Al frastuono che ci accompagna
di giorno e spesso anche di notte abbiamo
fatto il callo, al punto che l’invasione
e l’eccesso del rumore non infastidisce
quasi più nessuno, mentre i duri
d’orecchio abbondano. Per verificare
l’offensiva dell’inquinamento
sonoro, più che sentire, basta ascoltare.
In qualunque luogo e in qualunque istante
si tenda l’orecchio, qualche molesta
sollecitazione acustica ci aggredisce.
Quasi sempre c’è un motore
in azione che ronza sommesso e continuo,
o che si attiva d’improvviso o che
imperversa ad intermittenza. E se durante
un programma televisivo proviamo ad abbassare
poco per volta il volume impostato alla
solita intensità, continueremo a
sentire benissimo ugualmente e a capire
ogni parola. Vuol dire che il nostro orecchio è viziato.
I toni sommessi sono banditi da un pezzo:
parlano troppo forte le persone dotate
di un udito normale quando sono impegnate
in una conversazione; per non dire del
chiasso che invade i locali pubblici dove
ci si incontra per scambiare quattro chiacchiere.
Diventano poi un tormentone la persistenti
colonne sonore nei luoghi dove si lavora
(un insulto per il lavoro e per la musica, è stato
detto), e l’ascolto forzato delle
cosiddette musiche di fondo dove il rumore
di fondo è già dominante,
come nei supermercati o nei ritrovi dove
regna l’allegra caciara dei giovani
in libera uscita. Insomma, il silenzio,
quella benefica assenza di rumori, voci,
suoni non è più un valore
per nessuno ed è pressoché introvabile
nella nostra società cacofonica.
Ma quanti sono i silenzi possibili? Come ha approfondito Enzo Bianchi,
il priore di Bose, in una bella conversazione inserita nell’annuale manifestazione
Torino Spiritualità, c’è il silenzio della psicanalisi, quello
della meditazione, quello del teatro, c’è il silenzio siderale,
quello delle profondità marine, quello della natura, e c’è il
silenzio umano nell’ascolto dell’altro, quello che fa spazio a chi
chiede di farsi sentire. C’è poi il silenzio degli innamorati, appagati
del loro tacere, quello dell’amicizia, che sa creare linguaggi e intese
non verbali. Sono silenzi non vuoti, ma di comunicazione intensa. Ma si può insediare
fra le persone anche un silenzio maligno che dice no allo scambio e al confronto,
che si nutre di malanimo, di odio, di rancore, di giudizi negativi, di disprezzo.
Volete fare impazzire qualcuno che vive con voi? Non parlategli più. Ecco, è il
silenzio nel quotidiano il più pesante e cattivo: nelle convivenze, negli
uffici, quando si tesse la trama dell’odioso mobbing. Poi ci sono i silenzi
degli aguzzini verso le loro vittime, dei prepotenti verso i deboli e i silenzi
colpevoli, di complicità, di viltà, stabiliti per non rischiare.
Di silenzio si può morire, diceva Elie Wiesel, lo scrittore statunitense
che ha sperimentato la ferocia dei lager nazisti durante l’adolescenza.
Ma poiché c’è anche il silenzio positivo, quello che
si può ascoltare come sorgente della parola, del contatto, del rapporto
comunicativo vale la pena di viverlo, il silenzio, salutare e benefico come il
digiuno, di rifugiarsi ogni tanto in questa sfera protettiva, di imparare a tacere
per scoprirne la bellezza.
Sono sempre più richiesi i viaggi alla ricerca di questo bene. Nel
mondo si trovano ancora luoghi pieni di fascino dove i rumori tacciono e la pace è diffusa.
Il continente nordamericano, per fare un esempio, offre distese di quiete profonda.
In California la foresta delle Sequoie giganti, quando non transitano i gruppi
dei turisti trasportati da veicoli motorizzati, è percorsa solo dal mormorio
del vento e dagli altri suoni della natura. Sono regni del silenzio sia quell’incanto
che è il parco nazionale Yosemite sia l’immensa Death Valley, dove
ogni segno di vita è stato stroncato dal calore insopportabile. Immersi
nel silenzio sono i sentieri scavati nel Gran Canyon in Arizona, sempre che il
cielo sovrastante non sia attraversato dagli aerei che sorvolano la zona per
la meraviglia dei vacanzieri. Ma senza andare oltreoceano, si può penetrare
l’assoluta assenza di suono in posti vicino a noi. È impressionante
il vuoto sonoro delle magiche grotte di Borgio Verezzi, in Liguria, una meraviglia
sotterranea scavata dalla natura, scoperta non molti anni fa e ancora poco nota;
e se capita di trovarsi nelle ex miniere di talco a Prali, in Val Susa, che si
percorrono con un trenino per raggiungere un piccolo palcoscenico attorniato
di panche allestito da Assemblea Teatro nel ventre della terra, si può percepire
la perfezione di un silenzio profondo dove ogni suono vibra purissimo, un vero
miracolo.
Uno dei temi più seguiti dai giovani durante le riflessioni proposte
da “Torino Spiritualità” quest’anno è stato appunto
il silenzio, valore mortificato in questo tempo di frastuono, di chiacchiere
assordanti, di amplificazioni spaccatimpani. Si è visto un documentario
singolare, quasi improponibile, che seguendo per più di due ore la vita
di una comunità monastica, fa ascoltare il silenzio e insegna con i rumori
e con i suoni a renderlo più vivo, a sentire a fondo quello che risuona
intorno a noi e dentro di noi. Si intitola Il Grande silenzio. Lo ha
realizzato nella Grande Chartreuse sulla Alpi francesi vicine a Grenoble un regista
tedesco, Philip Gröning, che ha dovuto aspettare quindici anni prima che
venisse accettata la sua richiesta di girare un film su una comunità di
Certosini votata al silenzio, alla solitudine, alla preghiera. «Ma poi
sono stato accolto con molta affabilità, ha detto l’autore, anche
se fra i monaci più anziani qualche resistenza serpeggiava. I contrari
erano molti e io mi sentivo un intruso con la mia troupe». Il documentario
ha avuto un successo incredibile, la realtà remota di quei monaci nell’abbazia
della Val d’Isère, la loro vita quotidiana lontana dai contatti
con il mondo e le sue tecnologie penetra nella mente di tutti gli spettatori,
lascia un segno incancellabile. Il loro silenzio diventa una lezione di vita: «Più se
ne coglie, di silenzio, e più si irradia, più si eliminano suoni
e voci e più si ascolta dentro. Aprirsi al silenzio, significa aprire
i sensi e l’anima nell’attesa di qualcosa che arriverà».
Le regole sono severe, eppure c’è da credere che in quelle coscienze
rese limpide dalla disciplina abita la serenità e forse anche la letizia. È possibile
che Dio si trovi dappertutto, ma lassù, fra quei monti, nel gelo dell’inverno,
nel rigoglio dell’estate, nel risveglio della primavera e nei temporali
cupi dell’autunno sia più percepibile. Nel film lo dicono, uno dopo
l’altro, i volti dei monaci che hanno nelle pupille il paesaggio della
loro casa comune, delle montagne e la luce della fede.
C’è anche un silenzio di Dio di fronte all’accanirsi
del male, al mistero della sofferenza. Mentre il nazismo imprimeva una macchia
sull’umanità intera infliggendo al popolo ebraico un dolore immane,
un teologo protestante tedesco, Dietrich Bonhöffer, una delle migliori voci
del Novecento, seguì il travaglio e la crisi della chiesa, sostenendo
il valore di una fede adulta e dell’impegno politico del credente. Fu condannato
all’impiccagione per il suo impegno diretto nel movimento di resistenza
che mirava all’eliminazione di Hitler. La storia di questa vittima ha ispirato
una resa teatrale ideata da Ugo Perone e interpretata da Eloisa Perone e Antonio
Villella. Intrecciando musica, lettura e recitazione, l’allestimento intitolato La
Pace al tempo dell’orrore,ha ripercorso con efficacia la vita e il
pensiero di un uomo innamorato della terra e del cielo nel tempo in cui la voce
del Signore è stata messa a tacere.
Mirella Caveggia
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