Nel diluvio di perfezione e perfezionismo, all’alzarsi delle onde di una società che misura il valore degli individui sul parametro dell’efficientismo e della produttività, sommersi da copertine di corpi impeccabili e statuari con forme da fare invidia al migliore Michelangelo, quale speranza rimane per chi manifesta nella propria carne e nello spirito i segni di un’umanità sofferente? Esiste da qualche parte anche solo una scialuppa di salvataggio per le persone disabili, per quanti vivono costantemente accompagnati dalla presenza del loro handicap?
Sì, un’Arca è ancora presente per rendere di nuovo attuale, ancora oggi, una storia di salvezza e per offrire riparo a quanti, nella tempesta di un mondo pronto a fare da sé, gridano un vitale bisogno degli altri.
Dalla nave all’Arca
Ne aveva visti di porti e attraversati di mari prima di scendere dalla nave, con la sua elegante divisa da ufficiale, per imbarcarsi in un’avventura completamente diversa e solcare acque ancora sconosciute. È proprio in alto mare che inizia la storia di Jean Vanier, membro della marina militare del Canada, che nel 1964 abbandonò la divisa per prendere il timone dell’Arca, una comunità che da più di quarant’anni esplora le rotte del vivere insieme di persone con handicap e cosiddetti normodotati.
La decisione di Jean Vanier è stata solo una goccia nelle immense acque delle domande senza risposta che l’handicap poneva e continua a porre senza sosta. Interpellato direttamente, grazie all’amicizia con padre Thomase Philippe e sollecitato in prima persona dall’incontro con dei giovani con handicap, Jean Vanier acquista una piccola casa e invita due di loro, Raphaël e Philippe, a vivere insieme coon lui. Una goccia, solo una goccia, ma questa goccia è divenuta capace di richiamarne tante altre e creare un nuovo corso di speranza. Cosicché, oggi, in 35 Paesi in ognuno di tutti e cinque i continenti, tante altre persone sono disposte ad offrire il loro piccolo contributo perché la comunità dell’Arca possa continuare a navigare.
Il calore dei focolari
Essere disabile, sia questa disabilità fisica o mentale, è una condizione che pone la persona in una situazione di particolare bisogno. Anche le azioni più semplici possono divenire delle imprese insormontabili se le abilità che si possiedono sono differenti dal normale. Così, quanti sono chiamati “diversamente abili” necessitano, più di altri, di cure particolari, assistenza medica e accompagnamento nello svolgimento dei compiti quotidiani.
Prima che un affiancamento costante e la presenza di qualcuno che li aiuti ad arrivare lì dove loro non possono giungere da soli, però, Jean Vanier ha compreso chiaramente che il bisogno più grande espresso dai suoi nuovi amici era di sentirsi amati.
Il bisogno di amore, alla radice di ogni vita umana, in queste persone appare più manifesto, perché non è nascosto all’ombra di falsi idoli o celato dal mito di se stessi.
Il calore di un legame di affetti sinceri scalda la vita in tutti e 132 i focolari sparsi per il mondo, in cui prende forma concretamente la vita di questa ormai sempre più grande comunità, presente pure in Italia, a Ciampino (Roma) dal 1981 e dal 2001 anche a Bologna. Le proprie debolezze e fragilità, qui, non rappresentano più qualcosa da nascondere, bensì il luogo privilegiato per l’incontro con gli altri e con Dio, con il Dio degli ultimi. «Il solo modo per realizzare l'unità e la pace è di riconoscere il nostro bisogno dell'altro», afferma infatti Jean Vanier, le cui parole, accessibili a molti attraverso le sue varie pubblicazioni, sono capaci di offrire un nuovo sguardo sulla realtà, illuminando una dolorosa mancanza e facendola scorgere come una preziosa ricchezza.
“La debolezza e la vulnerabilità della persona umana, lungi dall’essere un ostacolo alla sua unione con Dio, possono favorirla. In effetti è spesso attraverso la debolezza riconosciuta e accettata che si rivela l’amore liberatore di Dio”, così recita la Carta dell’Arca, in cui si ritrovano principi fondatori e scopi di questa comunità.
Aiutare o farsi aiutare?
Con la sveglia del mattino, inizia una lunga giornata per gli amici dell’Arca: la cura della propria persona, i pasti in comune, le attività, i laboratori e i momenti di preghiera. Ognuno ha da lavorare secondo le sue abilità, perché ogni giorno possa essere un piccolo passo in avanti per una crescita nell’autonomia e nell’unità. C’è tempo per corsi, laboratori, terapie, ma anche per l’amicizia e il fare festa insieme. Chi può si rimbocca le maniche e lavora, così alcune comunità possono mettere in vendita il frutto della loro opera in particolari periodi dell’anno, altri invece necessitano di cure mediche specifiche e quindi a queste si dedica una parte considerevole della giornata.
Le relazioni sono il tessuto sul quale si ricama un quotidiano fatto di tanti semplici momenti, che acquistano valore perché vissuti in compagnia, in un clima fraterno e di scambio reciproco. Non c’è chi dà e chi riceve. Tutti all’Arca sono inseriti in un flusso continuo di scambio reciproco, che chiede costantemente di abbandonare le proprie certezze e aprirsi alla scoperta dell’altro, nella sua singolare diversità.
«Sono arrivato con le mie certezze, riparto con una valigia piena di domande», racconta Brian, che ha vissuto un’esperienza da volontario in una delle sedi del Canada, «Sono diventato più piccolo, più umile e al contempo sono cresciuto». Quello al fianco delle persone con handicap è un cammino di crescita alla scoperta di un modo diverso di esprimersi e di dare voce ai propri sentimenti «un cammino sulla via della tenerezza».
Jean Vanier stesso, spiega di suo pugno: «Io che prima ero sempre stato con persone vincenti, ho scoperto persone che hanno perso tutto. La malattia mentale è una grossa domanda per il nostro mondo. Oggi i Paesi vogliono essere forti, i deboli vengono schiacciati. In realtà siamo nati tutti nella debolezza e moriremo nella debolezza La nostra parte più debole è il cuore ».
Aggiungi il tuo posto a tavola
Poi arriva il momento del pranzo, un tempo speciale in cui ci si ritrova tutti insieme e si sposta volentieri la seggiola per far spazio agli ospiti, a quanti desiderino conoscere l’Arca e condividere un piccolo pezzetto di vita insieme, fosse anche solo il tempo di un pasto. Un clima di profonda accoglienza, infatti, fa da contorno ad un piatto di pasta caldo e a quattro chiacchiere.
Chiunque voglia conoscere di persona questi uomini e queste donne che hanno scelto di vivere insieme in un modo così particolare, questi è il benvenuto. Intorno alla tavola si condivide il pane e si racconta la propria storia, ciascuno la sua, ognuno a modo suo.
E poi, se la compagnia è di gradimento, non è detto che non ci si possa fermare un po’ di tempo in più, anche oltre il dessert, divenendo assistenti o amici di questa comunità. In molti, soprattutto giovani, decidono di trascorrere qui un tempo più o meno lungo, un mese o un anno che sia, e condividere un tratto di viaggio con degli amici fuori dal comune, in uno stile di vita comunitario.
Così all’Arca si possono incontrare persone davvero molto diverse tra loro e non solo a causa dell’handicap. C’è chi vi approda per prestare la propria opera di volontariato, chi giunge da altre parti del mondo, chi sceglie di svolgere lì il proprio tirocinio universitario e chi il servizio civile e, infine, non manca certo chi resta lì giorno e notte, perché all’Arca ci vive. Per fare ciò non sono richieste particolari abilità, solo la disponibilità ad allargare il proprio cuore per dare quanto si ha e a stendere le mani per ricevere in cambio cento volte tanto. Si arriva per aiutare i più deboli e si impara così a riconoscere le proprie fragilità e la necessità della presenza degli altri, imparando un nuovo tipo di forza, quella che Jean Vanier chiama «la forza di amare nel quotidiano, di fare ad ogni istante dei piccoli gesti di bontà, di accogliere con gioia e riconoscenza le persone e gli avvenimenti che ci sono dati».
Claudia Pedone |