C’è una persona
che è sempre pronta a schierarsi
dalla parte degli adolescenti e dei ragazzi
disagiati, ascoltandoli e delineando i
percorsi terapeutici di recupero. E ha
una consapevolezza: che per lo più solo
un foglio di carta velina separa i comportamenti
cosiddetti normali da quelli devianti. È Mauro
Grimoldi, psicologo milanese di 38 anni
che ha fondato la Cooperativa Bosco Incantato,
di cui è presidente, e l'Associazione
Alice, che ha tra gli obiettivi primari
la prevenzione nell'ambito dei disturbi
alimentari.
Per il Tribunale dei Minorenni di Brescia svolge attività clinica e di
consulenza, ed è inoltre supervisore di "unità educative".
Ha scritto il libro Adolescenze estreme, in cui ha scrutato il disagio giovanile.
La disponibilità, l'attenzione e la schiettezza con cui si è offerto
all'intervista sono emblematiche del suo approccio con i ragazzi in difficoltà.
I mass media
si occupano con frequenza allarmante
dei malesseri dei ragazzi, valga per
tutti il bullismo. Ci sono disagi "emblematici" che
innescano l'aggressività?
No, il disagio è disagio. È già molto
pensare che chi aggredisce è uno
che se la sta vivendo male. Non tutti lo
sanno e pochi adulti si comportano di conseguenza.
Per tanti sembra più facile prendere
la parola quando il guaio è già fatto.
Le differenze stanno nei modi in cui il
disagio si esprime. Spesso si mette “fuori” da
sé qualcosa che fa paura, per poi
aggredirlo. Perché un nemico esterno,
fisico, è più facile da affrontare
del vero nemico, che è dentro di
sé.
Il bisogno di sentirsi “normali”,
ad esempio, fa venire voglia di aggredire
il diverso. La paura di non conoscere i
propri desideri, di non essere qualcuno,
fa svanire quella noia che muove il gruppo
a fare cose stupide senza nemmeno rendersene
conto.
La violenza "tradisce" il
senso di vuoto, di inadeguatezza alla
vita, di solitudine definitiva?
La violenza ha dietro di sé mille
differenze, non un’unica causa. C’è l’ex
bambino dimenticato, figlio di genitori
che hanno avuto tutti i problemi possibili,
quello che nasce e cresce in un contesto
in cui la violenza o la criminalità sono
cosa quotidiana, e infine c’è la
variante più attuale e diffusa,
i ragazzi che diventano violenti senza
avere alle spalle un passato traumatico.
Questi sono coloro che la violenza avvolge
come un mantello protettivo, di cui si
rivestono all’ingresso della preadolescenza.
Per paura. Degli altri, delle donne, del
confronto, di un mondo che ti può dire
di no.
Nel branco
per "far del male",
nell'associazionismo o nel volontariato
per "far del bene". Cosa orienta
o determina la scelta?
Non sempre si può parlare di “scelta”.
I ragazzi coinvolti in episodi di violenza
rimangono spesso stupiti da quanto gli
sta succedendo, come se la malvagità dei
gesti compiuti, il dolore arrecato non
appartenesse alle loro azioni. È tipico
della cattiveria dei giovani, dei ragazzi:
raramente è completamente voluta,
pensata, soppesata.
Direi che la capacità di appropriarsi
di ciò che si fa è un punto
di arrivo per ogni ragazzo. Alcune abilità,
come quella di saper pensare, consente
di fermarsi su un libro e studiare, proiettarsi
nel futuro, impegnarsi per gli altri. E
danno conto di una capacità di vedersi
da fuori e di considerarsi inseriti in
un contesto più ampio, sociale.
Attenzione però, anche alcune forme
di generosità e di abnegazione possono
essere “estreme” e nascondere
una forma di tristezza e di rinuncia.
Genitori assenti: quanto incidono sul
comportamento dei ragazzi?
Se i genitori sono assenti il futuro di
un bambino è di solito pesante.
Però oggi, a volte, stanno male
anche i figli dei buoni genitori. Sono
tempi in cui l’indipendenza dalla
famiglia somiglia alla solitudine, il gruppo
significa confronto, l’innamoramento
porta con sé paure antiche. Non
per tutti si intende, ma per quelli che
sentono questo malessere talvolta alcune
forme di trasgressione sembrano progetti
maldestri e pericolosi di crescita. Qui
i genitori non c’entrano, eppure
si sentono comunque in colpa. È inevitabile.
I genitori sono responsabili di mantenerli
troppo a lungo bambini, o di soffocarne
troppo presto l'infanzia?
Indubbiamente la nostra cultura educativa
ci porta al prolungamento dell’infanzia
e talvolta dell’adolescenza. Abbiamo
paura delle separazioni e non lo vogliamo
ammettere. I genitori investono sui bambini,
li amano come non mai, ne fanno quasi degli
idoli. Il bambino è oggi il vero
capofamiglia. Un vantaggio, certo. Ma bisogna
essere preparati alla vera difficoltà dell’inizio
dell’adolescenza, preparare il terreno
della separazione, che farà soffrire
tutti, genitori e figli. Inutile del resto
insistere: succederà lo stesso.
Come dovrebbe invece proporsi la famiglia
e quale il suo ruolo oggi?
Sarebbe già una buona cosa che si
ammettesse la fatica di separarsi. Se ne
fossero consapevoli i genitori come i ragazzi
sarebbe già un deterrente notevole
per molti guai. Certo, i media non aiutano,
con quella costante e inutile retorica
del dialogo forzato. Come se il ragazzo
fosse ancora un bambino e si dovessero
estorcergli i segreti più intimi. È una
strada che rende tutto più difficile.
Nelle famiglie normali in cui c’è un
giovane c’è conflitto, spesso
si litiga, il dialogo su alcuni argomenti è off-limits,
ma è normale.
La TV, i videogiochi,
il computer sono spesso sul banco degli
imputati. Ma sono davvero così “piallacervelli”?
In effetti non c’è nulla di
male a passare un pomeriggio di gaming
o di chat. Se quella informatica è una
vera dipendenza, quindi se diventa il perno
affettivo della propria vita, allora va
considerata una fuga dal mondo sociale
e dalle sue complicazioni.
I peggiori nemici
dei ragazzi sono gli adulti "mollicci" che
non sanno dire no, che non li inducono
a conquistare gli obiettivi individuati
dai desideri?
Gli adulti oggi non potrebbero essere diversi.
C’è un po’ di aria di
nostalgia quando si parla di queste cose,
tuttavia non riesco a provare simpatia
per gli educatori dei tempi passati, con
la bacchetta in mano e l’arma delle
punizioni e delle piccole umiliazioni inflitte
a scopo educativo. Si può dire di
no anche con dolcezza ed è importante
farlo, e questo, devo dire, molti educatori
lo sanno fare molto bene.
I desideri, poi, per i ragazzi sono poco
definiti, spesso torbidi, sempre molto
intimi. E di queste cose ai genitori non
si parla, né ora e tanto meno in
passato. Si rivelano nel gruppo, con l’amicizia
esclusiva. Talvolta, con certi adulti con
cui accettano di aprire qualche piccola
finestra sul loro mondo interno.
Quali tessere-ruolo
mancano nella formazione e nella crescita
dei ragazzi? Di che cosa hanno "tremendamente" bisogno?
Spesso,
molto spesso va tutto bene, eppure il mondo è comunque preoccupato dell’adolescenza
in sé. Perché l’adolescenza è un
luogo di misteri e di novità, di separazioni
e di trasgressioni. L’adulto è spaventato
da quello che ci può essere in quella
zona d’ombra nella vita del giovane,
una zona dove c’è qualcosa che
non si sa. Insomma, i genitori devono accettare
di aver perso il controllo rassicurante che
avevano quando il figlio era un bambino.
E capire che è una preoccupazione,
il più delle volte, che non ha motivo
d’esistere.
Ferdinando Albertazzi
|