In questo numero
JOSÉ ORTEGA Y GASSET di Giovanni Balocco

Chi è l’uomo moderno?
Si può ancora parlare di uomo,
o esiste solo la massa,
con i suoi consumi, i suoi riti e le sue alienazioni?
Qual è il compito della libertà?
Come può l’uomo essere ancora libero?
Il provocante pensiero di Ortega y Gasset
irrompe sulla tranquilla
scena del nostro consumismo
per ridare dignità ad un uomo
che si era dimenticato di vivere.


Il filosofo più significativo e stimolante della Spagna del Novecento è José Ortega y Gasset, nato a Madrid nel 1883, professore universitario a Madrid, e deceduto nel 1955.
Come Platone, egli, oltre ad essere notevole filosofo, è stato un grande ed affascinante scrittore. Non per nulla venne, come già Miguel de Unamuno, affascinato dal capolavoro della letteratura spagnola e mondiale, che è stato il Don Chisciotte di Cervantes, al quale ha dedicato la sua prima opera filosofica di rilievo: Meditazioni sul Chisciotte, nella quale egli sottolinea lo stretto rapporto che c’è tra ciascuno di noi con quella che egli denomina la circostanza, intendendo per circostanza non solo il contesto fisico, in cui ognuno di noi nasce e vive, ma anche l’ambiente sociale, economico, culturale, genetico e generale, in cui noi dobbiamo giocare le carte della nostra vita, a cominciare dalla realizzazione del progetto generale della nostra esistenza. Ed è qui che entra in gioco anzitutto la fantasia o capacità nostra di elaborare un intelligente e valido progetto di vita, all’interno delle istituzioni o concrete e a noi preesistenti cornici di vita. È essenziale mettersi in relazione problematica ed autentica con la propria circostanza, perché questo rapporto elastico, mai rigido, permette all'uomo di trovare il senso della vita, della propria vita, trovando la propria vocazione e permettendogli di attuarla. Il senso della vita consiste nell'accettare ciascuno la propria inesorabile circostanza e, nell'accettarla, convertirla nella propria vocazione.
L'essere umano è secondo Ortega ciò che manca di fronte alla vita, quell'ente particolare che è sempre in debito con la vita. La vita non basta a se stessa e l'essere umano soffre per questo - come scrive Fontanelle - di "una certa difficoltà ad essere". Per lo stesso motivo il pensiero di ogni uomo è essenzialmente rivolto verso l'Altro, verso la sua circostanza, e l'uomo è sostanzialmente emigrante, in quanto consiste nel suo "non essere ancora". Così come l'amore è in continua gravitazione intorno alla persona amata e l'Eros si nutre d'immaginazione e illusioni, l'uomo è in continua migrazione oltre se stesso. Ma cosa cercare in questa migrazione? Certezze, idee, azioni.
La nostra azione o iniziativa, al riguardo, è costituita da quelle che Ortega y Gasset denomina credenze e idee. Le credenze sono le convinzioni, gli usi, i costumi, i rapporti sociali ereditati dal passato; mentre le idee sono quelle convinzioni e certezze di fondo che noi elaboriamo, sotto l’urto delle credenze.
Ortega y Gasset, dunque, le idee dalle convinzioni. Le idee sono figlie del dubbio, come tutto ciò che è pensiero, e come pensiero sono perciò figlie della solitudine umana, che si manifesta solo nell'individuo. Le idee sono state quindi pensate un giorno da una persona determinata, in un momento determinato. Al contrario, potremmo dire che le convinzioni appartengono al passato, infatti le collochiamo sempre nel passato quando ci accorgiamo di averne, visto che spesso neppure ci rendiamo conto che sono convinzioni; la nostra vita ne è piena e basta. Quando si pensa, invece, si va verso il futuro: ogni idea è diretta verso il futuro e lo prepara. Viceversa, le convinzioni le sentiamo sempre provenire dal passato: per questo ci sostengono e ci offrono un riparo quando il futuro si fa oscuro e sembra chiudersi davanti ai nostri occhi.
E al riguardo gli uomini vengono distinti in tre categorie o “generazioni”. Ci sono le generazioni cumulative, che si limitano a ripetere e ad accettare le idee del passato; le generazioni polemiche, che invece criticano le idee del passato; ed infine le generazioni decisive, che creano ed elaborano nuovi progetti e stili di vita, facendo soprattutto tesoro degli errori del passato, e condividendo in pieno la celebre definizione dell’esperienza data dal genio ricco anche di humour di Oscar Wilde: “L’esperienza è nient’altro che la somma dei nostri errori”.
Ma lo scritto che più ha reso celebre Ortega y Gasset, ed il suo capolavoro, è stata La ribellione delle masse del 1930. In tale sua opera geniale, il filosofo spagnolo coglie anzitutto la caratteristica imponente della nuova civiltà che sta nascendo, sotto l’urto in particolare della Seconda Rivoluzione Industriale e della Prima Guerra Mondiale, in cui è comparso decisamente “el hombre-masa” o uomo-massa, che ha smarrito completamente la dimensione individuale e la consapevolezza della propria responsabilità e dignità personale, delegando tutta la sua vita al potere pubblico dello Stato, e rendendo possibili fenomeni paurosi come il Fascismo, il Nazismo e lo Stalinismo, con il culto del capo, come Duce o Führer o Piccolo Padre, venerati idolatricamente come infallibili e indiscutibili, accettandone anche pienamente la politica di violenza e di sopraffazione.
In questo testo, Ortega denuncia il fenomeno del pieno; pieno nei teatri, nei tram, nella strada, un pieno che è andato aumentando. Come un oceano, la massa ha invaso tutto quanto. L’uomo che ne risulta è colui che riconosce solo i propri diritti, avido di usare e di godere delle cose che non solo non è capace di creare, ma neppure conosce. L'uomo, dunque, che vive dei risultati dei prodotti, il cui processo di creazione gli è del tutto sconosciuto e, ancora più grave, persino indifferente. La minoranza, invece, si caratterizza per l'ansia di perfezione, per una specie di godimento nell'essere esigente con se stessa, era una costante tensione vitale.
Il quadro così nero che ne deriva per l’Europa e la sua millenaria tradizione di civiltà rende necessaria una svolta radicale nelle credenze ed idee nuove, concentrata tale svolta in particolare come indispensabilità della creazione nuova degli Stati Uniti d’Europa, che rendano possibile una nuova convivenza pacifica e prospera, che faccia superare all’Europa tutta e all’umanità la prospettiva terribile dei totalitarismi. Solo la critica ci può salvare e redimere, ma «bisogna essere personalissimi nella critica se si vogliono creare affermazioni o negazioni possenti; personale forte e buon giostratore. Così le parole sono credute, così si fanno rimbalzare nel tempo e nello spazio i grandi amori e i grandi odi. Ah! Dimenticavo! Bisogna anche esser sinceri (…) Morale: non si può far critica senza sporcarsi le braghe. È difficile staccarsi dal coro, dissociarsi, esprimere con passione la propria critica: " quando vedranno nell'appassionarsi una cosa magnifica e buona? 'Paradossi', esclamano. Tutti gli uomini si giudicano capaci di passione; ignorano che le passioni sono dolori immensi, purificatori…». La critica è una lotta.È una lezione profonda e profetica di Ortega y Gasset, che rimane molto valida e stimolante anche per il Duemila.

Giovanni Balocco

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