«Puoi rinunciare
a tutto ciò che vuoi, tranne alle
lezioni di piano». Narra la leggenda
che questa frase sia stata pronunciata
da mamma Terri Augello, origine italo-americana,
alla figlia Alicia vedendo i risultati
che l’allora ragazzina otteneva misurandosi
sugli spartiti di musica classica. Quella
sua passione, nata quando aveva 4 anni,
oltre tutto la teneva lontana dai pericoli
di Hell’s Kitchen, la “cucina
dell’inferno”, il quartiere
poco raccomandabile di New York dov’era
nata.
Un destino segnato, quindi, che si profila in maniera più netta nel momento
in cui Alicia si iscrive alla prestigiosa Professional Performance Arts School
di Manhattan, dove sfodera anche capacità vocali fuori dal comune. A 16
anni è così pronta per tentare l’avventura nelle sette note:
nel suo bagaglio, oltre agli studi su Bach e Beethoven, porta la passione per
il soul e l’interesse per l’hip hop.
Sarà proprio questo originale mix di stili musicali a farla arrivare nel
2001 all’esordio con l’album Songs in A minor. È un
successo clamoroso. Il disco, guidato dal singolo Fallin’, entra
direttamente al primo posto nella classifica americana e vende oltre 10 milioni
di copie nel mondo.
Potrebbe sembrare il solito caso fortunato destinato a durare lo spazio di una
stagione. Ma Alicia è fatta di un’altra pasta e lo dimostra con
i successivi due album, The diary of Alicia Keys e il live MTV Unplugged, che
ottengono praticamente gli identici risultati. Diventa così la prima artista
femminile di black music a centrare tre debutti consecutivi al primo posto negli
USA.
Alicia, però, non si dedica solo alle sette note. Persona poliedrica,
negli ultimi tempi ha sviluppato altri interessi con eccellenti risultati. Ha
scritto un vendutissimo libro di poesie, Tears for water ed è stata
corrispondente di viaggio per il New York Daily News commentando una
volta al mese i luoghi in cui si esibiva in tour. Ha poi dato di recente il via
alla carriera cinematografica, recitando nel film d’azione Smokin’ Aces e
nella commedia Diario di una tata accanto a Scarlett Johansson. Infaticabile,
ultimamente ha prodotto e scritto la fiction tv Zora, che racconta le
problematiche vicissitudini di una quindicenne.
E a proposito di problemi, l’artista non fa mancare il suo concreto e serio
appoggio a tre diverse organizzazioni umanitarie: due impegnate per sconfiggere
l’Aids in Africa, una per garantire ai ragazzi che vivono nei quartieri
a rischio di New York un ambiente sicuro in cui sviluppare i propri talenti in
campo artistico.
Un’agenda, insomma, fitta di impegni, che non ha fatto dimenticare ad Alicia
di essere prima di tutto una musicista con i fiocchi. E alla fine dell’anno
ha pubblicato As I am, quarto capitolo della sua storia dove rinfresca
i ritmi del soul e dell’hip hop con convincenti manciate di pop e rock,
aggiungendo una nuova perla alla sua già ricca collana di successi.
Hai intitolato il disco As I am, “Come
sono”. Cosa mancava ai precedenti
album nel dare un tuo ritratto completo?
Assolutamente
niente. Ogni disco ha fissato una fase
della mia vita ben precisa e a quella faceva
riferimento. Oggi sono diversa da qualche
anno fa, ho fatto diverse esperienze e
sono cresciuta. Ovviamente tutto questo è finito
nelle nuove canzoni. È, insomma,
come scrivere un libro infinito: ogni capitolo
ha un suo senso per me e si evolve di volta
in volta. As I am rispecchia davvero
quello che sono in questo momento.
Quali
sono gli argomenti che hai voluto affrontare
nel disco?
In primo piano c’è l’amore,
ma parlo anche di mortalità e di
temi sociali. È importante, per
esempio, vivere ogni momento come se fosse
l’ultimo, così come mi preme
evidenziare la situazione del mio Paese
che mi sembra pronto per qualcosa di nuovo
ma ancora non si decide a cambiare.
In questo album,
come nei precedenti, non mancano collaborazioni
eccellenti. Perché?
Suonare con altri musicisti mi ha aiutato
tantissimo a espandere il significato,
la poesia e la bellezza delle canzoni.
Mi piace, insomma, scegliere persone che
mi aiutino a esprimere al meglio le mie
composizioni.
Una dei brani più interessanti
del lavoro è “Superwoman”.
Perché lo hai scritto?
Il titolo può mettere fuori strada
ma, in realtà, la canzone è dedicata
a chi, talvolta, passa dei momenti di debolezza
e non si sente affatto una “super
donna”. Però è normale
vivere delle fasi di sconforto e anche
in quei frangenti ci si può sentire
forti. Il pezzo vuole dare coraggio a coloro
che stanno attraversando un periodo infelice
della loro vita, trasmettere energia per
aiutarli a sentirsi meglio.
In quale percentuale la tua personale
visione della vita influisce sulla composizione?
Al cento per cento. Qualsiasi cosa io scriva,
chiunque deve percepire cosa attraversa
il mio animo in quel momento. Posso raccontare
la mia visita alle piramidi egiziane o
vicende d’amore, ma tutti devono
riuscire a seguirmi nel mio viaggio della
vita e “sentire” il mio cuore.
Non devi, in qualche modo, fare i conti con il mercato?
Sono libera di fare ciò che desidero,
senza alcun compromesso. È una condizione
fondamentale per realizzare i miei dischi.
E quando entro in sala d’incisione,
nessuno può dirmi come fare una
canzone. La prima a essere fiera e convinta
di ogni singola nota devo essere io.
Quale “volto” sonoro
hai voluto dare al disco?
Mi è sempre difficile etichettare
un mio album, forse perché credo
che la musica non abbia bisogno di definizioni.
C’è chi lo definisce soul,
chi pop, altri rock, ma non ha importanza.
Ricordo che un giorno, mentre stavo eseguendo
una partitura di Chopin, mi sono accorta
che la successione degli accordi calzava
a pennello per un pezzo nello stile di
Stevie Wonder. È la dimostrazione
che le sette note non hanno confini. L’importante è dare
emozioni e fare belle canzoni, al di là dei
generi.
Nel 2007 hai intrapreso anche
la carriera di attrice. Come scegli i
ruoli da interpretare?
Accetto solo parti che mi possano far crescere
e non mi piace indossare sempre gli stessi
panni. Infatti, nei due film che finora
ho girato, i personaggi sono diametralmente
opposti. D’altra parte, concentrarmi
su un’unica formula non fa per me,
adoro diversificare tutto ciò che
faccio.
Lascerai un po’ da parte
la musica per la recitazione?
Credo si possano ottenere buoni risultati
in entrambe le discipline. L’esempio
migliore è Barbra Streisand, che
ha bilanciato in maniera ottimale le due
carriere, rimanendo sempre credibile.
Sei
stata citata, caso rarissimo, in una canzone
di Bob Dylan, “Thunder
on the mountains”, contenuta nell’album “Modern
times”. Sei riuscita a scoprirne
la ragione?
Innanzi tutto, quando
l’ho ascoltata, è stata
una grossissima sorpresa e mi ha fatto
molto piacere. Non abbiamo mai avuto, però,
l’occasione di incontrarci. Qualche
tempo fa, aveva accettato di partecipare
a un concerto di beneficenza organizzato
da me, ma poi non era riuscito a farcela.
Quindi non so ancora cosa avesse in mente
quando ha composto il brano.
Il tuo ultimo
progetto extramusicale è la
fiction Zora, che
affronta temi razziali. In quale misura
ti rispecchia?
Vivendo a New York, città cosmopolita,
alcuni problemi a sfondo razziale oggi
non esistono quasi più. Ma negli
Stati Uniti, purtroppo, gli stereotipi
sopravvivono ancora e, pur non avendoli
provati sulla mia pelle, capisco l’odio
che possono generare.
Sei un’artista impegnata. Quali
risultati stanno ottenendo le organizzazioni
che appoggi?
Decisamente buoni. Sono andata
in Africa e ho visto con i miei occhi persone
che si trovavano a un passo dalla morte
ritornate a vivere grazie alle cure mediche
ricevute. Certo, la strada è ancora lunga, ma
con la raccolta dei fondi, che tengo personalmente
sotto controllo, si è riusciti a fornire
medicinali, costruire un reparto pediatrico,
un orfanotrofio e un ospedale a Durban, in
Sudafrica.
Claudio Facchetti |