Se fosse un monumento,
Antonello Venditti sarebbe il Colosseo.
L’immagine è scontata, certo,
ma fotografa meglio di qualunque altra
cosa quel legame indissolubile che il cantautore
ha con Roma, la sua città, e stimola
un inconsueto parallelismo. La storica
arena è nel cuore della capitale,
in passato richiamava migliaia di spettatori,
ha resistito bene alle intemperie del tempo
e oggi è ammirata da milioni di
turisti. In fondo, forse con qualche forzatura,
sembra un po’ anche la storia dell’artista.
Antonello, infatti, è partito per la sua splendida avventura nelle sette
note dal “mitico” Folk Studio, celebre locale romano dedicato alla “musica
alternativa”, come si diceva allora. Uno spazio diverso, libero, dove il
cantautore nel 1972 propone già ottime canzoni dove non mancano i riferimenti
alla sua città, come dimostrano i brani Roma capoccia e Sora
Rosa.
Sono canzoni intense, dalla vena melodica e popolare, ma che hanno i germi del
percorso “cantautorale” prossimo a venire che schiuderà le
porte a Venditti a un successo più ampio. L’artista, difatti, pur
non tagliando mai il cordone ombelicale che lo lega a Roma, si dimostra cantore
generazionale, riuscendo ad affrontare con efficacia sia i temi impegnati (la
politica, la denuncia sociale) sia quelli personali (i sentimenti, l’amore).
La sua popolarità cresce così sempre più verso l’alto
e cresce ovviamente anche Venditti, che porta modifiche al suo sound, aprendosi
a convincenti arrangiamenti pop spruzzati di soul. È un altro punto di
svolta nella sua carriera, che coincide con In questo mondo di ladri,
album del 1988 che sbanca il botteghino vendendo oltre un milione di copie.
Si apre una fase inebriante per Antonello, che lo vedrà nel successivo
decennio primeggiare nelle classifiche a ogni uscita discografica e a riempire
gli stadi nei concerti. Un cammino che lo traghetta nel nuovo secolo con intatta
freschezza, sottolineata oggi, a quattro anni di distanza da Che fantastica
storia è la vita, dall’uscita dell’ultimo album Dalla
pelle al cuore.
Un disco di ottima fattura, ispirato, che regala più di un’emozione, “vendittiano” nel
suono, inciso con ospiti importanti abituali (Gato Barbieri, Carlo Verdone) e
un team di lavoro collaudato. E ascoltandolo si ha l’impressione di respirare
quell’atmosfera conviviale che si crea quando si cena con pochi veri amici,
tra una battuta e un discorso serio, tra il ricordo di un amore passato e di
chi non c’è più. E laggiù, nemmeno tanto sullo sfondo,
una bella canzone di Venditti.
Hai alle spalle
una lunga e splendida carriera.
Quanto
pesa quando ti avvicini a un nuovo disco?
Nulla. È talmente tanta la voglia
di ricominciare una nuova avventura, di
scoprire dove mi porterà che tutto
il resto non conta. Ogni album è davvero
come se fosse il primo, con la curiosità di
vedere quale forma prenderà una
canzone che ti piace e ti rappresenterà. È una
specie di festa miracolosa condivisa con
coloro che lavorano con me. Fa parte del
bambino che c’è dentro di
me.
L’ispirazione, d’altronde,
non viene a comando.
Accade infatti di aver dentro qualcosa
che comunque non potrà mai diventare
una canzone. E allora ti assalgono dei
dubbi, perché pensi di non essere
capace di esprimere ciò che senti.
Per evitare questo, sai cosa faccio? Inizio
la canzone, che di solito viene sempre
con un accenno di testo, proprio due paroline,
e poi mi fermo. La fisso nella mente, a
casa non registro mai nulla, contento di
ricordamela perché significa che è qualcosa
di profondo, e vado nel mio studio, a circa
una trentina di chilometri dalla mia abitazione,
dove incomincio a svilupparla con la band.
E in studio cambia qualcosa?
Le due parole
diventano quattro, per poi sparire di scena
e lasciare spazio alla melodia. Quando la
canzone, dal punto di vista musicale, è finita, riprendo
quelle quattro parole e le adatto alla
composizione. È un percorso inconsueto
che, immagino, faccio solo io, dove compongo
e scompongo il brano, per cui ci impiego
tantissimo tempo nel completare un pezzo.
Il nuovo album ha avuto questo tipo di
gestazione?
Sì, anche se è accaduto
un fatto sorprendente: per la prima volta,
le canzoni sono finite tutte quasi nello
stesso momento, testi compresi, che ho
scritto in un tempo relativamente breve.
Di solito, in passato, c’era un brano
completato, un altro da finire, qualche
abbozzo. Qui, invece, i pezzi sono partiti
già ben costruiti e insieme hanno
seguito l’identica strada. Ecco perché l’album
ha una sua atmosfera precisa e le canzoni
si legano fra loro, frutto però della
casualità più che di un progetto
vero e proprio.
Ascoltando
il disco, però, mi sembra
che il brano “La mia religione”,
ne riassuma in sé un po’ i
contenuti. È così?
Mi fa piacere che sia stato notato. È uno
dei pezzi che mi piace di più, anche
perché è difficile scrivere
una canzone rock con dei contenuti forti.
La definisco la mia “Sotto il segno
dei pesci” di oggi, dove due persone
e due culture diverse si incontrano in
un’unica persona, che poi sarei io,
in un nuovo futuro. In questa prospettiva, è un
brano che dice alcune cose importanti:
afferma che la musica è dentro il
nostro cammino, che arriva dalla vita e
dal muoversi dei popoli, dai loro sentimenti,
ideali di giustizia, rivendicazioni. Le
canzoni, insomma, non si trovano sotto
a un tavolo.
Dice anche: “Vivere senza catene
senza porre confine tra l’amore assoluto
e la ragione, è la mia storia, è la
mia religione, senza più padrone”.
Ammettendo che c’è un Venditti
laico e un Antonello religioso, queste
due entità forti a livello morale
poi coincidono, sono pronte a diventare
una cosa sola nel “sentire” la
vita. Ecco perché dico che è la
nuova “Sotto il segno dei pesci”,
dove allora già dicevo “unità e
amore per noi”. Cambia la forma,
ma la sostanza è identica, anche
se avverto dentro di me il desiderio forte
di cominciare a riprodurre cultura dopo
un periodo di impasse. Adesso
forse siamo pronti a ripartire verso un’avventura
interessante, che coinvolge la politica,
l’aspetto umano, la musica.
Un altro pezzo significativo è “Giuda”.
Ma chi è oggi Giuda?
È colui che è distante dal suo modello. In giro, è aumentato
l’impoverimento morale perché siamo diversi da quello che ci eravamo
proposti di essere. C’è chi ha tradito i suoi sogni, il suo essere.
E più sei distante da te stesso, più sei Giuda. Hanno vinto altri
modelli che oggi sono purtroppo di natura solo materiale. Prevale il mercato.
Sono scomparsi certi valori.
Mi ero già accorto dai tempi di Cuore,
nel 1984, che il denaro stava diventando
un “valore”. Se un tempo avessi
chiesto a mia madre o a mio padre di indicarmi
un bel valore da perseguire nella vita,
mai mi avrebbero risposto i soldi o il
successo. Oggi, al contrario, sono proprio
i genitori a spingere i figli verso quegli
obiettivi. Se non ci fossero loro ad accompagnarli,
i casting delle varie trasmissioni tv sarebbero
quasi deserti.
Hai
dedicato l’album a tua mamma
e a tuo papà. Come mai?
Perché non ci sono più.
Questo è il primo disco che mi vede “orfano”.
Mia madre è morta a 95 anni lucidissima
e ho battibeccato con lei fino all’ultimo
giorno. Insegnante di lettere e latino,
non gli andava bene niente e controllava
tutto: la chiamavo la “Spectre”:
Mi ha dato sempre 4 anche se mi voleva
bene. È un grande vuoto che mi porterò con
me, mitigato dal rapporto con mio figlio
Francesco. Da allora, dalla morte di mia
mamma, ho incominciato ad aprire di più gli
occhi verso gli altri. E ho visto tante
persone che provano affetto per me, che
davo per scontato, e che invece adesso
sono importantissime.
Claudio Facchetti
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