In questo numero
UN'ORCHESTRA PER RON di Claudio Facchetti

Ritorna il cantautore con un album
registrato dal vivo di grande respiro.
E rilegge i suoi pezzi più significativi
con un’orchestra classica.
Emozionando.


Nuovi colori, nuove emozioni. Per trovarli, quando si ha tra le mani un repertorio diventato “classico”, non c’è niente di meglio di un’orchestra… classica. L’equazione, intendiamoci, non è automatica, ma nel caso di Ron il risultato non poteva dare che buoni frutti. Tante le canzoni indimenticabili scritte in 37 anni di carriera, insospettabile il rigore qualitativo del suo percorso artistico.
E così il cantautore ha dato il via a un progetto di grande respiro: ha inciso con l’Orchestra Toscana Jazz un album dal vivo intitolato Rosalino Cellamare - Ron in concerto riverniciando con nuovi arrangiamenti alcuni suoi memorabili brani con l’aggiunta di un pezzo inedito, Canzone dell’acqua, e della cover di Quando sarò capace d’amare, scritta da Giorgio Gaber.
Al cd è stato poi affiancato un dvd, il primo nella carriera di Ron, che documenta il concerto e in cui l’artista, intervistato da Natasha Stefanenko, si racconta nella “sua” Garlasco, tristemente nota per le ultime drammatiche vicende di cronaca.
Si srotola così, sul filo dei ricordi e degli aneddoti, una carriera da 10 e lode, incominciata quando Rosalino Cellamare, come risulta all’anagrafe, era un ragazzino e sognava di fare il cantante. E come una favola scritta in un libro, quel sogno si è avverato ed è durato nel tempo. Oggi, quella magia, ritorna sulle note di melodie indimenticabili: basta ricordare Piazza Grande, Non abbiam bisogno di parole, Vorrei incontrarti tra cent’anni, Joe Temerario, tutte contenute nel nuovo album insieme ad altri successi. E l’incantesimo della musica si rinnova.

Cosa ti ha spinto a “misurarti” con un’orchestra?
A dire il vero, è stata l’orchestra a cercare me. L’idea, difatti, di rileggere i miei pezzi in quattro concerti è partita da questo ensemble e quando mi è stata proposta sono rimasto elettrizzato. Ascoltare le canzoni rilette dall’Orchestra Toscana Jazz, che a dispetto del nome non ha nulla di jazz, mi ha suscitato una forte emozione. I brani avevano assunto un’identità diversa, ma modernissima. Quando sono entrato a cantare ho dovuto solo farmi trasportare da quest’onda sonora fluttuante nell’aria, sganciato per una volta dai ritmi in cui ti costringe il pop.

Un’esperienza così intensa da farla diventare un disco e un dvd.
Sì, è stato un passaggio così importante che ho voluto fotografarlo con un album e con le immagini. Sia il cd che il dvd, infatti, li ho voluti realizzare dove sono nato e ho sempre vissuto, a Garlasco, nell’ottocentesco Teatro Martinetti, appena ristrutturato. Mi ha offerto così l’occasione per agganciarmi ai ricordi di una vita, come quando a scuola andai nell’ufficio del preside e mi passò mia madre al telefono. Mi diceva che una casa discografica mi aveva notato a un concorso di voci nuove e mi voleva a Roma per farmi provare una canzone, Occhi di ragazza, di cui poi non si fece nulla. Ma lì iniziava tutto, iniziava il sogno.

È per questo che nel titolo del cd compaiono il tuo vero nome e quello d’arte?
Mai come questa volta sono legati insieme: li unisce il percorso artistico e umano, il pubblico e il privato, che si intrecciano in questi anni di carriera. In qualche modo, li ho voluti ripercorrere per intero.

Garlasco oggi è balzata alle cronache per il delitto della giovane Chiara. In quale misura la vicenda ti ha coinvolto?
Mi sono sempre sentito protetto in questo paese, e se ora la protezione viene un po’ a mancare non è tanto per il disagio sociale, quanto per come questo terribile delitto è stato gestito dai media, senza alcun rispetto per nulla. È sintomatico, in tal senso, uno dei brani del disco, Il gigante e la bambina, che “parla” di uno stupro. Quando uscì, nel ’71, venne censurata e dovetti cambiare alcune strofe. Adesso, nella nostra società, è l’esatto contrario: va bene tutto, perché la notizia abbia un’eco deve essere piccante, meglio ancora se c’è anche del sangue. E gli spazi per qualcosa di interessante si riducono sempre di più.

A cosa si deve il degrado del costume?
Un ruolo decisivo lo ha giocato la tv con le sue massicce dosi di reality e fiction, che impone modelli sconcertanti a vedersi. Siamo finiti così tutti dentro a un grande film, dove sembrano importanti solo le cose più inutili. Si è persa la dignità, nessuno racconta più storie belle.

Anche nella musica il panorama non è dei migliori, eppure la tua storia dimostra che si può seguire coerentemente un preciso percorso. Come ci sei riuscito?
Con una grande dose di passione. Non riesco a pensare alla musica in un modo diverso da come la vedo io, indipendentemente dai gusti. Mi alzo alla mattina, e sono comunque contento, forse perché ho una spiritualità che mi aiuta molto a vivere. E poi, quando suono o scrivo, mi viene spesso in mente quel ragazzino di otto anni che davanti a un campo di girasoli s’immaginava di essere di fronte a un pubblico e cantava a squarciagola. Un sogno diventato realtà, che mi tengo sempre stretto.

Hai accennato alla spiritualità. In quale modo la vivi, come artista e come uomo?
Quando ti avvicini alla fede passano degli anni prima che tu riesca a confrontarti con essa, a guardarti allo specchio e vedere un viso non solo di carne e ossa, ma fatto di uno sguardo profondo e di un modo di sentire le cose diverso. Oggi so che c’è una presenza accanto a me che mi ama infinitamente.

L’album contiene un brano inedito, “Canzone dell’acqua”, che rinnova il tuo impegno sociale.
È un testo scritto da Renzo Zenobi, validissimo cantautore molto pigro che meriterebbe più attenzione, che ho subito condiviso e ha stimolato la melodia. Non ha un messaggio apocalittico o di denuncia, piuttosto suggerisce spunti di riflessione su questo bene prezioso del pianeta che ormai ci riguarda tutti, non solo chi l’acqua stenta ad averla, come i Paesi del Terzo mondo.

Nel cd hai inserito anche la cover di una canzone di Gaber, poco conosciuta. Perché questa scelta?
Ho letto il testo del brano su un libro dedicato a Gaber e ne sono rimasto folgorato. Sembrava scritto da un bambino, disarmante: un uomo della sua età che scriveva al futuro “quando sarò capace di amare”… Straordinario. Ho poi sentito la canzone, e ho capito che potevo cantarla, toccava la mia sensibilità.

Non è la prima volta che interpreti pezzi altrui o scrivi con altri artisti. Quanto ti piace collaborare?
Tantissimo, perché è appagante comporre belle canzoni con altri, o anche solo eseguirle. Molte volte, pur di firmarli, si mette nell’album dei brani mediocri, ed è un grande errore che colpisce anche i più grandi, come Elton John o Paul McCartney. Chissà quanti pezzi validi gli arrivano non scritti da loro che però preferiscono non incidere.

C’è un brano che “accende” più degli altri qualcosa in te di particolare nel tuo cd?
Forse Non abbiam bisogno di parole. Ci ho messo tantissimo tempo a scriverla, però capivo che stava nascendo qualcosa di importante, che il senso della canzone era importante. Quando l’ho completata, ho “sentito” di essere riuscito a raccontare qualcosa di speciale che faceva parte di me che non ero riuscito mai a dire.

“Vivi” ancora ogni nuova canzone con stupore?
Senza dubbio, anche perché credo di essere un personaggio abbastanza strano, percepito dal pubblico in modo sfuggevole. Non sono, per intenderci, come Vasco Rossi o Claudio Baglioni, che sono “inquadrati” perfettamente nel loro ruolo di artisti. Durante la mia carriera, ho cambiato sovente direzione, mi sono sempre spostato da posizioni acquisite. E adesso sento il desiderio di dare un senso al mio percorso ritrovandomi sul palco con un’orchestra, di confrontarmi con la gente e scoprire magari nuovi territori, verso altre avventure.

Claudio Facchetti

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