In questa rubrica dedicata
alla scuola e ai suoi protagonisti era
stabilito da mesi che si parlasse di alcuni
protagonisti molto importanti. Una brutta
storia ci ha indotto ad anticipare i tempi
e a proporre alcune idee sulle quali riflettere,
adesso che (per fortuna) l’interesse
di chi opera nei media è rivolto
un po’ meno allo scandalo e un po’ più (speriamo)
ad aspetti costruttivi.
Che cosa è superabile
Superabile è un bel gioco
di parole. Si trova in www.superabile.it (un
portale – istituzionale – dedicato
ai “diversamente abili”). Superabile evoca
due concetti, uno positivo e l’altro,
se possibile, ancora di più:
- ogni barriera (architettonica, psicologica, …)
può essere superata
- ogni “diversamente abile” è super-abile
in qualche attività o in qualche
caratteristica.
Sembrano due sogni, a meno che non si
aggiungano due condizioni:
- le barriere si superano, se si è almeno
in due a volerlo (e se ci si aiuta a
vicenda oppure si chiede aiuto ad altri
ancora, finché si può farcela)
- ciascuno è super-abile in qualche
cosa, se c’è qualcun altro
che gli consente di farlo sapere (e che
lo ascolta, lo guarda, gli dialoga assieme,
lo stima).
Tutto questo è vero sempre e per tutti,
non solo in alcune circostanze: tutti sono
abili in qualche cosa e sono una frana in
qualcos’altro (e non ce la farebbero
da soli); tutti sono bravi in qualche attività,
ma se nessuno se ne accorge non serve a niente.
Chi sono gli abili
Nessuno è abile in tutto. Dunque
nessuno è abile in senso
assoluto. Tutti sono “diversamente
abili” perché sanno o possono
compiere benissimo alcune operazioni e
non sanno o non possono compierne altre.
Anzi, anche il fatto di sapere o potere
compiere (non compiere) qualcosa è questione
di gradualità. Un limite sta nell’età giovane,
un altro limite sta nell’età che
avanza, un altro limite ancora sta nelle
caratteristiche di ciascuno. Talvolta quello
che è un limite in un settore può valere
come vantaggio in un altro: Michael Schumaker
(che è alto m 1,74) è un
grande campione, ma difficilmente andrebbe
a canestro se giocasse in una qualunque
squadra di basket…
È vero che è inutile nascondersi dietro un dito: se tutti quanti
senza eccezione sono “diversamente abili”, per molte persone è davvero
difficile compiere senza ostacoli le azioni quotidiane. Queste persone (che
sono anche ragazze e ragazzi a scuola) sono i protagonisti molto importanti
di cui parlavamo all’inizio. Queste persone non sono altro-da-noi. Siamo
noi, i nostri amici, tu stesso che leggi: tu che magari non hai proprio nessun
problema, ma che mille volte ti sei trovato non-in-grado di fare qualcosa e
che perciò sai benissimo come ci si senta.
Protagonisti di cui non si parla
Dei nostri protagonisti molto importanti qui non parleremo. Almeno in apparenza.
Infatti dei “diversamente abili” si parla già fin troppo dappertutto
come se fossero “altri” e “in-un-altro-posto”.
Io che scrivo confesserò a chi legge che ci stavo cascando anch’io:
per questa rubrica progettavo di intervistare alcuni insegnanti di sostegno.
Poi ho letto un articolo di uno che dei nostri protagonisti si occupa da sempre,
Salvatore Nocera, (www.orizzontescuola.it/article12820.html)
e ho capito che stavo sbagliando prospettiva.
Stavo sbagliando perché la presenza a scuola di ragazzi dichiarati “diversamente
abili” non è un fatto che abbia a che fare con gli insegnanti di
sostegno e basta. È affare nostro e cioè di tutti: di tutti gli
allievi, di tutti gli insegnanti, di tutta la comunità (scolastica e non
solo). La vicenda dell’istituto di Torino insegna che se in classe ci fosse
stato il prof di sostegno forse non sarebbe capitato niente, non ci sarebbero
stati video in internet né presidi intervistati in ogni “contenitore” televisivo.
Ma i ragazzi che adesso sono sospesi (e non solo loro, con ogni probabilità)
avrebbero continuato dentro di sé, all’interno dei loro gruppi o
magari delle loro famiglie a pensare che il loro compagno autistico fosse uno
a cui guardare con pregiudizio, uno da prendere in giro, uno da picchiare per
divertimento (se solo se ne fosse presentata l’occasione).
Pensate a questo: il “compagno autistico” ha un nome, un viso, una
personalità, dei desideri, delle preoccupazioni e delle gioie. Lo abbiamo
visto in internet mentre subiva quel che stava subendo e nessuno di noi sa se
lui si chiami Davide o Michele o Paolo. S’è parlato di lui come
del ragazzo handicappato o diversamente abile o disabile o down o autistico (o
non importa che cos’altro). Rispetto? Privacy? Ma non è peggio indicare
qualcuno con un’etichetta da appiccicargli addosso piuttosto che con il
nome con cui lui pensa a se stesso? Forse lo si fa solo per la paura di non essere
in grado (noi, non lui) di vivere assieme.
Affari nostri
Davide o Michele o Paolo non è un “caso da sostenere” ma una
persona con la quale vivere le esperienze quotidiane. Il “sostegno” è un
dovere di tutti, una ricchezza per tutti e un diritto di tutti. Chiamiamo “cultura
del sostegno” quella in cui ciascuno, secondo le sue potenzialità,
aiuta tutti quanti gli altri. E da tutti quanti gli altri riceve aiuto, secondo
i suoi (innegabili) bisogni. Sostegno è uguale a solidarietà.
Allora il “diversamente abile” è una potenzialità magnifica
per tutto il gruppo, perché tutto il gruppo non aiuta lui, ma
tutti i membri del gruppo (lui compreso) si aiutano a vicenda. In questo modo
nessuno è diverso perché sono diversi tutti (come oggettivamente è).
Esiste un posto al mondo nel quale i protagonisti di cui si parla tanto senza
chiamarli con il loro nome sono protagonisti per davvero. Questo posto è la
spianata di Lourdes. Una volta, sulla spianata, ho visto un ragazzo irlandese
con i capelli color fuoco e gli occhioni verdi che mi guardava felice perché aveva
in mano un giornale di macchine e perché lì tutti intorno si occupavano
di lui come se lui fosse la persona più importante del mondo. Lo chiameremo
Paddy e non lo chiameremo affatto “down irlandese”. Insieme a lui
c’era una donna per la quale Paddy è davvero la persona più importante
del mondo e non solo sulla spianata, ma in qualunque posto e in qualunque momento.
Sono convinta che lì la mamma di Paddy desiderasse più di tutto
quanto che in qualunque posto e in qualunque momento della vita di suo figlio
gli altri pensassero e pensino a lui come a Paddy (uno di loro, uno di noi) e
non come a un down.
Può darsi che esista una scuola
in cui gli studenti imparano le materie
tanto bene da riportare i massimi punteggi
nei test nazionali o internazionali di
valutazione. Ma se una scuola non insegna
a pensare a Paddy come a Paddy, allora
andare a scuola non serve assolutamente
a niente.
Susanna Conti
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