Si scrive Jarabe de Palo,
si pronuncia Pau Donés. È lui,
infatti, la voce, il volto, il compositore
del gruppo spagnolo, unico proprietario
del “marchio di fabbrica”,
a cui non rinuncia. Anche perché è così che
il mondo è abituato ad ascoltare
le canzoni di Pau, fin dal 1996 quando
scalò le classifiche del globo con La
flaca, singolo tormentone e album
d’esordio da cinque milioni di copie.
Da allora, l’artista ha chiamato intorno a sé, a ogni nuova incisione,
un folta rappresentanza di musicisti e di ospiti importanti, per dare colori
e ritmi alle sue composizioni. Brani dal DNA rockeggiante, pronti però a
contaminarsi con altri generi, dal pop al latin al soul.
Pau ha così mantenuto in alto le quotazioni degli Jarabe de Palo fino
a oggi, intrecciando collaborazioni con i “nostri” Jovanotti e Zucchero,
il cubano Compay Segundo, le rocker Chrissie Hinde e Alanis Morissette, Ricky
Martin, per citare qualche nome.
Artisti e latitudini diverse che vanno ad arricchire le note anche della sua
ultima fatica, Adelandando, che sancisce dieci anni di carriera. Nelle “variopinte” tracce,
infatti, danno una mano a Pau alcuni musicisti di punta della scena spagnola,
come Mari dei Chambao, band di electro-flamenco, e Carlos Tacque del gruppo rock
M Clan. E spunta anche Niccolò Fabi, con cui duetta nel singolo Mi
piace come sei. Ne scaturisce un lavoro vivace ed eterogeneo, tenuto insieme
dal collante del rock e dalla genuina vena melodica di Pau.
Hai dieci anni
di carriera alle spalle. L’anniversario
ha influenzato, in qualche modo, il nuovo
disco?
Non in modo particolare. Per me, è solo
il sesto album degli Jarabe e ha avuto
la stessa importanza degli altri. Volevo
metterci dentro della buona musica, seguire
la mia ispirazione e fare il meglio possibile,
sperando che piacciano le canzoni, oggi
come ieri.
Sono piaciute parecchio
visto che, in un’industria “usa e getta”,
i Jarabe durano da tanto.
Credo sia il premio per l’impegno
e la passione che metto in questo mestiere.
Non mi tocca il tempo che passa: io sono
qui per trasmettere alla gente ciò che
sento dentro di me.
Quando hai incominciato a suonare?
Avevo
quindici anni, sono entrato in un trio in
cui c’era mio fratello: chitarra,
basso e batteria. Lì ho capito subito
che non avrei potuto fare altro che il
musicista. A casa, però, mio padre
non era tanto d’accordo: il mestiere
non dava sicurezze. Non è stato
facile, ci sono voluti dieci anni per uscire
fuori, per diventare un professionista.
Hai avuto un esordio
fulminante con “La
flaca”. Per tanti artisti, identificarsi
con una “canzone-tormentone” è quasi
una condanna. È così anche
per te?
No, al contrario, mi sembra un falso problema.
Qualsiasi artista ha una canzone che lo
identifica più di altre: penso,
per esempio, a Lou Reed con Walk on
the wild side, ai Rolling Stones con Angie o
ai Beatles con Yesterday… Quindi,
sono felice se La flaca fa venire
in mente gli Jarabe.
Oggi, invece, il compito di ricordare
il tuo gruppo è affidato al nuovo “Adelantando”.
Perché questo titolo?
L’ho scelto perché il brano
omonimo rispecchia bene lo spirito dell’intero
disco: c’è una base rock su
cui si innescano altre sonorità:
funk, flamenco, pop fino ad arrivare al
rap. E difatti è una canzone che
parla della contaminazione: non a caso
la miglior definizione per la nostra musica è rock
contaminato.
Cosa ti ha fatto orientare verso
questo tipo di scrittura?
L’esperienza. Da ragazzo ho amato
il rock, ma ho ascoltato anche tanta musica
latina con i dischi di mia mamma. Poi ho
incominciato a girare per il mondo, e ho
assorbito i suoni di altri Paesi. Tutto
questo è poi finito sintetizzato
nelle canzoni.
Nel brano “Adelantando” citi
una frase di Jovanotti: “Io penso
positivo perché sono vivo”.
Come mai?
Fotografa il senso complessivo del pezzo
e le mie convinzioni. Quella frase è molto
potente, è una grande verità.
Essere vivi è una grossa cosa, e
allora facciamo di tutto per rendere l’esistenza
bella e divertente. Negli ultimi anni,
ci sono stati parecchi cambiamenti nella
mia vita, ho passato anche momenti brutti,
ma bisogna andare avanti, guardare al positivo.
Non mi piacciono gli atteggiamenti negativi,
il pessimismo di chi dice che il mondo
va male.
Durante la tua carriera, non sono
mancati gli incontri con tanti artisti.
Cosa ti ha spinto a collaborare con altri?
Il divertimento. La musica è fondamentale
per me e poterla fare con altri musicisti è bellissimo:
s’instaura amicizia e s’imparano
sempre nuove cose. Una canzone suonata
insieme ad un artista, sia famoso come
Niccolò Fabi o sconosciuta come
La Shica, presenti nell’album, migliora
sempre.
Un brano interessante è “Dejame
vivir”. Puoi dirmi qualcosa di
più sul suo significato?
È una ballata che canto con Mari e sarà il prossimo singolo,
almeno in Spagna. Nella canzone descrivo come tutto, intorno a noi, ci suggerisca
come comportarci: acquista quel prodotto, indossa certi abiti e così via.
Allora, io dico alla società: “lasciami vivere” a modo mio.
Che cos’è una canzone
per te?
È una bellissima forma d’espressione. Un artista, pittore o musicista
che sia, molte volte non trova le parole per esprimere i propri sentimenti.
Allora, gli vengono in aiuto i colori o le note: un dipinto o una canzone “parlano” per
lui. Un brano riuscito è fatto di una melodia e di un testo che trasmettano
un’emozione: se fa solo ballare, è incompleto.
Dove nasce l’ispirazione?
Dall’osservazione della vita. Poi,
quando scrivo, non ho idea come tutto questo
si trasformi in canzone. Ogni tanto appunto
qualche frase, registro una melodia che
mi è piaciuta mentre suono la chitarra
e poi, magari dopo dei mesi, scopro che
queste annotazioni, messe insieme, quasi
per magia, stanno bene e allora sviluppo
il brano.
Ti piace
di più suonare
in concerto o in studio?
In concerto,
senza dubbio. E difatti questo album è stato quasi registrato in
diretta in studio proprio per catturare maggiore
feeling. Di solito, infatti, si incide uno
strumento per volta e si perde in spontaneità.
Questa volta, io e gli altri musicisti, abbiamo
voluto guardarci negli occhi mentre suonavamo,
in un’unica sala. E il risultato si
sente.
Claudio Facchetti |