In questo numero
LA FORZA DEL SILENZIO di Mirella Caveggia

Scoprire se stessi senza paure
ed affermare la propria identità,
non è un lusso per pochi,
ma una necessità di tutti.
La moderna civiltà con i suoi miti
e le sue illusioni è forse
uno degli ostacoli maggiori
alla piena realizzazione di sé.
Allora meglio cercare luoghi e momenti
di silenzio per ritrovare la propria anima.


Al frastuono che ci accompagna di giorno e spesso anche di notte abbiamo fatto il callo, al punto che l’invasione e l’eccesso del rumore non infastidisce quasi più nessuno, mentre i duri d’orecchio abbondano. Per verificare l’offensiva dell’inquinamento sonoro, più che sentire, basta ascoltare. In qualunque luogo e in qualunque istante si tenda l’orecchio, qualche molesta sollecitazione acustica ci aggredisce. Quasi sempre c’è un motore in azione che ronza sommesso e continuo, o che si attiva d’improvviso o che imperversa ad intermittenza. E se durante un programma televisivo proviamo ad abbassare poco per volta il volume impostato alla solita intensità, continueremo a sentire benissimo ugualmente e a capire ogni parola. Vuol dire che il nostro orecchio è viziato. I toni sommessi sono banditi da un pezzo: parlano troppo forte le persone dotate di un udito normale quando sono impegnate in una conversazione; per non dire del chiasso che invade i locali pubblici dove ci si incontra per scambiare quattro chiacchiere. Diventano poi un tormentone la persistenti colonne sonore nei luoghi dove si lavora (un insulto per il lavoro e per la musica, è stato detto), e l’ascolto forzato delle cosiddette musiche di fondo dove il rumore di fondo è già dominante, come nei supermercati o nei ritrovi dove regna l’allegra caciara dei giovani in libera uscita. Insomma, il silenzio, quella benefica assenza di rumori, voci, suoni non è più un valore per nessuno ed è pressoché introvabile nella nostra società cacofonica.
 Ma quanti sono i silenzi possibili? Come ha approfondito Enzo Bianchi, il priore di Bose, in una bella conversazione inserita nell’annuale manifestazione Torino Spiritualità, c’è il silenzio della psicanalisi, quello della meditazione, quello del teatro, c’è il silenzio siderale, quello delle profondità marine, quello della natura, e c’è il silenzio umano nell’ascolto dell’altro, quello che fa spazio a chi chiede di farsi sentire. C’è poi il silenzio degli innamorati, appagati del loro tacere, quello dell’amicizia, che sa creare linguaggi e intese non verbali. Sono silenzi non vuoti, ma di comunicazione intensa. Ma si può insediare fra le persone anche un silenzio maligno che dice no allo scambio e al confronto, che si nutre di malanimo, di odio, di rancore, di giudizi negativi, di disprezzo. Volete fare impazzire qualcuno che vive con voi? Non parlategli più. Ecco, è il silenzio nel quotidiano il più pesante e cattivo: nelle convivenze, negli uffici, quando si tesse la trama dell’odioso mobbing. Poi ci sono i silenzi degli aguzzini verso le loro vittime, dei prepotenti verso i deboli e i silenzi colpevoli, di complicità, di viltà, stabiliti per non rischiare. Di silenzio si può morire, diceva Elie Wiesel, lo scrittore statunitense che ha sperimentato la ferocia dei lager nazisti durante l’adolescenza.
 Ma poiché c’è anche il silenzio positivo, quello che si può ascoltare come sorgente della parola, del contatto, del rapporto comunicativo vale la pena di viverlo, il silenzio, salutare e benefico come il digiuno, di rifugiarsi ogni tanto in questa sfera protettiva, di imparare a tacere per scoprirne la bellezza.
 Sono sempre più richiesi i viaggi alla ricerca di questo bene. Nel mondo si trovano ancora luoghi pieni di fascino dove i rumori tacciono e la pace è diffusa. Il continente nordamericano, per fare un esempio, offre distese di quiete profonda. In California la foresta delle Sequoie giganti, quando non transitano i gruppi dei turisti trasportati da veicoli motorizzati, è percorsa solo dal mormorio del vento e dagli altri suoni della natura. Sono regni del silenzio sia quell’incanto che è il parco nazionale Yosemite sia l’immensa Death Valley, dove ogni segno di vita è stato stroncato dal calore insopportabile. Immersi nel silenzio sono i sentieri scavati nel Gran Canyon in Arizona, sempre che il cielo sovrastante non sia attraversato dagli aerei che sorvolano la zona per la meraviglia dei vacanzieri. Ma senza andare oltreoceano, si può penetrare l’assoluta assenza di suono in posti vicino a noi. È impressionante il vuoto sonoro delle magiche grotte di Borgio Verezzi, in Liguria, una meraviglia sotterranea scavata dalla natura, scoperta non molti anni fa e ancora poco nota; e se capita di trovarsi nelle ex miniere di talco a Prali, in Val Susa, che si percorrono con un trenino per raggiungere un piccolo palcoscenico attorniato di panche allestito da Assemblea Teatro nel ventre della terra, si può percepire la perfezione di un silenzio profondo dove ogni suono vibra purissimo, un vero miracolo.
 Uno dei temi più seguiti dai giovani durante le riflessioni proposte da “Torino Spiritualità” quest’anno è stato appunto il silenzio, valore mortificato in questo tempo di frastuono, di chiacchiere assordanti, di amplificazioni spaccatimpani. Si è visto un documentario singolare, quasi improponibile, che seguendo per più di due ore la vita di una comunità monastica, fa ascoltare il silenzio e insegna con i rumori e con i suoni a renderlo più vivo, a sentire a fondo quello che risuona intorno a noi e dentro di noi. Si intitola Il Grande silenzio. Lo ha realizzato nella Grande Chartreuse sulla Alpi francesi vicine a Grenoble un regista tedesco, Philip Gröning, che ha dovuto aspettare quindici anni prima che venisse accettata la sua richiesta di girare un film su una comunità di Certosini votata al silenzio, alla solitudine, alla preghiera. «Ma poi sono stato accolto con molta affabilità, ha detto l’autore, anche se fra i monaci più anziani qualche resistenza serpeggiava. I contrari erano molti e io mi sentivo un intruso con la mia troupe». Il documentario ha avuto un successo incredibile, la realtà remota di quei monaci nell’abbazia della Val d’Isère, la loro vita quotidiana lontana dai contatti con il mondo e le sue tecnologie penetra nella mente di tutti gli spettatori, lascia un segno incancellabile. Il loro silenzio diventa una lezione di vita: «Più se ne coglie, di silenzio, e più si irradia, più si eliminano suoni e voci e più si ascolta dentro. Aprirsi al silenzio, significa aprire i sensi e l’anima nell’attesa di qualcosa che arriverà». Le regole sono severe, eppure c’è da credere che in quelle coscienze rese limpide dalla disciplina abita la serenità e forse anche la letizia. È possibile che Dio si trovi dappertutto, ma lassù, fra quei monti, nel gelo dell’inverno, nel rigoglio dell’estate, nel risveglio della primavera e nei temporali cupi dell’autunno sia più percepibile. Nel film lo dicono, uno dopo l’altro, i volti dei monaci che hanno nelle pupille il paesaggio della loro casa comune, delle montagne e la luce della fede.
 C’è anche un silenzio di Dio di fronte all’accanirsi del male, al mistero della sofferenza. Mentre il nazismo imprimeva una macchia sull’umanità intera infliggendo al popolo ebraico un dolore immane, un teologo protestante tedesco, Dietrich Bonhöffer, una delle migliori voci del Novecento, seguì il travaglio e la crisi della chiesa, sostenendo il valore di una fede adulta e dell’impegno politico del credente. Fu condannato all’impiccagione per il suo impegno diretto nel movimento di resistenza che mirava all’eliminazione di Hitler. La storia di questa vittima ha ispirato una resa teatrale ideata da Ugo Perone e interpretata da Eloisa Perone e Antonio Villella. Intrecciando musica, lettura e recitazione, l’allestimento intitolato La Pace al tempo dell’orrore,ha ripercorso con efficacia la vita e il pensiero di un uomo innamorato della terra e del cielo nel tempo in cui la voce del Signore è stata messa a tacere.

Mirella Caveggia

www.timeandmind.com