In questo numero
LA NATO AD UNA SVOLTA di Gianluca Marasco

Con il vertice di Riga, in Lettonia,
la Nato ha intrapreso la strada
dell’operatività immediata,
che la rende una forza di intervento militare
molto potente e rapida
nelle situazioni calde del globo.
Ma tra i Paesi aderenti
non mancano le polemiche.
E la situazione afgana fa discutere.


Per l’incontro dei Paesi del Patto Atlantico, svoltosi a Riga a fine novembre 2006, le premesse erano queste: la necessità di definire il ruolo della Nato nel nuovo sistema mondiale in cui il pericolo non viene più dall’Armata Rossa sovietica ma da quella “trasparente” e invisibile del terrorismo internazionale; la decisione sull’ingresso nell’Organizzazione di nuovi Stati (in lizza Serbia, Croazia, Albania, Bosnia e Montenegro); le relazioni interne tra i membri; i delicati rapporti tra l’Alleanza e i nuovi colossi mondiali: Cina e Russia; la soluzione della questione-Afghanistan, ormai cruciale per i governi dei Paesi coinvolti.
La Nato è in trasformazione. Dopo la caduta del muro di Berlino la sua esistenza era stata messa in discussione, specie dagli esperti di politica internazionale: a cosa serviva un colosso creato per difendere chi vi appartiene da un nemico che non esiste più? Semplicemente il nemico da cui proteggersi a vicenda è cambiato. Ora è il terrorismo internazionale, quello di Al Qaeda, di matrice islamica. Dal primo vertice a Londra nel 1990, passando attraverso quello di Roma del 1991 con la “Dichiarazione sulla pace e sulla cooperazione”, gli obiettivi sono stati orientati alla pace e alla sicurezza internazionale: con questa motivazione fu giustificato l’intervento in Kossovo, nonostante nessuno Stato membro fosse stato attaccato come dice l’art. 5 del Trattato istitutivo. In realtà è facile pensare che sia stato difficile rinunciare all’enorme potenziale bellico e diplomatico di un organizzazione ben rodata, con quasi sessant’anni di esperienza alle spalle, capace di “imporre” la pace nelle zone a rischio del pianeta. In questi quindici anni l’impegno è stato trasformare la capacità militare dell’Alleanza in modo da renderla adatta alle nuove missioni fuori area (Kossovo, Afghanistan, Iraq, area caucasica…) e alla lotta al terrorismo.

Questioni aperte
Ma non tutto va per il verso giusto. L’allargamento dell’Organizzazione a 26 partecipanti, fortemente verso Est con l’ingresso di molte delle Repubbliche ex comuniste (tra cui Polonia, Ungheria, Romania e le Repubbliche baltiche) ha suscitato i malumori della Russia di Vladimir Putin che si è sentita accerchiata e controllata; spesso, nonostante il partenariato tra Russia e Nato, la prima ha abbandonato il tavolo delle trattative perché in disaccordo con le scelte della seconda. Clamorosa l’assenza di Mosca in occasione del vertice di Washington nel 1999, per il cinquantenario della Nato, come protesta contro l’intervento militare in Serbia.
Ora la questione-Afghanistan è l’ulteriore nodo da sciogliere e, vista la situazione, non avverrà in maniera incruenta. La forza internazionale impiegata (circa 32.800 militari tra cui 19.000 USA, 6.000 inglesi, 3.000 tedeschi e 1.900 italiani) stenta e, a volte, indietreggia sotto i colpi dell’offensiva dei talebani. Così a fine novembre si è discusso sulla possibilità di rivedere le quote di partecipazione alla missione Enduring Freedom. Da un lato gli americani hanno forzato perché l’operatività complessiva delle truppe presenti in Afghanistan fosse più efficiente e venisse incrementato il numero dei soldati messi a disposizione, dall’altro, soprattutto i paesi europei come l’Italia, pur accondiscendendo a questa richiesta, sono vincolati dal programma di governo e legati al proprio modo di intendere il peacekeeping, che predilige il coinvolgimento dell’ONU e soluzioni diplomatiche alle crisi locali.
Infatti alla fine si fa è arrivati alla formula ufficiale che per grandi linee recita così: “Si accetta la maggiore operatività, perché questo è il ruolo di polizia internazionale della NATO anche in Afghanistan, e i Paesi più reticenti manderanno le loro truppe nelle zone calde solo in situazioni di emergenza”. Ma chi determinerà quali sono queste situazioni di emergenza? I vertici stessi della NATO, superando così i vincoli di consultazione con i singoli Paesi.
La situazione interna poi. Gli Stati dell’Europa occidentale vivono con una sorta di insofferenza la linea anglo-americana e, riflettendo gli orientamenti emersi in occasione dalla guerra in Iraq, cercano una via autonoma alla risoluzione delle attuali questioni internazionali, anche con il coinvolgimento più frequente e significativo dell’Onu. “È l’Onu”, ha sottolineato il presidente francese Jaques Chirac, “che deve restare l’unico organismo politico a vocazione universale”. Inoltre il Vecchio Continente non vuole rinunciare al ruolo che l’Unione Europea va ritagliandosi sullo scenario globale, come nuova potenza ed interlocutore internazionale.
Infine la questione delle nuove adesioni all’alleanza, unica nota positiva per il vertice: Croazia, Macedonia e Albania sono i tre Paesi più vicini all’ingresso nella Nato. Il summit inoltre ha invitato Serbia, Montenegro e Bosnia-Erzegovina a entrare nel programma Partnership for Peace, anticamera di un loro futuro ingresso nell’Alleanza Atlantica.

Gianluca Marasco

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