Singolare ed anche paradossale il destino
di Jean-Paul Sarte, il filosofo francese del
Novecento: in vita (1905-1980) ha avuto molto
successo ed è stato parecchio osannato;
ma dopo la sua scomparsa è subentrata
una fase di ridimensionamento notevole, se
non di quasi oblio.
È stato un provocante filosofo, scrittore teatrale di successo, giornalista
di grido, impegnato e ambiguo: critico ma anche idolatratore di Stalin e del
regime Sovietico.
Nato da famiglia borghese a Parigi, in ambiente cattolico, ma ben presto disgustato
dal formalismo e dall’ipocrisia religiosa, fece subito una radicale scelta
atea, anche se sempre problematica ed appassionata.
All’inizio, Sartre è interessato al filosofo Husserl. Il suo pensiero
guarda alla psiche dell’uomo ed esalta il concetto di intenzionalità:
questo permette che l’uomo non si riduca ad un oggetto e neanche che l’oggetto
diventi l’uomo (che è il rischio attuale della pubblicità).
A differenza di Husserl, però, Sartre è convinto che il rapporto
tra la coscienza e il mondo non sia di tipo conoscitivo. Per questo Sartre concentra
le sue indagini sull’immaginazione e sulle emozioni. Per lui l’uomo è l'essere-nel-mondo,
sono le emozioni che coinvolgono e modificano i rapporti dell’uomo col
mondo.
La stessa immaginazione ha un ruolo molto importante perché è un'attività libera,
che non vuole conoscere secondo il criterio del vero o del falso, ma ha il compito
di tenere il reale a distanza, in questo ci aiuta ad essere liberi davanti alla
realtà e a far sì che si possa anche costituire un oggetto di coscienza
autonomamente caratterizzato. In questo modo, l’immaginazione va al di
là della coscienza: l’immaginazione diventa così la pura
libertà nei confronti del mondo. Del resto, è l'uomo che dà senso
al mondo, mentre il mondo, di per sé, non ha alcun senso.
Molto sensibile alla storia, nell’ambiente carico di tensioni e di crisi,
da cui sarebbe sfociata la Seconda Guerra Mondiale, fortemente romantico e affascinato
dalla tendenza all’infinito dell’uomo, e nello stesso tempo colpito
dalla durezza della vita, sfociò ben presto in un radicale pessimismo.
Non per nulla fu un grande ammiratore del capolavoro di Goethe, il Faust,
in cui vede un altissimo e desolato canto sulla totale vanità e nullità della
vita umana. E al riguardo scrisse un suo primo capolavoro, in forma di romanzo,
intriso di concezione filosofica: La nausea del 1938. Dove emerge soprattutto
quella amara affermazione: “Le cose mi sembravano delle idee che si fossero
fermate a metà”: l’irrazionalità e l’insignificanza
del mondo e della vita, dal profondo sapore leopardiano.
Richiamato alle armi, nel giugno del 1940 Sartre fu fatto prigioniero dai tedeschi,
ma fu poi liberato e poté tornare a Parigi, dove nel 1943 pubblicò la
sua opera filosofica più impegnativa, L'essere e il nulla , e
il suo primo lavoro teatrale, Le mosche.
Ma è soprattutto dall’inferno della Seconda Guerra Mondiale che
Sartre ricaverà la sua visione generale desolata dell’uomo e della
vita, arrivando a dire che l’uomo è l'essere che progetta di essere
Dio , ma Dio è altro dall'uomo. L'uomo è un Dio mancato ed è una passione
inutile e tutte le sue azioni e le sue scelte risultano assurde e negativamente
equivalenti: “ubriacarsi in solitudine e condurre i popoli si equivalgono” e
ad affermare che “l’inferno sono gli altri”.
La coscienza serve per superare la realtà in vista di fini e risultati
che si collocano sempre oltre, che rinviano al non ancora esistente. In quanto
tale, essa è dunque sempre annullamento di quel che è: tramite
essa, il nulla viene al mondo. Proprio per questo, il nulla è condizione
della libertà come possibilità e scelta continua di trascendere
il mondo.
L'essere e il nulla fu oggetto di critica da parte dei marxisti e dei
cattolici: i cattolici vi scorsero una filosofia atea e materialistica, mentre
i marxisti lo imputarono di idealismo e di pessimismo. In L'esistenzialismo è un
umanismo (1946), Sartre si difese da queste accuse. L'esistenzialismo è la
filosofia dell'uomo libero, legato da rapporti costitutivi con gli altri uomini
e dalla responsabilità nei loro confronti. Egli ha dunque la sua fondamentale
componente morale nell'impegno verso sé e verso gli altri, al fine di
rendere più umano il mondo. L'esistenzialismo viene da lui definito come
quella dottrina per la quale "l'esistenza precede l'essenza", nel senso
che l'uomo, in primo luogo esiste, cioè si trova nel mondo, e dopo si
definisce per quello che è o vuole essere. Se dunque l'esistenza precede
l'essenza, non sarà mai possibile spiegarla in riferimento ad una natura
umana data e immodificabile. L'uomo è libero, l'uomo è libertà.
E se l'uomo è libero, è anche responsabile di quello che fa. Così,
Sartre mette ogni uomo in possesso di quello che egli è e fa cadere su
di lui la responsabilità totale della sua esistenza, perché quando
l'uomo sceglie, sceglie anche per tutti gli altri uomini. Così la nostra
responsabilità è molto più grande di quello che potremmo
supporre, poiché essa obbliga l'umanità intera. Per questo il destino
dell'uomo è nelle mani dell'uomo stesso e l'uomo non può nutrire
speranza se non nell'azione. È questo il presupposto che guida la costante
denuncia sartriana delle forme di oppressione: in questo egli ripone il compito
dell'intellettuale come portatore di valori universali e difensore della libertà.
Dopo l’esperienza terribile della guerra, in cui Sartre partecipa attivamente
alla Resistenza il celebre maquis francese, egli decide la sua adesione
al Marxismo, come unico movimento liberatore dell’uomo, pur mantenendo
sempre un atteggiamento notevolmente critico. La sua evoluzione culminerà nell’altra
sua notevole opera filosofica degli anni Sessanta: Critica della ragione
dialettica.
Ma intanto la sua salute declinava drammaticamente e spingeva Sartre a un bilancio
amaro e nello stesso tempo fiero della sua vita, come documentato dalle incisive
e inquietanti parole della sua ultima significativa opera-testamento: Le
parole: “L’illusione retrospettiva è in briciole; martirio,
salvezza, immortalità, tutto si deteriora, l’edificio cade in rovina,
ho acchiappato lo Spirito Santo nelle cantine e l’ho discacciato; l’ateismo è un’impresa
crudele e di lungo respiro: io credo di averla condotta in porto… non
so più che fare della mia vita. Sono ritornato il viaggiatore senza biglietto
che ero a sette anni: il controllore è entrato nel mio scompartimento,
mi guarda, meno severo di prima… che io gli dia una scusa valida, una
qualsiasi, ed egli se ne accontenterà. Sfortunatamente non ne trovo nessuna,
d’altronde non ho nemmeno voglia di cercarla….
Ho smesso di vestire la talare, ma non mi sono spretato: scrivo sempre. Che
c’è da fare di diverso? Nulla dies sine linea.”
Forse questo monito finale di Sartre, ad
avere il culto della parola e dello scritto
e della ricerca riflessiva, in un’epoca
come la nostra che segna il trionfo smisurato
dell’immagine e del tutto automatico,
conserva una sua profonda e stimolante validità.
Giovanni Balocco |