Per l’incontro dei Paesi del Patto
Atlantico, svoltosi a Riga a fine novembre
2006, le premesse erano queste: la necessità di
definire il ruolo della Nato nel nuovo sistema
mondiale in cui il pericolo non viene più dall’Armata
Rossa sovietica ma da quella “trasparente” e
invisibile del terrorismo internazionale;
la decisione sull’ingresso nell’Organizzazione
di nuovi Stati (in lizza Serbia, Croazia,
Albania, Bosnia e Montenegro); le relazioni
interne tra i membri; i delicati rapporti
tra l’Alleanza e i nuovi colossi mondiali:
Cina e Russia; la soluzione della questione-Afghanistan,
ormai cruciale per i governi dei Paesi coinvolti.
La Nato è in trasformazione. Dopo la caduta del muro di Berlino la sua
esistenza era stata messa in discussione, specie dagli esperti di politica internazionale:
a cosa serviva un colosso creato per difendere chi vi appartiene da un nemico
che non esiste più? Semplicemente il nemico da cui proteggersi a vicenda è cambiato.
Ora è il terrorismo internazionale, quello di Al Qaeda, di matrice islamica.
Dal primo vertice a Londra nel 1990, passando attraverso quello di Roma del 1991
con la “Dichiarazione sulla pace e sulla cooperazione”, gli
obiettivi sono stati orientati alla pace e alla sicurezza internazionale: con
questa motivazione fu giustificato l’intervento in Kossovo, nonostante
nessuno Stato membro fosse stato attaccato come dice l’art. 5 del Trattato
istitutivo. In realtà è facile pensare che sia stato difficile
rinunciare all’enorme potenziale bellico e diplomatico di un organizzazione
ben rodata, con quasi sessant’anni di esperienza alle spalle, capace di “imporre” la
pace nelle zone a rischio del pianeta. In questi quindici anni l’impegno è stato
trasformare la capacità militare dell’Alleanza in modo da renderla
adatta alle nuove missioni fuori area (Kossovo, Afghanistan, Iraq, area caucasica…)
e alla lotta al terrorismo.
Questioni aperte
Ma non tutto va per il verso giusto. L’allargamento
dell’Organizzazione a 26 partecipanti,
fortemente verso Est con l’ingresso
di molte delle Repubbliche ex comuniste
(tra cui Polonia, Ungheria, Romania e le
Repubbliche baltiche) ha suscitato i malumori
della Russia di Vladimir Putin che si è sentita
accerchiata e controllata; spesso, nonostante
il partenariato tra Russia e Nato, la prima
ha abbandonato il tavolo delle trattative
perché in disaccordo con le scelte
della seconda. Clamorosa l’assenza
di Mosca in occasione del vertice di Washington
nel 1999, per il cinquantenario della Nato,
come protesta contro l’intervento
militare in Serbia.
Ora la questione-Afghanistan è l’ulteriore
nodo da sciogliere e, vista la situazione,
non avverrà in maniera incruenta.
La forza internazionale impiegata (circa
32.800 militari tra cui 19.000 USA, 6.000
inglesi, 3.000 tedeschi e 1.900 italiani)
stenta e, a volte, indietreggia sotto i
colpi dell’offensiva dei talebani.
Così a fine novembre si è discusso
sulla possibilità di rivedere le
quote di partecipazione alla missione Enduring
Freedom. Da un lato gli americani
hanno forzato perché l’operatività complessiva
delle truppe presenti in Afghanistan fosse
più efficiente e venisse incrementato
il numero dei soldati messi a disposizione,
dall’altro, soprattutto i paesi europei
come l’Italia, pur accondiscendendo
a questa richiesta, sono vincolati dal
programma di governo e legati al proprio
modo di intendere il peacekeeping,
che predilige il coinvolgimento dell’ONU
e soluzioni diplomatiche alle crisi locali.
Infatti alla fine si fa è arrivati
alla formula ufficiale che per grandi linee
recita così: “Si accetta la
maggiore operatività, perché questo è il
ruolo di polizia internazionale della NATO
anche in Afghanistan, e i Paesi più reticenti
manderanno le loro truppe nelle zone calde
solo in situazioni di emergenza”.
Ma chi determinerà quali sono queste
situazioni di emergenza? I vertici stessi
della NATO, superando così i vincoli
di consultazione con i singoli Paesi.
La situazione interna poi. Gli Stati dell’Europa
occidentale vivono con una sorta di insofferenza
la linea anglo-americana e, riflettendo
gli orientamenti emersi in occasione dalla
guerra in Iraq, cercano una via autonoma
alla risoluzione delle attuali questioni
internazionali, anche con il coinvolgimento
più frequente e significativo dell’Onu. “È l’Onu”,
ha sottolineato il presidente francese
Jaques Chirac, “che deve restare
l’unico organismo politico a vocazione
universale”. Inoltre il Vecchio Continente
non vuole rinunciare al ruolo che l’Unione
Europea va ritagliandosi sullo scenario
globale, come nuova potenza ed interlocutore
internazionale.
Infine la questione delle nuove adesioni
all’alleanza, unica nota positiva
per il vertice: Croazia, Macedonia e Albania
sono i tre Paesi più vicini all’ingresso
nella Nato. Il summit inoltre ha invitato
Serbia, Montenegro e Bosnia-Erzegovina
a entrare nel programma Partnership
for Peace, anticamera di un loro futuro
ingresso nell’Alleanza Atlantica.
Gianluca Marasco
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