Nuovi colori, nuove emozioni.
Per trovarli, quando si ha tra le mani
un repertorio diventato “classico”,
non c’è niente di meglio di
un’orchestra… classica. L’equazione,
intendiamoci, non è automatica,
ma nel caso di Ron il risultato non poteva
dare che buoni frutti. Tante le canzoni
indimenticabili scritte in 37 anni di carriera,
insospettabile il rigore qualitativo del
suo percorso artistico.
E così il cantautore ha dato il via a un progetto di grande respiro: ha
inciso con l’Orchestra Toscana Jazz un album dal vivo intitolato Rosalino
Cellamare - Ron in concerto riverniciando con nuovi arrangiamenti alcuni
suoi memorabili brani con l’aggiunta di un pezzo inedito, Canzone dell’acqua,
e della cover di Quando sarò capace d’amare, scritta da
Giorgio Gaber.
Al cd è stato poi affiancato un dvd, il primo nella carriera di Ron, che
documenta il concerto e in cui l’artista, intervistato da Natasha Stefanenko,
si racconta nella “sua” Garlasco, tristemente nota per le ultime
drammatiche vicende di cronaca.
Si srotola così, sul filo dei ricordi e degli aneddoti, una carriera da
10 e lode, incominciata quando Rosalino Cellamare, come risulta all’anagrafe,
era un ragazzino e sognava di fare il cantante. E come una favola scritta in
un libro, quel sogno si è avverato ed è durato nel tempo. Oggi,
quella magia, ritorna sulle note di melodie indimenticabili: basta ricordare Piazza
Grande, Non abbiam bisogno di parole, Vorrei incontrarti tra cent’anni,
Joe Temerario, tutte contenute nel nuovo album insieme ad altri successi.
E l’incantesimo della musica si rinnova.
Cosa
ti ha spinto a “misurarti” con
un’orchestra?
A dire il vero, è stata l’orchestra
a cercare me. L’idea, difatti, di
rileggere i miei pezzi in quattro concerti è partita
da questo ensemble e quando mi è stata
proposta sono rimasto elettrizzato. Ascoltare
le canzoni rilette dall’Orchestra
Toscana Jazz, che a dispetto del nome non
ha nulla di jazz, mi ha suscitato una forte
emozione. I brani avevano assunto un’identità diversa,
ma modernissima. Quando sono entrato a
cantare ho dovuto solo farmi trasportare
da quest’onda sonora fluttuante nell’aria,
sganciato per una volta dai ritmi in cui
ti costringe il pop.
Un’esperienza così intensa
da farla diventare un disco e un dvd.
Sì, è stato un passaggio
così importante che ho voluto fotografarlo
con un album e con le immagini. Sia il
cd che il dvd, infatti, li ho voluti realizzare
dove sono nato e ho sempre vissuto, a Garlasco,
nell’ottocentesco Teatro Martinetti,
appena ristrutturato. Mi ha offerto così l’occasione
per agganciarmi ai ricordi di una vita,
come quando a scuola andai nell’ufficio
del preside e mi passò mia madre
al telefono. Mi diceva che una casa discografica
mi aveva notato a un concorso di voci nuove
e mi voleva a Roma per farmi provare una
canzone, Occhi di ragazza, di
cui poi non si fece nulla. Ma lì iniziava
tutto, iniziava il sogno.
È per questo che nel titolo
del cd compaiono il tuo vero nome e quello
d’arte?
Mai come questa volta sono legati insieme:
li unisce il percorso artistico e umano,
il pubblico e il privato, che si intrecciano
in questi anni di carriera. In qualche
modo, li ho voluti ripercorrere per intero.
Garlasco oggi è balzata
alle cronache per il delitto della giovane
Chiara. In quale misura la vicenda ti
ha coinvolto?
Mi sono sempre sentito protetto in questo
paese, e se ora la protezione viene un
po’ a mancare non è tanto
per il disagio sociale, quanto per come
questo terribile delitto è stato
gestito dai media, senza alcun rispetto
per nulla. È sintomatico, in tal
senso, uno dei brani del disco, Il
gigante e la bambina, che “parla” di
uno stupro. Quando uscì, nel ’71,
venne censurata e dovetti cambiare alcune
strofe. Adesso, nella nostra società, è l’esatto
contrario: va bene tutto, perché la
notizia abbia un’eco deve essere
piccante, meglio ancora se c’è anche
del sangue. E gli spazi per qualcosa di
interessante si riducono sempre di più.
A cosa si deve il degrado del
costume?
Un ruolo decisivo lo ha giocato la tv con
le sue massicce dosi di reality e fiction,
che impone modelli sconcertanti a vedersi.
Siamo finiti così tutti dentro a
un grande film, dove sembrano importanti
solo le cose più inutili. Si è persa
la dignità, nessuno racconta più storie
belle.
Anche nella musica il panorama
non è dei migliori, eppure la
tua storia dimostra che si può seguire
coerentemente un preciso percorso. Come
ci sei riuscito?
Con una grande dose di passione. Non riesco
a pensare alla musica in un modo diverso
da come la vedo io, indipendentemente dai
gusti. Mi alzo alla mattina, e sono comunque
contento, forse perché ho una spiritualità che
mi aiuta molto a vivere. E poi, quando
suono o scrivo, mi viene spesso in mente
quel ragazzino di otto anni che davanti
a un campo di girasoli s’immaginava
di essere di fronte a un pubblico e cantava
a squarciagola. Un sogno diventato realtà,
che mi tengo sempre stretto.
Hai accennato alla spiritualità.
In quale modo la vivi, come artista e
come uomo?
Quando ti avvicini alla fede passano degli
anni prima che tu riesca a confrontarti
con essa, a guardarti allo specchio e vedere
un viso non solo di carne e ossa, ma fatto
di uno sguardo profondo e di un modo di
sentire le cose diverso. Oggi so che c’è una
presenza accanto a me che mi ama infinitamente.
L’album contiene un brano
inedito, “Canzone dell’acqua”,
che rinnova il tuo impegno sociale.
È un testo scritto da Renzo Zenobi, validissimo cantautore molto pigro
che meriterebbe più attenzione, che ho subito condiviso e ha stimolato
la melodia. Non ha un messaggio apocalittico o di denuncia, piuttosto suggerisce
spunti di riflessione su questo bene prezioso del pianeta che ormai ci riguarda
tutti, non solo chi l’acqua stenta ad averla, come i Paesi del Terzo
mondo.
Nel cd hai inserito anche la cover
di una canzone di Gaber, poco conosciuta.
Perché questa scelta?
Ho letto il testo del brano su un libro
dedicato a Gaber e ne sono rimasto folgorato.
Sembrava scritto da un bambino, disarmante:
un uomo della sua età che scriveva
al futuro “quando sarò capace
di amare”… Straordinario.
Ho poi sentito la canzone, e ho capito
che potevo cantarla, toccava la mia sensibilità.
Non è la prima volta che
interpreti pezzi altrui o scrivi con
altri artisti. Quanto ti piace collaborare?
Tantissimo, perché è appagante
comporre belle canzoni con altri, o anche
solo eseguirle. Molte volte, pur di firmarli,
si mette nell’album dei brani mediocri,
ed è un grande errore che colpisce
anche i più grandi, come Elton John
o Paul McCartney. Chissà quanti
pezzi validi gli arrivano non scritti da
loro che però preferiscono non incidere.
C’è un brano che “accende” più degli
altri qualcosa in te di particolare nel
tuo cd?
Forse Non abbiam bisogno di parole. Ci
ho messo tantissimo tempo a scriverla,
però capivo che stava nascendo qualcosa
di importante, che il senso della canzone
era importante. Quando l’ho completata,
ho “sentito” di essere riuscito
a raccontare qualcosa di speciale che faceva
parte di me che non ero riuscito mai a
dire.
“Vivi” ancora
ogni nuova canzone con stupore?
Senza
dubbio, anche perché credo di
essere un personaggio abbastanza strano,
percepito dal pubblico in modo sfuggevole.
Non sono, per intenderci, come Vasco Rossi
o Claudio Baglioni, che sono “inquadrati” perfettamente
nel loro ruolo di artisti. Durante la mia
carriera, ho cambiato sovente direzione,
mi sono sempre spostato da posizioni acquisite.
E adesso sento il desiderio di dare un senso
al mio percorso ritrovandomi sul palco con
un’orchestra, di confrontarmi con la
gente e scoprire magari nuovi territori,
verso altre avventure.
Claudio Facchetti
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