In questo numero
DIVERSITÀ SUPERABILE ANCHE LA PAURA DI NON ESSERE ALL'ALTEZZA di Susanna Conti

 


In questa rubrica dedicata alla scuola e ai suoi protagonisti era stabilito da mesi che si parlasse di alcuni protagonisti molto importanti. Una brutta storia ci ha indotto ad anticipare i tempi e a proporre alcune idee sulle quali riflettere, adesso che (per fortuna) l’interesse di chi opera nei media è rivolto un po’ meno allo scandalo e un po’ più (speriamo) ad aspetti costruttivi.

Che cosa è superabile
Superabile è un bel gioco di parole. Si trova in www.superabile.it (un portale – istituzionale – dedicato ai “diversamente abili”). Superabile evoca due concetti, uno positivo e l’altro, se possibile, ancora di più:

  • ogni barriera (architettonica, psicologica, …) può essere superata
  • ogni “diversamente abile” è super-abile in qualche attività o in qualche caratteristica.

Sembrano due sogni, a meno che non si aggiungano due condizioni:

  • le barriere si superano, se si è almeno in due a volerlo (e se ci si aiuta a vicenda oppure si chiede aiuto ad altri ancora, finché si può farcela)
  • ciascuno è super-abile in qualche cosa, se c’è qualcun altro che gli consente di farlo sapere (e che lo ascolta, lo guarda, gli dialoga assieme, lo stima).
Tutto questo è vero sempre e per tutti, non solo in alcune circostanze: tutti sono abili in qualche cosa e sono una frana in qualcos’altro (e non ce la farebbero da soli); tutti sono bravi in qualche attività, ma se nessuno se ne accorge non serve a niente.

Chi sono gli abili
Nessuno è abile in tutto. Dunque nessuno è abile in senso assoluto. Tutti sono “diversamente abili” perché sanno o possono compiere benissimo alcune operazioni e non sanno o non possono compierne altre. Anzi, anche il fatto di sapere o potere compiere (non compiere) qualcosa è questione di gradualità. Un limite sta nell’età giovane, un altro limite sta nell’età che avanza, un altro limite ancora sta nelle caratteristiche di ciascuno. Talvolta quello che è un limite in un settore può valere come vantaggio in un altro: Michael Schumaker (che è alto m 1,74) è un grande campione, ma difficilmente andrebbe a canestro se giocasse in una qualunque squadra di basket…
È vero che è inutile nascondersi dietro un dito: se tutti quanti senza eccezione sono “diversamente abili”, per molte persone è davvero difficile compiere senza ostacoli le azioni quotidiane. Queste persone (che sono anche ragazze e ragazzi a scuola) sono i protagonisti molto importanti di cui parlavamo all’inizio. Queste persone non sono altro-da-noi. Siamo noi, i nostri amici, tu stesso che leggi: tu che magari non hai proprio nessun problema, ma che mille volte ti sei trovato non-in-grado di fare qualcosa e che perciò sai benissimo come ci si senta.

Protagonisti di cui non si parla
Dei nostri protagonisti molto importanti qui non parleremo. Almeno in apparenza. Infatti dei “diversamente abili” si parla già fin troppo dappertutto come se fossero “altri” e “in-un-altro-posto”.
Io che scrivo confesserò a chi legge che ci stavo cascando anch’io: per questa rubrica progettavo di intervistare alcuni insegnanti di sostegno. Poi ho letto un articolo di uno che dei nostri protagonisti si occupa da sempre, Salvatore Nocera, (www.orizzontescuola.it/article12820.html) e ho capito che stavo sbagliando prospettiva.
Stavo sbagliando perché la presenza a scuola di ragazzi dichiarati “diversamente abili” non è un fatto che abbia a che fare con gli insegnanti di sostegno e basta. È affare nostro e cioè di tutti: di tutti gli allievi, di tutti gli insegnanti, di tutta la comunità (scolastica e non solo). La vicenda dell’istituto di Torino insegna che se in classe ci fosse stato il prof di sostegno forse non sarebbe capitato niente, non ci sarebbero stati video in internet né presidi intervistati in ogni “contenitore” televisivo. Ma i ragazzi che adesso sono sospesi (e non solo loro, con ogni probabilità) avrebbero continuato dentro di sé, all’interno dei loro gruppi o magari delle loro famiglie a pensare che il loro compagno autistico fosse uno a cui guardare con pregiudizio, uno da prendere in giro, uno da picchiare per divertimento (se solo se ne fosse presentata l’occasione).
Pensate a questo: il “compagno autistico” ha un nome, un viso, una personalità, dei desideri, delle preoccupazioni e delle gioie. Lo abbiamo visto in internet mentre subiva quel che stava subendo e nessuno di noi sa se lui si chiami Davide o Michele o Paolo. S’è parlato di lui come del ragazzo handicappato o diversamente abile o disabile o down o autistico (o non importa che cos’altro). Rispetto? Privacy? Ma non è peggio indicare qualcuno con un’etichetta da appiccicargli addosso piuttosto che con il nome con cui lui pensa a se stesso? Forse lo si fa solo per la paura di non essere in grado (noi, non lui) di vivere assieme.

Affari nostri
Davide o Michele o Paolo non è un “caso da sostenere” ma una persona con la quale vivere le esperienze quotidiane. Il “sostegno” è un dovere di tutti, una ricchezza per tutti e un diritto di tutti. Chiamiamo “cultura del sostegno” quella in cui ciascuno, secondo le sue potenzialità, aiuta tutti quanti gli altri. E da tutti quanti gli altri riceve aiuto, secondo i suoi (innegabili) bisogni. Sostegno è uguale a solidarietà. Allora il “diversamente abile” è una potenzialità magnifica per tutto il gruppo, perché tutto il gruppo non aiuta lui, ma tutti i membri del gruppo (lui compreso) si aiutano a vicenda. In questo modo nessuno è diverso perché sono diversi tutti (come oggettivamente è).
Esiste un posto al mondo nel quale i protagonisti di cui si parla tanto senza chiamarli con il loro nome sono protagonisti per davvero. Questo posto è la spianata di Lourdes. Una volta, sulla spianata, ho visto un ragazzo irlandese con i capelli color fuoco e gli occhioni verdi che mi guardava felice perché aveva in mano un giornale di macchine e perché lì tutti intorno si occupavano di lui come se lui fosse la persona più importante del mondo. Lo chiameremo Paddy e non lo chiameremo affatto “down irlandese”. Insieme a lui c’era una donna per la quale Paddy è davvero la persona più importante del mondo e non solo sulla spianata, ma in qualunque posto e in qualunque momento. Sono convinta che lì la mamma di Paddy desiderasse più di tutto quanto che in qualunque posto e in qualunque momento della vita di suo figlio gli altri pensassero e pensino a lui come a Paddy (uno di loro, uno di noi) e non come a un down.

Può darsi che esista una scuola in cui gli studenti imparano le materie tanto bene da riportare i massimi punteggi nei test nazionali o internazionali di valutazione. Ma se una scuola non insegna a pensare a Paddy come a Paddy, allora andare a scuola non serve assolutamente a niente.

Susanna Conti

www.timeandmind.com