In questo numero
JARABE DE PALO, NOTE IN POSITIVO di Claudio Facchetti

Pau Donés, proprietario del “marchio di fabbrica”
della band spagnola,
con il sesto album “Adelantande”
suggerisce come vincere la vita grama,
l’apatia, le vibrazioni negative.
Con il suo rock contaminato.


Si scrive Jarabe de Palo, si pronuncia Pau Donés. È lui, infatti, la voce, il volto, il compositore del gruppo spagnolo, unico proprietario del “marchio di fabbrica”, a cui non rinuncia. Anche perché è così che il mondo è abituato ad ascoltare le canzoni di Pau, fin dal 1996 quando scalò le classifiche del globo con La flaca, singolo tormentone e album d’esordio da cinque milioni di copie.
Da allora, l’artista ha chiamato intorno a sé, a ogni nuova incisione, un folta rappresentanza di musicisti e di ospiti importanti, per dare colori e ritmi alle sue composizioni. Brani dal DNA rockeggiante, pronti però a contaminarsi con altri generi, dal pop al latin al soul.
Pau ha così mantenuto in alto le quotazioni degli Jarabe de Palo fino a oggi, intrecciando collaborazioni con i “nostri” Jovanotti e Zucchero, il cubano Compay Segundo, le rocker Chrissie Hinde e Alanis Morissette, Ricky Martin, per citare qualche nome.
Artisti e latitudini diverse che vanno ad arricchire le note anche della sua ultima fatica, Adelandando, che sancisce dieci anni di carriera. Nelle “variopinte” tracce, infatti, danno una mano a Pau alcuni musicisti di punta della scena spagnola, come Mari dei Chambao, band di electro-flamenco, e Carlos Tacque del gruppo rock M Clan. E spunta anche Niccolò Fabi, con cui duetta nel singolo Mi piace come sei. Ne scaturisce un lavoro vivace ed eterogeneo, tenuto insieme dal collante del rock e dalla genuina vena melodica di Pau.

Hai dieci anni di carriera alle spalle. L’anniversario ha influenzato, in qualche modo, il nuovo disco?
Non in modo particolare. Per me, è solo il sesto album degli Jarabe e ha avuto la stessa importanza degli altri. Volevo metterci dentro della buona musica, seguire la mia ispirazione e fare il meglio possibile, sperando che piacciano le canzoni, oggi come ieri.

Sono piaciute parecchio visto che, in un’industria “usa e getta”, i Jarabe durano da tanto.
Credo sia il premio per l’impegno e la passione che metto in questo mestiere. Non mi tocca il tempo che passa: io sono qui per trasmettere alla gente ciò che sento dentro di me.

Quando hai incominciato a suonare?
Avevo quindici anni, sono entrato in un trio in cui c’era mio fratello: chitarra, basso e batteria. Lì ho capito subito che non avrei potuto fare altro che il musicista. A casa, però, mio padre non era tanto d’accordo: il mestiere non dava sicurezze. Non è stato facile, ci sono voluti dieci anni per uscire fuori, per diventare un professionista.

Hai avuto un esordio fulminante con “La flaca”. Per tanti artisti, identificarsi con una “canzone-tormentone” è quasi una condanna. È così anche per te?
No, al contrario, mi sembra un falso problema. Qualsiasi artista ha una canzone che lo identifica più di altre: penso, per esempio, a Lou Reed con Walk on the wild side, ai Rolling Stones con Angie o ai Beatles con Yesterday… Quindi, sono felice se La flaca fa venire in mente gli Jarabe.

Oggi, invece, il compito di ricordare il tuo gruppo è affidato al nuovo “Adelantando”. Perché questo titolo?
L’ho scelto perché il brano omonimo rispecchia bene lo spirito dell’intero disco: c’è una base rock su cui si innescano altre sonorità: funk, flamenco, pop fino ad arrivare al rap. E difatti è una canzone che parla della contaminazione: non a caso la miglior definizione per la nostra musica è rock contaminato.

Cosa ti ha fatto orientare verso questo tipo di scrittura?
L’esperienza. Da ragazzo ho amato il rock, ma ho ascoltato anche tanta musica latina con i dischi di mia mamma. Poi ho incominciato a girare per il mondo, e ho assorbito i suoni di altri Paesi. Tutto questo è poi finito sintetizzato nelle canzoni.

Nel brano “Adelantando” citi una frase di Jovanotti: “Io penso positivo perché sono vivo”. Come mai?
Fotografa il senso complessivo del pezzo e le mie convinzioni. Quella frase è molto potente, è una grande verità. Essere vivi è una grossa cosa, e allora facciamo di tutto per rendere l’esistenza bella e divertente. Negli ultimi anni, ci sono stati parecchi cambiamenti nella mia vita, ho passato anche momenti brutti, ma bisogna andare avanti, guardare al positivo. Non mi piacciono gli atteggiamenti negativi, il pessimismo di chi dice che il mondo va male.

Durante la tua carriera, non sono mancati gli incontri con tanti artisti. Cosa ti ha spinto a collaborare con altri?
Il divertimento. La musica è fondamentale per me e poterla fare con altri musicisti è bellissimo: s’instaura amicizia e s’imparano sempre nuove cose. Una canzone suonata insieme ad un artista, sia famoso come Niccolò Fabi o sconosciuta come La Shica, presenti nell’album, migliora sempre.

Un brano interessante è “Dejame vivir”. Puoi dirmi qualcosa di più sul suo significato?
È una ballata che canto con Mari e sarà il prossimo singolo, almeno in Spagna. Nella canzone descrivo come tutto, intorno a noi, ci suggerisca come comportarci: acquista quel prodotto, indossa certi abiti e così via. Allora, io dico alla società: “lasciami vivere” a modo mio.

Che cos’è una canzone per te?
È una bellissima forma d’espressione. Un artista, pittore o musicista che sia, molte volte non trova le parole per esprimere i propri sentimenti. Allora, gli vengono in aiuto i colori o le note: un dipinto o una canzone “parlano” per lui. Un brano riuscito è fatto di una melodia e di un testo che trasmettano un’emozione: se fa solo ballare, è incompleto.

Dove nasce l’ispirazione?
Dall’osservazione della vita. Poi, quando scrivo, non ho idea come tutto questo si trasformi in canzone. Ogni tanto appunto qualche frase, registro una melodia che mi è piaciuta mentre suono la chitarra e poi, magari dopo dei mesi, scopro che queste annotazioni, messe insieme, quasi per magia, stanno bene e allora sviluppo il brano.

Ti piace di più suonare in concerto o in studio?
In concerto, senza dubbio. E difatti questo album è stato quasi registrato in diretta in studio proprio per catturare maggiore feeling. Di solito, infatti, si incide uno strumento per volta e si perde in spontaneità. Questa volta, io e gli altri musicisti, abbiamo voluto guardarci negli occhi mentre suonavamo, in un’unica sala. E il risultato si sente.

Claudio Facchetti

www.timeandmind.com