Gli Armeni aspettano ancora
giustizia. La storia non ha riconosciuto
pienamente la tragedia di questo popolo
di origine indoeuropea, convertita al cristianesimo
nei secoli II e IV, che ad opera dei Turchi
subì uno sterminio a lungo ignorato.
Già alla fine dell’Ottocento
per la politica repressiva del governo
ottomano, la popolazione armena residente
in Turchia era stata sottoposta ad un grave
massacro e costretta all’esodo. I
superstiti si dispersero nell’esilio.
Ma la tensione si aggravò dopo lo
scoppio della prima guerra mondiale nel
1915 e quasi tutta la comunità ancora
stanziata in Turchia subì uno sterminio
di inaudita ferocia da parte del movimento
dei Giovani Turchi al potere dal 1913,
deciso a fare della Turchia uno stato unicamente
turco. Un terzo della popolazione, 600.000
persone, è stata massacrata, un
altro terzo deportato , mentre l’ultimo
terzo ha potuto fuggire ed emigrare un
po’ dappertutto. Oggi l’Armenia
russa è una repubblica indipendente;
la diaspora conta numerosi armeni in tutto
il mondo che si distinguono come abili
artigiani e commercianti. Ma le ferite
subite da questa etnia intelligente e laboriosa
e dall’indole pacifica sono ancora
aperte.
Uno squarcio su questa vicenda irrisolta della storia lo aprono un libro e un
film ad esso ispirato. Si intitolano entrambi La masseria delle allodole.
Il romanzo, pluripremiato, lo ha scritto Antonia Arslan e il film è una
realizzazione dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani, a cui l’intenso impegno
civile ha ispirato opere felici come Padre Padrone e La notte di
San Lorenzo. La sensibilità verso le questioni politico-sociali che
li ha sempre animati affiora anche in quest’ultimo lavoro, che illustra
con crudezza e passione quel genocidio, fatto storico controverso. Tanto che
in Turchia sono puniti con la reclusione quelli che ne parlano, mentre incorre
nei rigori della legge chi lo smentisce in Francia, paese che ha accolto molti
armeni (anche in cantante Charles Aznavour è fra loro).
Quel genocidio, di una crudeltà efferata - e il film che gronda sangue
dallo schermo la descrive senza reticenze - si è compiuto cento anni fa,
ma è di un’attualità che impressiona. Anche oggi si uccide
con guerre fratricide e innescate con gravi violazioni dei diritti umani.
Non ci addentriamo in una valutazione critica del film dei registi toscani, presentato
insieme al libro e ben accolto a Berlino: molti l’avranno già visto
e commentato. Cerchiamo invece di coglierne il messaggio. Il racconto si intreccia
nel 1915 intorno ad una famiglia ricca e stimata, ben inserita nella popolazione
locale. A questo nucleo patriarcale, che incarna i valori e la cultura del popolo
armeno in un interno domestico denso di affetti e di rapporti rispettosi, la
guerra appena scoppiata sembra lontana. Ma una minaccia si profila: i turchi
nazionalisti al potere vogliono eliminare tutti gli Armeni e cancellarne le tracce
dalla loro terra. Li prendono di sorpresa, li travolgono con retate spietate,
li arrestano. Le loro belle case sono saccheggiate. Il film si concentra sulla
deportazione delle donne, dopo che tutti i maschi, compresi i neonati, sono stati
barbaramente soppressi. Perché “se uno solo sopravvive, domani si
vendicherà”. Le donne, affrante, sono avviate a marce forzate verso
Aleppo, in Siria. Il che significa la morte per malattie, carestia, stenti. Quelle
che fame, sete, stenti hanno risparmiato saranno massacrate all’arrivo.
Il racconto, ben narrato su uno sfondo sempre più tragico, concentra una
violenza inaudita che investe anche lo spettatore chiamato a scoprire in se stesso
la risposta ad una domanda che la cultura mondiale ha accantonato. Ma al di là del
valore estetico e artistico, La Masseria delle Allodole trasmette questa
comunicazione: Esistono gli Armeni, esiste la realtà di un genocidio
e esiste l’ignoranza di questa tragedia.
All’anteprima del film a Torino, sostenuta dall’Aiace e dal Consiglio
regionale che si è fatto carico di promuovere opere di impegno civile
e di affermazione dei valori inscritti nella Costituzione, era presente Paolo
Traviani a commentare quel suo film che lascia attoniti. «Il libro ci è venuto
incontro e ci ha fatto scoprire un mondo sconosciuto e una tragedia» ha
detto. «Abbiamo studiato testi e documenti e abbiamo sentito l’urgenza
di parlare di un mondo dimenticato, ma straordinariamente contemporaneo. Gli
Armeni residenti in Turchia erano circondati da amici diventati nemici all’improvviso.
Questo è accaduto anche in Bosnia e accade ancora. Noi viviamo queste
vicende con una certa indifferenza, si è fatta l’abitudine. Ci siamo
chiesti, con un senso di colpa, cosa si poteva fare. La nostra è stata
una risposta che porta lo spettatore a vivere e soffrire con noi. Sono scene
dure, insopportabili. Ma in quella più atroce - le due donne (e una è la
madre) che schiacciano con i loro corpi un neonato per sottrarlo alla scimitarra
delle guardie - si capisce la strage degli innocenti, cosa vuol dire uccidere
un bambino. Nel mondo si continua, ogni anno 4000 bambini muoiono per mancanza
d’acqua.
Qual è stato il rapporto con l’autrice? «Di grande rispetto
reciproco. Cinema e letteratura sono linguaggi diversi. Il possibile tradimento
era previsto. Abbiamo cambiato nomi e situazioni. Antonia Arslan non ha lavorato
alla sceneggiatura, ma abbiamo concordato che il sentire di fondo c’era
tutto ». Servirà La Masseria delle allodole a richiamare
l’attenzione? «Una minima riflessione sulla grande tragedia degli
Armeni forse la stimolerà. Noi andiamo avanti su questa strada, anche
senza cercare una coerenza e dei risultati a tutti i costi »
Nel film ci sono solo pochissime immagini d’album. Perché non si
vedono altri documenti fotografici? «Abbiamo voluto escludere il resoconto,
la testimonianza storica. Le fotografie che si vedono sono di un medico tedesco
che fotografò le donne deportate, ma quelle immagini furono sequestrate.
Gli Armeni che hanno sempre trovato in lui un aiuto lo chiamano “un giusto”.
Spero che il film vada oltre la storia». Ci fu un processo? “Sì,
ma fu presto insabbiato. Nella costituzione turca l’articolo 301 non permette
la libertà di pensiero. Recentemente è stato ucciso il direttore
di un giornale armeno. Per questo lo scrittore Pamuk è stato bandito.
Vorrebbe tornare a Istambul e non può. Sono i mali del nazionalismo forsennato ».
Com’è stato accolto il film in Turchia? «Non è ancora
andato. A Istambul i nostri film sono stati apprezzati. Oggi ci chiamano “traditori
di un’amicizia”. Ma dopo il film siamo ancora più amici dei
turchi. Molti Armeni sono stati salvati dai turchi». Cosa pensa della Turchia
nell’Unione Europea? «La Turchia deve fare i conti con il proprio
passato. Deve condannare quel partito dei “Giovani Turchi” di
ispirazione nazista che si è macchiato dello scempio, che si deve chiamare “genocidio” quello
che vorrebbero definire “un eccidio” C’erano stati segni di
quel dramma immenso. Alla fine dell’800 c’era stata già una
persecuzione. In seguito questa comunità è entrata a buon diritto
a far parte della buona società ed ebbe anche rappresentanti nel parlamento
locale. Poi venne la guerra con i russi e le guerre, si sa, scatenano i sentimenti
peggiori dell’uomo. Per questo sono riaffiorati antichi sussulti razzisti.
E poiché molti Armeni raggiunsero l’esercito russo, si scatenarono
contro tutti loro».Dove hanno girato gli esterni? «In
Bulgaria e con attori di tutte le provenienze
che, amalgamati in una cornice europea, corrispondevano
ai volti che ci siamo immaginati scrivendo
la sceneggiatura». C’è qualche
episodio da ricordare? «Sì,
quando un attore francese ha detto: Voi ridate
un senso alla realtà di fare l’attore.
E la commozione dell’attrice armena
protagonista, quella che vede decapitare
il marito. Nel suo ruolo della vecchia madre
ha sentito la responsabilità di rappresentare
tutte le donne della sua etnia. Non ha avuto
l’animo di ripetere quella scena, come
si fa di solito girando un film. Dopo la
ripresa, si è allontanata facendosi
il segno della croce e si è avviata
in solitudine verso una collina».
Mirella Caveggia
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