Quando non c’erano soldi e il paese era una piccola comunità. Così ricorda Nona Tilde la sua gioventù e i tempi passati. Lei che a 109 anni è la Nonna d’Italia.
Persino il sindaco, quest’anno, è venuto a farle gli auguri. C’erano gli assessori, e mezzo consiglio comunale. Pochi minuti per la consegna della targa commemorativa, poi sono arrivati i giornalisti, con i fotografi, e gli operatori della televisione: una grande baraonda. Lei, sorridendo, ha posato davanti ai flash. Sembrava sorniona, ma intanto si guardava attorno, lentamente, come se cercasse qualcosa. Finché, a un certo punto, proprio non ce l’ha fatta più: “Sì, sì, grazie mille – è esplosa, nel silenzio improvviso -. Ma la torta ve la siete già mangiata?” Matile Tamini ha 109 anni. È la nonna più anziana d’Italia, e va matta per i dolci. Forse, proprio questo è il suo segreto: una vita sana, all’aria aperta. Ma, soprattutto, tanto buon cibo. Le piacciono anche i pizzoccheri, e la polenta col formaggio, che da queste parti si chiama “taragna”. Ogni tanto, quando capita, si concede addirittura qualche piccolo bicchiere di vino.
È nata a Corteno Golgi, un piccolo paese abbarbicato sui i monti dell’alta Val Camonica. Era il 22 febbraio del 1899. Ancora doveva tramontare la Belle Epoque, e la gente, giù in città, fuggiva terrorizzata di fronte alle prime diavolerie in celluloide dei fratelli Lumière. Si viaggiava a cavallo, ma non tutti potevano permetterselo. Sui muri, e nelle scuole, troneggiava il ritratto del re: il suo nome era Umberto I, e di lì a un anno sarebbe stato ucciso con un colpo di pistola.
Oggi, “sciura” Tilde abita a Tirano, in provincia di Sondrio. Si è trasferita qui negli anni Venti, dopo il matrimonio, e da allora non se ne è più andata. Ha quattro figli, nove nipoti, e quindici pronipoti. La più piccina è nata solo diciotto mesi fa: ma già si forza di zampettare, allegra, tra i piedi della nonna. “Io la chiamo “stroleghina” – ammicca lei, sorridendo -. In dialetto, significa “chiacchierona”. È perché è vivace, e fa sempre rumore”. La cosa, però, non sembra disturbarla. A volte, anzi, se la carica sulle ginocchia: le fa il solletico, la coccola. Oppure, le racconta qualche storia. Vicende antiche, perlopiù: favole, e le piccole avventure della sua giovinezza. “Ha ricordi molto lucidi – assicurano i nipoti -. I parenti, la casa, gli amici. È una donna forte, lo è sempre stata: una vera ragazza del Novantanove. I suoi coetanei fecero in tempo a combattere in trincea, nell’ultimo anno della Prima guerra mondiale. Quelle radici, in fondo, non l’hanno mai abbandonata”.
Una vita lunga, ma tutt’altro che semplice: trascorsa sui campi, coltivando la terra. Perché è così che si usava una volta. La scuola, all’epoca, durava solo pochi anni: si imparava a leggere, scrivere, e fare di conto. Dopodiché, si passava alla zappa. “Adesso, hanno piantato i frutteti – racconta Matilde, scostando le tendine della finestra, e indicando il paesaggio, oltre i vetri -. Quando ero giovane io, la vallata era interamente coperta di orti. Patate, grano saraceno, frumento. C’erano meno soldi, certo. Ma, in compenso, si trascorreva molto più tempo stando insieme: il paese era come una piccola comunità”. Nel 1939, suo marito partì per l’Australia, in cerca di fortuna. Lei rimase sola, insieme ai figli: non lo avrebbe mai più rivisto. Morì in un incidente minerario, sepolto sotto le rocce, mentre scavava in un giacimento d’oro. Passarono alcuni anni, poi venne la volta del ragazzo più grande. Si chiamava Davide, e di lui non resta che una vecchia foto in bianco e nero, appesa sopra i muri del salotto. Nel 1940, allo scoppio della guerra, fu richiamato nell’esercito. Gli diedero un fucile, un cappello verde con la penna nera, e lo imbarcarono per l’Albania. Anche lui non è tornato: “La sua fine è rimasta sconosciuta – spiega nonna Tilde -. Non scoprimmo neppure dove era stato seppellito. Fece la campagna di Grecia, poi arrivò l’armistizio dell’8 settembre 1943. Davide conobbe i Partigiani, decise di unirsi a loro, e cominciò a combattere contro i Tedeschi: questo è tutto ciò che sappiamo. Ce lo raccontarono i suoi commilitoni, quando fecero ritorno a casa. A volte, ripensandoci, ancora mi commuovo”.
Era il 1945, e sul capo di Matilde già facevano capolino le prime ciocche di capelli bianchi. Lei, però, non si perse d’animo. Semplicemente, continuò facendo ciò che sapeva fare: seguitò a lavorare. Solo qualche anno fa, suo malgrado, è stata costretta a smettere: “Usciva di casa ogni mattina - annuisce Mariuccia, una delle figlie, mentre con una mano si protende per accarezzarle il viso -. Andava all’orto, a strappare le erbacce. Oppure, al lavatoio, giù, in fondo alla strada. Lavava i panni, le pentole, i piatti. Aveva il suo appartamento, e sbrigava da sé tutte le faccende domestiche. Proprio non voleva sentire ragioni: nessuno aveva il permesso di aiutarla. Era veramente fiera della propria indipendenza”. Neanche la frattura del femore, nel 2000, è riuscita a fermarla. “I medici rifletterono a lungo, e alla fine decisero di operare. Furono molto chiari, ci dissero: “Non vi illudete, a questa età non si recupera più, non sarà mai come prima”. Ma si sbagliavano: passarono appena sei mesi, e lei era già in piedi, pronta a camminare. Da allora, però, l’ho convinta a trasferirsi da me”.
Un divano, qualche sedia, l’album dei ricordi, e tanti parenti sempre in giro per casa. Questa, oggi, è la vita di nonna Tilde. Dal balcone, lo sguardo può spaziare ovunque, lungo tutta la vallata: in fondo, sulla sinistra, c’è la strada che porta verso la Svizzera. E poi, il santuario della Madonna di Tirano, i terrazzamenti dei vigneti. E più in su, innevate, le cime delle montagne: “È lì che le piace stare – commenta Mariuccia -. Ce lo chiede in continuazione. Abbiamo una baita, a 1.500 metri, e ogni estate, per qualche settimana, la portiamo lassù. Quest’anno, però, sarà un po’ più dura. Perché le cose si sono complicate: abbiamo dovuto assumere un’infermiera a domicilio, e ci sono da fare molti controlli, giù all’ospedale. Glielo abbiamo spiegato, ma lei non ne vuole sapere. È inutile: riuscirà a spuntarla anche questa volta”. O forse no. Ma certo nonna Tilde già sa come consolarsi: addentando, naturalmente, la sua agognata fetta di torta.
Andrea Sceresini
Mentre questo articolo era in lavorazione,
ci è giunta notizia che Matilde Tamini,
la nonna d’Italia,
è tornata alla Casa del Padre.
Questo articolo vuole essere un omaggio
alla sua tempra e al suo esempio
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