In questo numero
ANTONELLO VENDITTI, CANZONI DI PELLE E DI CUORE di Claudio Facchetti

Il cantautore romano ritorna
dopo quattro anni di silenzio
con un lavoro intenso e ispirato.
E spiega come nascono i suoi brani.


Se fosse un monumento, Antonello Venditti sarebbe il Colosseo. L’immagine è scontata, certo, ma fotografa meglio di qualunque altra cosa quel legame indissolubile che il cantautore ha con Roma, la sua città, e stimola un inconsueto parallelismo. La storica arena è nel cuore della capitale, in passato richiamava migliaia di spettatori, ha resistito bene alle intemperie del tempo e oggi è ammirata da milioni di turisti. In fondo, forse con qualche forzatura, sembra un po’ anche la storia dell’artista.
Antonello, infatti, è partito per la sua splendida avventura nelle sette note dal “mitico” Folk Studio, celebre locale romano dedicato alla “musica alternativa”, come si diceva allora. Uno spazio diverso, libero, dove il cantautore nel 1972 propone già ottime canzoni dove non mancano i riferimenti alla sua città, come dimostrano i brani Roma capoccia e Sora Rosa.
Sono canzoni intense, dalla vena melodica e popolare, ma che hanno i germi del percorso “cantautorale” prossimo a venire che schiuderà le porte a Venditti a un successo più ampio. L’artista, difatti, pur non tagliando mai il cordone ombelicale che lo lega a Roma, si dimostra cantore generazionale, riuscendo ad affrontare con efficacia sia i temi impegnati (la politica, la denuncia sociale) sia quelli personali (i sentimenti, l’amore).
La sua popolarità cresce così sempre più verso l’alto e cresce ovviamente anche Venditti, che porta modifiche al suo sound, aprendosi a convincenti arrangiamenti pop spruzzati di soul. È un altro punto di svolta nella sua carriera, che coincide con In questo mondo di ladri, album del 1988 che sbanca il botteghino vendendo oltre un milione di copie.
Si apre una fase inebriante per Antonello, che lo vedrà nel successivo decennio primeggiare nelle classifiche a ogni uscita discografica e a riempire gli stadi nei concerti. Un cammino che lo traghetta nel nuovo secolo con intatta freschezza, sottolineata oggi, a quattro anni di distanza da Che fantastica storia è la vita, dall’uscita dell’ultimo album Dalla pelle al cuore.
Un disco di ottima fattura, ispirato, che regala più di un’emozione, “vendittiano” nel suono, inciso con ospiti importanti abituali (Gato Barbieri, Carlo Verdone) e un team di lavoro collaudato. E ascoltandolo si ha l’impressione di respirare quell’atmosfera conviviale che si crea quando si cena con pochi veri amici, tra una battuta e un discorso serio, tra il ricordo di un amore passato e di chi non c’è più. E laggiù, nemmeno tanto sullo sfondo, una bella canzone di Venditti.

Hai alle spalle una lunga e splendida carriera.
Quanto pesa quando ti avvicini a un nuovo disco?

Nulla. È talmente tanta la voglia di ricominciare una nuova avventura, di scoprire dove mi porterà che tutto il resto non conta. Ogni album è davvero come se fosse il primo, con la curiosità di vedere quale forma prenderà una canzone che ti piace e ti rappresenterà. È una specie di festa miracolosa condivisa con coloro che lavorano con me. Fa parte del bambino che c’è dentro di me.

L’ispirazione, d’altronde, non viene a comando.
Accade infatti di aver dentro qualcosa che comunque non potrà mai diventare una canzone. E allora ti assalgono dei dubbi, perché pensi di non essere capace di esprimere ciò che senti. Per evitare questo, sai cosa faccio? Inizio la canzone, che di solito viene sempre con un accenno di testo, proprio due paroline, e poi mi fermo. La fisso nella mente, a casa non registro mai nulla, contento di ricordamela perché significa che è qualcosa di profondo, e vado nel mio studio, a circa una trentina di chilometri dalla mia abitazione, dove incomincio a svilupparla con la band.

E in studio cambia qualcosa?
Le due parole diventano quattro, per poi sparire di scena e lasciare spazio alla melodia. Quando la canzone, dal punto di vista musicale, è finita, riprendo quelle quattro parole e le adatto alla composizione. È un percorso inconsueto che, immagino, faccio solo io, dove compongo e scompongo il brano, per cui ci impiego tantissimo tempo nel completare un pezzo.

Il nuovo album ha avuto questo tipo di gestazione?
Sì, anche se è accaduto un fatto sorprendente: per la prima volta, le canzoni sono finite tutte quasi nello stesso momento, testi compresi, che ho scritto in un tempo relativamente breve. Di solito, in passato, c’era un brano completato, un altro da finire, qualche abbozzo. Qui, invece, i pezzi sono partiti già ben costruiti e insieme hanno seguito l’identica strada. Ecco perché l’album ha una sua atmosfera precisa e le canzoni si legano fra loro, frutto però della casualità più che di un progetto vero e proprio.

Ascoltando il disco, però, mi sembra che il brano “La mia religione”, ne riassuma in sé un po’ i contenuti. È così?
Mi fa piacere che sia stato notato. È uno dei pezzi che mi piace di più, anche perché è difficile scrivere una canzone rock con dei contenuti forti. La definisco la mia “Sotto il segno dei pesci” di oggi, dove due persone e due culture diverse si incontrano in un’unica persona, che poi sarei io, in un nuovo futuro. In questa prospettiva, è un brano che dice alcune cose importanti: afferma che la musica è dentro il nostro cammino, che arriva dalla vita e dal muoversi dei popoli, dai loro sentimenti, ideali di giustizia, rivendicazioni. Le canzoni, insomma, non si trovano sotto a un tavolo.

Dice anche: “Vivere senza catene senza porre confine tra l’amore assoluto e la ragione, è la mia storia, è la mia religione, senza più padrone”.
Ammettendo che c’è un Venditti laico e un Antonello religioso, queste due entità forti a livello morale poi coincidono, sono pronte a diventare una cosa sola nel “sentire” la vita. Ecco perché dico che è la nuova “Sotto il segno dei pesci”, dove allora già dicevo “unità e amore per noi”. Cambia la forma, ma la sostanza è identica, anche se avverto dentro di me il desiderio forte di cominciare a riprodurre cultura dopo un periodo di impasse. Adesso forse siamo pronti a ripartire verso un’avventura interessante, che coinvolge la politica, l’aspetto umano, la musica.

Un altro pezzo significativo è “Giuda”. Ma chi è oggi Giuda?
È colui che è distante dal suo modello. In giro, è aumentato l’impoverimento morale perché siamo diversi da quello che ci eravamo proposti di essere. C’è chi ha tradito i suoi sogni, il suo essere. E più sei distante da te stesso, più sei Giuda. Hanno vinto altri modelli che oggi sono purtroppo di natura solo materiale. Prevale il mercato.

Sono scomparsi certi valori.
Mi ero già accorto dai tempi di Cuore, nel 1984, che il denaro stava diventando un “valore”. Se un tempo avessi chiesto a mia madre o a mio padre di indicarmi un bel valore da perseguire nella vita, mai mi avrebbero risposto i soldi o il successo. Oggi, al contrario, sono proprio i genitori a spingere i figli verso quegli obiettivi. Se non ci fossero loro ad accompagnarli, i casting delle varie trasmissioni tv sarebbero quasi deserti.

Hai dedicato l’album a tua mamma e a tuo papà. Come mai?
Perché non ci sono più. Questo è il primo disco che mi vede “orfano”. Mia madre è morta a 95 anni lucidissima e ho battibeccato con lei fino all’ultimo giorno. Insegnante di lettere e latino, non gli andava bene niente e controllava tutto: la chiamavo la “Spectre”: Mi ha dato sempre 4 anche se mi voleva bene. È un grande vuoto che mi porterò con me, mitigato dal rapporto con mio figlio Francesco. Da allora, dalla morte di mia mamma, ho incominciato ad aprire di più gli occhi verso gli altri. E ho visto tante persone che provano affetto per me, che davo per scontato, e che invece adesso sono importantissime.

Claudio Facchetti

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