Il filosofo più significativo
e stimolante della Spagna del Novecento è José Ortega
y Gasset, nato a Madrid nel 1883, professore
universitario a Madrid, e deceduto nel 1955.
Come Platone, egli, oltre ad essere notevole filosofo, è stato un grande
ed affascinante scrittore. Non per nulla venne, come già Miguel de Unamuno,
affascinato dal capolavoro della letteratura spagnola e mondiale, che è stato
il Don Chisciotte di Cervantes, al quale ha dedicato la sua prima opera filosofica
di rilievo: Meditazioni sul Chisciotte, nella quale egli sottolinea
lo stretto rapporto che c’è tra ciascuno di noi con quella che egli
denomina la circostanza, intendendo per circostanza non solo il contesto
fisico, in cui ognuno di noi nasce e vive, ma anche l’ambiente sociale,
economico, culturale, genetico e generale, in cui noi dobbiamo giocare le carte
della nostra vita, a cominciare dalla realizzazione del progetto generale della
nostra esistenza. Ed è qui che entra in gioco anzitutto la fantasia o
capacità nostra di elaborare un intelligente e valido progetto di vita,
all’interno delle istituzioni o concrete e a noi preesistenti cornici di
vita. È essenziale mettersi in relazione problematica ed autentica con
la propria circostanza, perché questo rapporto elastico, mai
rigido, permette all'uomo di trovare il senso della vita, della propria vita,
trovando la propria vocazione e permettendogli di attuarla. Il senso della vita
consiste nell'accettare ciascuno la propria inesorabile circostanza e, nell'accettarla,
convertirla nella propria vocazione.
L'essere umano è secondo Ortega ciò che manca di fronte alla
vita, quell'ente particolare che è sempre in debito con la vita.
La vita non basta a se stessa e l'essere umano soffre per questo - come scrive
Fontanelle - di "una certa difficoltà ad essere". Per lo stesso
motivo il pensiero di ogni uomo è essenzialmente rivolto verso l'Altro,
verso la sua circostanza, e l'uomo è sostanzialmente emigrante,
in quanto consiste nel suo "non essere ancora". Così come l'amore è in
continua gravitazione intorno alla persona amata e l'Eros si nutre d'immaginazione
e illusioni, l'uomo è in continua migrazione oltre se stesso. Ma cosa
cercare in questa migrazione? Certezze, idee, azioni.
La nostra azione o iniziativa, al riguardo, è costituita da quelle che
Ortega y Gasset denomina credenze e idee. Le credenze sono le convinzioni,
gli usi, i costumi, i rapporti sociali ereditati dal passato; mentre le idee
sono quelle convinzioni e certezze di fondo che noi elaboriamo, sotto l’urto
delle credenze.
Ortega y Gasset, dunque, le idee dalle convinzioni. Le idee sono figlie del dubbio,
come tutto ciò che è pensiero, e come pensiero sono perciò figlie
della solitudine umana, che si manifesta solo nell'individuo. Le idee sono state
quindi pensate un giorno da una persona determinata, in un momento determinato.
Al contrario, potremmo dire che le convinzioni appartengono al passato, infatti
le collochiamo sempre nel passato quando ci accorgiamo di averne, visto che spesso
neppure ci rendiamo conto che sono convinzioni; la nostra vita ne è piena
e basta. Quando si pensa, invece, si va verso il futuro: ogni idea è diretta
verso il futuro e lo prepara. Viceversa, le convinzioni le sentiamo sempre provenire
dal passato: per questo ci sostengono e ci offrono un riparo quando il futuro
si fa oscuro e sembra chiudersi davanti ai nostri occhi.
E al riguardo gli uomini vengono distinti in tre categorie o “generazioni”.
Ci sono le generazioni cumulative, che si limitano a ripetere e ad accettare
le idee del passato; le generazioni polemiche, che invece criticano le idee del
passato; ed infine le generazioni decisive, che creano ed elaborano nuovi progetti
e stili di vita, facendo soprattutto tesoro degli errori del passato, e condividendo
in pieno la celebre definizione dell’esperienza data dal genio ricco anche
di humour di Oscar Wilde: “L’esperienza è nient’altro
che la somma dei nostri errori”.
Ma lo scritto che più ha reso celebre Ortega y Gasset, ed il suo capolavoro, è stata La
ribellione delle masse del 1930. In tale sua opera geniale, il filosofo
spagnolo coglie anzitutto la caratteristica imponente della nuova civiltà che
sta nascendo, sotto l’urto in particolare della Seconda Rivoluzione Industriale
e della Prima Guerra Mondiale, in cui è comparso decisamente “el
hombre-masa” o uomo-massa, che ha smarrito completamente la dimensione
individuale e la consapevolezza della propria responsabilità e dignità personale,
delegando tutta la sua vita al potere pubblico dello Stato, e rendendo possibili
fenomeni paurosi come il Fascismo, il Nazismo e lo Stalinismo, con il culto del
capo, come Duce o Führer o Piccolo Padre, venerati idolatricamente come
infallibili e indiscutibili, accettandone anche pienamente la politica di violenza
e di sopraffazione.
In questo testo, Ortega denuncia il fenomeno del pieno; pieno nei teatri,
nei tram, nella strada, un pieno che è andato aumentando. Come un oceano,
la massa ha invaso tutto quanto. L’uomo che ne risulta è colui che
riconosce solo i propri diritti, avido di usare e di godere delle cose che non
solo non è capace di creare, ma neppure conosce. L'uomo, dunque, che vive
dei risultati dei prodotti, il cui processo di creazione gli è del tutto
sconosciuto e, ancora più grave, persino indifferente. La minoranza, invece,
si caratterizza per l'ansia di perfezione, per una specie di godimento nell'essere
esigente con se stessa, era una costante tensione vitale.
Il quadro così nero che ne deriva per l’Europa e la sua millenaria
tradizione di civiltà rende necessaria una svolta radicale nelle credenze
ed idee nuove, concentrata tale svolta in particolare come indispensabilità della
creazione nuova degli Stati Uniti d’Europa, che rendano possibile una nuova
convivenza pacifica e prospera, che faccia superare all’Europa tutta e
all’umanità la prospettiva terribile dei totalitarismi. Solo la
critica ci può salvare e redimere, ma «bisogna essere personalissimi
nella critica se si vogliono creare affermazioni o negazioni possenti; personale
forte e buon giostratore. Così le parole sono credute, così si
fanno rimbalzare nel tempo e nello spazio i grandi amori e i grandi odi. Ah!
Dimenticavo! Bisogna anche esser sinceri (…) Morale: non si può far
critica senza sporcarsi le braghe. È difficile staccarsi dal coro, dissociarsi,
esprimere con passione la propria critica: " quando vedranno nell'appassionarsi
una cosa magnifica e buona? 'Paradossi', esclamano. Tutti gli uomini si giudicano
capaci di passione; ignorano che le passioni sono dolori immensi, purificatori…».
La critica è una lotta.È una lezione profonda e profetica
di Ortega y Gasset, che rimane molto valida
e stimolante anche per il Duemila.
Giovanni Balocco |