In questo numero
M'ILLUMINO D'IMMENSO di Severino Cagnin

Nel 120 anniversario della nascita è riscoperto
come scrittore attuale,
forse il maggiore del nostro tempo.
Il no alla violenza e ad ogni guerra,
le difficoltà degli immigrati,
la funzione sociale dell’uomo di cultura
e altre provocazioni
da documenti inediti e sorprendenti.


La radice vitale dello scrittore italiano, nato e cresciuto in Egitto, è rivelata da lui in Porto sepolto fino dal 1916. Fu la prima esile raccolta di trentuno brevi composizioni, che prese il titolo dalla incisiva lirica iniziale, che dichiara il suo programma di vita. Poco dopo divenne parte della più ampia Allegria di naufragi del 1919.L’intenzione sua profonda è spiegata in una lettera: “Si vuole sapere perché la mia prima raccoltina s’intitolasse Il porto sepolto. Verso i sedici, diciassette anni, forse più tardi, ho conosciuto due giovani ingegneri francesi, i fratelli Thuile, Jean e Henry Thuile. Entrambi scrivevano. Avevano ereditato dal padre una biblioteca romantica ch’essi avevano arricchita con opere dei poeti e degli scrittori contemporanei. Abitavano fuori d’Alessandria in mezzo al deserto, al Mex. Mi parlavano d’un porto, d’un porto sommerso, che doveva precedere l’epoca tolemaica, provando che Alessandria era già un porto prima d’Alessandro, che già prima di Alessandro era una città”. E sorprendentemente lui sente in questa notizia leggendaria e misteriosa il destino della propria vita: costruire sulle antiche fondamenta di un porto e come nuovo navigatore recare al mondo la sua parola:

Vi arriva il poeta
e poi torna alla luce con i suoi canti
e li disperde

e non cerca null’altro in questa poesia, ma solamente questo inesauribile segreto. Conclude nella lettera: “Non se ne sa nulla. Quella mia città si consuma e s’annienta di attimo in attimo. Come faremo a sapere delle sue origini? Non se ne sa nulla, non ne rimane altro segno che quel porto custodito in fondo al mare.” E alla fine conclude con un’espressione, in cui l’antico sostiene il mistero del presente e diventa il futuro compito del poeta, quello di portare alla luce del mondo il suo canto: “Il porto sepolto è ciò che di segreto rimane in noi indecifrabile”.

Gli Interrogativi che attendono una risposta
Dove si trova il cimitero musulmano a Roma? E gli ebrei vengono sepolti ancora con l’antico rito vicino alla Sinagoga oppure è stato riservato a loro un piccolo recinto sacro, ma non cristiano, accanto al cimitero monumentale di Milano, assieme a suicidi, sconosciuti e stranieri di lontane religioni?
L’amico d’infanzia egiziano Mohamed Sceab è sepolto a Parigi in periferia, in un luogo abbandonato e sporco, pieno di rifiuti del vicino mercato dei poveri. Non c’era posto per lui in Francia, dove era emigrato e aveva preso il nome di Marcel. Ma non era accettato e voleva ritornare ad essere Mohamed, e sognava:

di vivere nella tenda dei suoi
dove si ascolta la cantilena
del Corano
gustando un caffè

E non sapeva
sciogliere
il canto
del suo abbandono.

Ma ormai era rifiutato anche in Egitto, non era riconosciuto più come:

discendente
di emiri nomadi
perché non aveva più
Patria.

Ora Mohamed vive unicamente nel ricordo dell’amico, forse lo ricorda solamente lui, o anche la padrona dell’albergo, in cui i due amici vivevano, nel povero vicolo in discesa al n. 5 di rue de Carmes ,vicino al camposanto d’Ivry.
Ma da un inedito si conosce l’influsso che Mohamed ebbe su Ungaretti, non solo come uomo fin dagli anni dell’infanzia ad Alessandria, ma come poeta, nelle scelte culturali e massimo promotore della nuova scrittura poetica, affermatasi in Francia e nel mondo, come “ poesia pura” e, in senso positivo, “ermetica”.
Nella biblioteca di Alessandria, la più grande del mondo e ricca di volumi e fonti su Ungaretti, ho trovato una sua lettera del 1917. “Nietzsche l’ho scoperto a diciasett’anni - scrive a Giovanni Papini - ancora sui banchi di scuola, insieme al mio sfortunato Sceab, che mi rovistava con l’acciaio dei suoi occhi e scoprivamo allora anche Baudelaire e Poe, ma quell’anno stesso mi turbavo spesso nell’armonia sconfinata di Mallarmé, e già da due anni m’ero insanguinato di Leopardi”. La conferma dell’influsso determinante di Sceab, espressa con un lessico sorprendente nella lettera , ci viene molto più tardi, nel 1970, quando Ungaretti scrive la nota introduttiva a Vita di un uomo, la raccolta completa delle sue liriche. “Baudelaire era l’argomento di discussioni interminabili con uno dei miei compagni, che un giorno trovarono morto, perché in nessun paese si poteva accasare, in una stanza dello stesso albergo che abitavamo, in rue des Carmes a Pargi: Mohamed Sceab. Era un ragazzo dalle idee chiare e prediligeva Baudelaire.
L’altro suo autore era Nietzsche, che lo aveva addirittura soggiogato; io rimanevo fedele a Mallarmé e a Leopardi. “Influsso, dunque dell’amico, ma non dipendenza, anzi stimolo e autonomia.
Secondo alcune ricerche Sceab ha portato Ungaretti a pensare e comunicare in un linguaggio rapido, con immagini simboliche e cenni d’infinito, come si esprime la lingua araba. E, ancora di più, sarebbe passato dalle incertezze delle prime composizioni alla sicurezza di una maturità, come leggiamo in Commiato. In questo giovanile appunto dell’ottobre 1916 l’ufficiale medico al fronte Ettore Serra, intuisce le doti di un futuro grande poeta. E poiché egli era esperto ed interessato, come proprietario dello Stabilimento Tipografico Friulano, ne stampo’ poche copie e poi molte.
La lirica, come dice il titolo, fu posta dall’autore alla fine della raccolta, intitolata Il porto
sepolto, perché contiene il programma di vita di Ungaretti: la poesia sarà la sua vita, la limpida meraviglia, trovata nel silenzio e comunicata agli altri.

Contro ogni violenza, la fede
Ungaretti dovette affrontare dolori e lutti attorno agli anni trenta, con la morte della venerata madre, del figlio Antonietto, che in Brasile rendeva felice il suo lavoro di docente universitario, di amici e parenti. Nelle 17 liriche di Giorno per giorno, composte nei sei anni dopo la perdita dell’unico figlio è vivo il rimpianto e perfino l’angoscia, con interrogativi sul mistero inspiegabile della sofferenza senza motivo. Ma è pure costante l’apertura ad una speranza, almeno a un sentimento di conforto. Il motivo profondo è accennato e a volte rivelato, nella certezza che il figlio vive felice con Dio e attende il padre, non con la chiassosa spontaneità di quando correva per le stanze di casa, ma con la forza ,ora, di parlargli e di tendergli la mano. È evidente il richiamo alla lirica del 1930, La Madre. Composizione meditata e profondamente religios , dopo la morte della madre, quando il poeta era ancora preso dai dubbi sulla fede e la pratica della vita cristiana, insegnatagli da bambino. I gesti della madre da viva verso di lui sono ripetuti davanti a Dio, quando il figlio finalmente la raggiunge.
La cronaca del monastero di Subiaco documenta che il poeta vi trascorse la settimana santa prima della Pasqua del 1928, dedicandosi a letture spirituali, come ha poi confermato un padre benedettino all’amico scrittore Enrico Pea, che aveva condotto il poeta. È credibile l’ipotesi di critici come Leone Piccioni, Ossola e Carlo Bo, che in quei giorni maturò in lui il lungo cammino di ritorno alla fede.
Ma l’espressione più alta e appassionata di Dio, che salva l’uomo dalla disperazione e offre una misteriosa risposta al tragedia umana è certamente Mio fiume anche tu, Tevere fatale, 64 versi senza struttura logica, con una domanda insistentemente ripetuta per 15 volte nella scansione dei momenti più terribili della deportazione e della rappresaglie:

Ora che notte già turbata scorre,
ora che l’attesa di male imprevedibile
ora l’attesa di male imprevedibile
ora che scorre notte già straziata
ora che schiavo il mondo d’abissale pena soffoca
ora che osano dire le mie blasfeme labbra:
Cristo, pensoso palpito,
perché la tua bontà
s’è tanto allontanata?

La risposta viene dal mistero di Dio, fatto uomo sofferente. Cristo ha riedificato l’uomo, sperimentandone debolezza e sofferenza .

Cristo, pensoso palpito,
Astro incarnato nelle umane tenebre,
Fratello che t’immoli
perennemente per riedificare
perennemente l’uomo,
Santo, Santo che soffri,
Maestro, fratello e Dio che ci sai deboli,
Santo, Santo che soffri.

Alcuni studiosi, senza alcun timore di dirsi credenti, hanno dimostrato che questa implorazione-risposta può essere ritenuta un capolavoro per la formulazione poetica, il messaggio autenticamente esistenziale e l’attualità. Ritorna il dilemma su Ungaretti: è un autore, che è stato influenzato da varie situazioni personali, dalle correnti letterarie del momento e anche dal sistema politico ufficiale, oppure è un esponente originale del Novecento con tematiche molto vive e risposte convincenti? Gli studi recenti e gli inediti, che continuano ad emergere, illuminano sempre più una figura di altissimo livello e che merita di essere conosciuta a scuola e nella cultura di oggi, oltre il piano informativo.
Negli epigrammi de Il taccuino del vecchio del 1960 egli ci dona la concisa risposta:

saprò finalmente che la morte
regno non ha che sopra l’apparenza? (IX)

e l’amore ...
balugina da un faro
verso cui va tranquillo
il vecchio capitano (XXVII)

Severino Cagnin

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