In questo numero
FRA MILLE PAURE di Ferdinando Albertazzi
 

Mauro Grimoldi è in prima linea
contro il disagio giovanile,
è un attento osservatore del mondo giovanile,
che si presenta sempre più problematico.
Per lui i giovani di oggi «Hanno mille paure,
e gli adulti non li aiutano».
Forse perché anche loro hanno paura.


C’è una persona che è sempre pronta a schierarsi dalla parte degli adolescenti e dei ragazzi disagiati, ascoltandoli e delineando i percorsi terapeutici di recupero. E ha una consapevolezza: che per lo più solo un foglio di carta velina separa i comportamenti cosiddetti normali da quelli devianti. È Mauro Grimoldi, psicologo milanese di 38 anni che ha fondato la Cooperativa Bosco Incantato, di cui è presidente, e l'Associazione Alice, che ha tra gli obiettivi primari la prevenzione nell'ambito dei disturbi alimentari.
Per il Tribunale dei Minorenni di Brescia svolge attività clinica e di consulenza, ed è inoltre supervisore di "unità educative". Ha scritto il libro Adolescenze estreme, in cui ha scrutato il disagio giovanile. La disponibilità, l'attenzione e la schiettezza con cui si è offerto all'intervista sono emblematiche del suo approccio con i ragazzi in difficoltà.

I mass media si occupano con frequenza allarmante dei malesseri dei ragazzi, valga per tutti il bullismo. Ci sono disagi "emblematici" che innescano l'aggressività?
No, il disagio è disagio. È già molto pensare che chi aggredisce è uno che se la sta vivendo male. Non tutti lo sanno e pochi adulti si comportano di conseguenza. Per tanti sembra più facile prendere la parola quando il guaio è già fatto.
Le differenze stanno nei modi in cui il disagio si esprime. Spesso si mette “fuori” da sé qualcosa che fa paura, per poi aggredirlo. Perché un nemico esterno, fisico, è più facile da affrontare del vero nemico, che è dentro di sé.
Il bisogno di sentirsi “normali”, ad esempio, fa venire voglia di aggredire il diverso. La paura di non conoscere i propri desideri, di non essere qualcuno, fa svanire quella noia che muove il gruppo a fare cose stupide senza nemmeno rendersene conto.

La violenza "tradisce" il senso di vuoto, di inadeguatezza alla vita, di solitudine definitiva?
La violenza ha dietro di sé mille differenze, non un’unica causa. C’è l’ex bambino dimenticato, figlio di genitori che hanno avuto tutti i problemi possibili, quello che nasce e cresce in un contesto in cui la violenza o la criminalità sono cosa quotidiana, e infine c’è la variante più attuale e diffusa, i ragazzi che diventano violenti senza avere alle spalle un passato traumatico. Questi sono coloro che la violenza avvolge come un mantello protettivo, di cui si rivestono all’ingresso della preadolescenza. Per paura. Degli altri, delle donne, del confronto, di un mondo che ti può dire di no.

Nel branco per "far del male", nell'associazionismo o nel volontariato per "far del bene". Cosa orienta o determina la scelta?
Non sempre si può parlare di “scelta”. I ragazzi coinvolti in episodi di violenza rimangono spesso stupiti da quanto gli sta succedendo, come se la malvagità dei gesti compiuti, il dolore arrecato non appartenesse alle loro azioni. È tipico della cattiveria dei giovani, dei ragazzi: raramente è completamente voluta, pensata, soppesata.
Direi che la capacità di appropriarsi di ciò che si fa è un punto di arrivo per ogni ragazzo. Alcune abilità, come quella di saper pensare, consente di fermarsi su un libro e studiare, proiettarsi nel futuro, impegnarsi per gli altri. E danno conto di una capacità di vedersi da fuori e di considerarsi inseriti in un contesto più ampio, sociale. Attenzione però, anche alcune forme di generosità e di abnegazione possono essere “estreme” e nascondere una forma di tristezza e di rinuncia.

Genitori assenti: quanto incidono sul comportamento dei ragazzi?
Se i genitori sono assenti il futuro di un bambino è di solito pesante. Però oggi, a volte, stanno male anche i figli dei buoni genitori. Sono tempi in cui l’indipendenza dalla famiglia somiglia alla solitudine, il gruppo significa confronto, l’innamoramento porta con sé paure antiche. Non per tutti si intende, ma per quelli che sentono questo malessere talvolta alcune forme di trasgressione sembrano progetti maldestri e pericolosi di crescita. Qui i genitori non c’entrano, eppure si sentono comunque in colpa. È inevitabile.

I genitori sono responsabili di mantenerli troppo a lungo bambini, o di soffocarne troppo presto l'infanzia?
Indubbiamente la nostra cultura educativa ci porta al prolungamento dell’infanzia e talvolta dell’adolescenza. Abbiamo paura delle separazioni e non lo vogliamo ammettere. I genitori investono sui bambini, li amano come non mai, ne fanno quasi degli idoli. Il bambino è oggi il vero capofamiglia. Un vantaggio, certo. Ma bisogna essere preparati alla vera difficoltà dell’inizio dell’adolescenza, preparare il terreno della separazione, che farà soffrire tutti, genitori e figli. Inutile del resto insistere: succederà lo stesso.

Come dovrebbe invece proporsi la famiglia e quale il suo ruolo oggi?
Sarebbe già una buona cosa che si ammettesse la fatica di separarsi. Se ne fossero consapevoli i genitori come i ragazzi sarebbe già un deterrente notevole per molti guai. Certo, i media non aiutano, con quella costante e inutile retorica del dialogo forzato. Come se il ragazzo fosse ancora un bambino e si dovessero estorcergli i segreti più intimi. È una strada che rende tutto più difficile. Nelle famiglie normali in cui c’è un giovane c’è conflitto, spesso si litiga, il dialogo su alcuni argomenti è off-limits, ma è normale.

La TV, i videogiochi, il computer sono spesso sul banco degli imputati. Ma sono davvero così “piallacervelli”?
In effetti non c’è nulla di male a passare un pomeriggio di gaming o di chat. Se quella informatica è una vera dipendenza, quindi se diventa il perno affettivo della propria vita, allora va considerata una fuga dal mondo sociale e dalle sue complicazioni.

I peggiori nemici dei ragazzi sono gli adulti "mollicci" che non sanno dire no, che non li inducono a conquistare gli obiettivi individuati dai desideri?
Gli adulti oggi non potrebbero essere diversi. C’è un po’ di aria di nostalgia quando si parla di queste cose, tuttavia non riesco a provare simpatia per gli educatori dei tempi passati, con la bacchetta in mano e l’arma delle punizioni e delle piccole umiliazioni inflitte a scopo educativo. Si può dire di no anche con dolcezza ed è importante farlo, e questo, devo dire, molti educatori lo sanno fare molto bene.
I desideri, poi, per i ragazzi sono poco definiti, spesso torbidi, sempre molto intimi. E di queste cose ai genitori non si parla, né ora e tanto meno in passato. Si rivelano nel gruppo, con l’amicizia esclusiva. Talvolta, con certi adulti con cui accettano di aprire qualche piccola finestra sul loro mondo interno.

Quali tessere-ruolo mancano nella formazione e nella crescita dei ragazzi? Di che cosa hanno "tremendamente" bisogno?
Spesso, molto spesso va tutto bene, eppure il mondo è comunque preoccupato dell’adolescenza in sé. Perché l’adolescenza è un luogo di misteri e di novità, di separazioni e di trasgressioni. L’adulto è spaventato da quello che ci può essere in quella zona d’ombra nella vita del giovane, una zona dove c’è qualcosa che non si sa. Insomma, i genitori devono accettare di aver perso il controllo rassicurante che avevano quando il figlio era un bambino. E capire che è una preoccupazione, il più delle volte, che non ha motivo d’esistere.

Ferdinando Albertazzi

www.timeandmind.com