasciare interviste, imparare ad essere amabile e cordiale con tutti: l’apprendistato è davvero lungo e le borse da portare numerose e pesanti, anche per i più intraprendenti.
Una volta che si inizia a capire come gira il meccanismo dei partiti e ci riesce ad inserire in questo sistema già in moto, che cosa rimane realmente dello spirito iniziale con cui si è intrapresa l’opera?
«Credo che compito dei giovani sia quello di ridare dignità alla politica e ai partiti. Senza grandi parole, bensì attraverso un quotidiano lavoro», conclude Riccardo Messina.
Ed è proprio questo lavoro che si fatica ad intravedere dall’esterno delle sezioni di partito e che genera quel sospetto che fa scegliere di rimanere fuori e cercare forme extraparlamentari di fare politica, più instabili e mutevoli, però libere dalla disciplina di partito.
Per cambiare da dentro quel sistema che non piace, però, bisogna farne parte e per modificare il Parlamento ci si deve sedere sui suoi scanni. Con questa consapevolezza, altri volti, solcati da meno rughe, ci sorrideranno dall’alto dei manifesti pubblicitari della prossima campagna elettorale. Rimane ancora una speranza: che dietro quei volti nuovi ci sia spazio per nuove idee.

Claudia Pedone & Gianluca Marasco

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