In questo numero
ALICIA KEYS SUPERWOMAN di Claudio Facchetti

È cresciuta esercitandosi sugli spartiti
della classica e sui classici
della musica nera.
Un mix da cui sono nati album vendutissimi.
Ma lei non si ferma solo alle sette note
e si divide tra cinema, letteratura,
tv e impegno sociale..


«Puoi rinunciare a tutto ciò che vuoi, tranne alle lezioni di piano». Narra la leggenda che questa frase sia stata pronunciata da mamma Terri Augello, origine italo-americana, alla figlia Alicia vedendo i risultati che l’allora ragazzina otteneva misurandosi sugli spartiti di musica classica. Quella sua passione, nata quando aveva 4 anni, oltre tutto la teneva lontana dai pericoli di Hell’s Kitchen, la “cucina dell’inferno”, il quartiere poco raccomandabile di New York dov’era nata.
Un destino segnato, quindi, che si profila in maniera più netta nel momento in cui Alicia si iscrive alla prestigiosa Professional Performance Arts School di Manhattan, dove sfodera anche capacità vocali fuori dal comune. A 16 anni è così pronta per tentare l’avventura nelle sette note: nel suo bagaglio, oltre agli studi su Bach e Beethoven, porta la passione per il soul e l’interesse per l’hip hop.
Sarà proprio questo originale mix di stili musicali a farla arrivare nel 2001 all’esordio con l’album Songs in A minor. È un successo clamoroso. Il disco, guidato dal singolo Fallin’, entra direttamente al primo posto nella classifica americana e vende oltre 10 milioni di copie nel mondo.
Potrebbe sembrare il solito caso fortunato destinato a durare lo spazio di una stagione. Ma Alicia è fatta di un’altra pasta e lo dimostra con i successivi due album, The diary of Alicia Keys e il live MTV Unplugged, che ottengono praticamente gli identici risultati. Diventa così la prima artista femminile di black music a centrare tre debutti consecutivi al primo posto negli USA.
Alicia, però, non si dedica solo alle sette note. Persona poliedrica, negli ultimi tempi ha sviluppato altri interessi con eccellenti risultati. Ha scritto un vendutissimo libro di poesie, Tears for water ed è stata corrispondente di viaggio per il New York Daily News commentando una volta al mese i luoghi in cui si esibiva in tour. Ha poi dato di recente il via alla carriera cinematografica, recitando nel film d’azione Smokin’ Aces e nella commedia Diario di una tata accanto a Scarlett Johansson. Infaticabile, ultimamente ha prodotto e scritto la fiction tv Zora, che racconta le problematiche vicissitudini di una quindicenne.
E a proposito di problemi, l’artista non fa mancare il suo concreto e serio appoggio a tre diverse organizzazioni umanitarie: due impegnate per sconfiggere l’Aids in Africa, una per garantire ai ragazzi che vivono nei quartieri a rischio di New York un ambiente sicuro in cui sviluppare i propri talenti in campo artistico.
Un’agenda, insomma, fitta di impegni, che non ha fatto dimenticare ad Alicia di essere prima di tutto una musicista con i fiocchi. E alla fine dell’anno ha pubblicato As I am, quarto capitolo della sua storia dove rinfresca i ritmi del soul e dell’hip hop con convincenti manciate di pop e rock, aggiungendo una nuova perla alla sua già ricca collana di successi.

Hai intitolato il disco As I am, “Come sono”. Cosa mancava ai precedenti album nel dare un tuo ritratto completo?
Assolutamente niente. Ogni disco ha fissato una fase della mia vita ben precisa e a quella faceva riferimento. Oggi sono diversa da qualche anno fa, ho fatto diverse esperienze e sono cresciuta. Ovviamente tutto questo è finito nelle nuove canzoni. È, insomma, come scrivere un libro infinito: ogni capitolo ha un suo senso per me e si evolve di volta in volta. As I am rispecchia davvero quello che sono in questo momento.

Quali sono gli argomenti che hai voluto affrontare nel disco?
In primo piano c’è l’amore, ma parlo anche di mortalità e di temi sociali. È importante, per esempio, vivere ogni momento come se fosse l’ultimo, così come mi preme evidenziare la situazione del mio Paese che mi sembra pronto per qualcosa di nuovo ma ancora non si decide a cambiare.

In questo album, come nei precedenti, non mancano collaborazioni eccellenti. Perché?
Suonare con altri musicisti mi ha aiutato tantissimo a espandere il significato, la poesia e la bellezza delle canzoni. Mi piace, insomma, scegliere persone che mi aiutino a esprimere al meglio le mie composizioni.

Una dei brani più interessanti del lavoro è “Superwoman”. Perché lo hai scritto?
Il titolo può mettere fuori strada ma, in realtà, la canzone è dedicata a chi, talvolta, passa dei momenti di debolezza e non si sente affatto una “super donna”. Però è normale vivere delle fasi di sconforto e anche in quei frangenti ci si può sentire forti. Il pezzo vuole dare coraggio a coloro che stanno attraversando un periodo infelice della loro vita, trasmettere energia per aiutarli a sentirsi meglio.

In quale percentuale la tua personale visione della vita influisce sulla composizione?
Al cento per cento. Qualsiasi cosa io scriva, chiunque deve percepire cosa attraversa il mio animo in quel momento. Posso raccontare la mia visita alle piramidi egiziane o vicende d’amore, ma tutti devono riuscire a seguirmi nel mio viaggio della vita e “sentire” il mio cuore.
Non devi, in qualche modo, fare i conti con il mercato?
Sono libera di fare ciò che desidero, senza alcun compromesso. È una condizione fondamentale per realizzare i miei dischi. E quando entro in sala d’incisione, nessuno può dirmi come fare una canzone. La prima a essere fiera e convinta di ogni singola nota devo essere io.

Quale “volto” sonoro hai voluto dare al disco?
Mi è sempre difficile etichettare un mio album, forse perché credo che la musica non abbia bisogno di definizioni. C’è chi lo definisce soul, chi pop, altri rock, ma non ha importanza. Ricordo che un giorno, mentre stavo eseguendo una partitura di Chopin, mi sono accorta che la successione degli accordi calzava a pennello per un pezzo nello stile di Stevie Wonder. È la dimostrazione che le sette note non hanno confini. L’importante è dare emozioni e fare belle canzoni, al di là dei generi.

Nel 2007 hai intrapreso anche la carriera di attrice. Come scegli i ruoli da interpretare?
Accetto solo parti che mi possano far crescere e non mi piace indossare sempre gli stessi panni. Infatti, nei due film che finora ho girato, i personaggi sono diametralmente opposti. D’altra parte, concentrarmi su un’unica formula non fa per me, adoro diversificare tutto ciò che faccio.

Lascerai un po’ da parte la musica per la recitazione?
Credo si possano ottenere buoni risultati in entrambe le discipline. L’esempio migliore è Barbra Streisand, che ha bilanciato in maniera ottimale le due carriere, rimanendo sempre credibile.

Sei stata citata, caso rarissimo, in una canzone di Bob Dylan, “Thunder on the mountains”, contenuta nell’album “Modern times”. Sei riuscita a scoprirne la ragione?
Innanzi tutto, quando l’ho ascoltata, è stata una grossissima sorpresa e mi ha fatto molto piacere. Non abbiamo mai avuto, però, l’occasione di incontrarci. Qualche tempo fa, aveva accettato di partecipare a un concerto di beneficenza organizzato da me, ma poi non era riuscito a farcela. Quindi non so ancora cosa avesse in mente quando ha composto il brano.

Il tuo ultimo progetto extramusicale è la fiction Zora, che affronta temi razziali. In quale misura ti rispecchia?
Vivendo a New York, città cosmopolita, alcuni problemi a sfondo razziale oggi non esistono quasi più. Ma negli Stati Uniti, purtroppo, gli stereotipi sopravvivono ancora e, pur non avendoli provati sulla mia pelle, capisco l’odio che possono generare.

Sei un’artista impegnata. Quali risultati stanno ottenendo le organizzazioni che appoggi?
Decisamente buoni. Sono andata in Africa e ho visto con i miei occhi persone che si trovavano a un passo dalla morte ritornate a vivere grazie alle cure mediche ricevute. Certo, la strada è ancora lunga, ma con la raccolta dei fondi, che tengo personalmente sotto controllo, si è riusciti a fornire medicinali, costruire un reparto pediatrico, un orfanotrofio e un ospedale a Durban, in Sudafrica.

Claudio Facchetti
www.timeandmind.com