Un altro anno se ne va con i suoi gol, le sue volate, i suoi sorpassi, i suoi salti, i suoi volteggi, le sue stoccate, i suoi montanti, le sue schiacciate, i suoi tiri liberi, i suoi diritti e rovesci, le sue scuffiate, i suoi percorsi netti, le sue bracciate e, visto che è stato anno olimpico di Pechino, il suo poderoso carico di medaglie.
Facile dire che il 2008 incorona supereroi come Michael Phelps, cannibale americano delle piscine diventato, a soli 24 anni, il maggior vincitore di ori olimpici della storia: 14. O Zlatan Ibrahimovic, attaccante svedese capace con i suoi “numeri” di ridare lo scudetto all’Inter. O Valentino Rossi, tornato campione del mondo della moto Gp dopo tre anni di astinenza. O Valentina Vezzali, inesauribile conquistatrice di allori sulle pedane della scherma.
Ma forse è troppo facile. Anche perché, così come per i tennisti Roger Federer e Rafa Nadal, o per i piloti Lewis Hamilton e Felipe Massa, età e talento parlano di mattatori destinati a dominare il 2009 e 2010, con ottime possibilità di continuare negli anni successivi. Meglio allora riguardare ai dodici mesi di questo 2008 come a un forziere ricco di campioni magari più effimeri, ma non per questo meno importanti e originali. Uomini e donne che, grazie a “normali” apparenze, toccano in modo profondo i nostri cuori, sempre sensibili a chi è così bravo da diventare eroe anche per un solo giorno, rimischiandosi all’indomani in quella umana moltitudine di cui tutti ci sentiamo parte.
Impossibile allora non cominciare da Alessandro Ballan, trevigiano di Castelfranco, 29 anni, ciclista. Brillante comprimario che in cinque stagioni di professionismo sgomita spesso in testa alle corse vincendo solo sette volte, per altro su traguardi di pregio. E che all’ottava volta diventa campione del mondo, tagliando in splendida solitudine il traguardo di Varese.
Solido e generoso “granatiere” alto uno e novanta, Ballan conduce una gara esemplare. Si pone al servizio della squadra per quattordici dei quindici giri previsti, partecipando a tutte le fughe potenzialmente pericolose per il capitano degli azzurri, l’iridato in carica Paolo Bettini. All’ultimo giro la svolta tattica, decisa dal commissario tecnico Franco Ballerini: visto che Bettini ha perso terreno, tenendosi incollati alla ruota i favoriti spagnoli Freire e Valverde, via libera a Cunego, Ballan e Rebellin, rimasti nel gruppetto di testa. E così, mentre il vecchio campione rallenta ulteriormente il passo, mettendo fuori gioco i grandi avversari, là davanti è Alessandro Ballan ad attendere gli ultimi due chilometri per piazzare uno scatto folgorante, dando il via a una cavalcata irresistibile, idealmente sospinta verso lo striscione finale dal tifo incessante di migliaia di tifosi italiani. Una vittoria da annali del ciclismo, dove alla disciplina e alla forza del vincitore va sommata la stupenda prova di squadra orchestrata dal ct, e interpretata con generosità quasi commovente da un Bettini che proprio a Varese dà il suo addio alle corse.
Ci sono vecchi leoni destinati a essere rimpianti a lungo, e splendide meteore che forse avremo visto brillare una volta sola. Sorte, quest’ultima, che non auguriamo a Chiara Cainero, udinese di 30 anni, sconosciuta alla maggior parte dei suoi connazionali prima delle Olimpiadi cinesi, dove va a vincere uno degli ori più emozionanti: prima nel tiro a volo, al termine di uno spareggio all’ultimo colpo di fucile con l’americana Kimberly Rhode e la tedesca Christine Brinker. È il trionfo di una donna volitiva quanto semplice, arrivata sul gradino più alto del podio olimpico al culmine di una carriera iniziata da ragazzina, sulle orme di un papà da cui eredita la passione per il tiro al bersaglio. Forestale con laurea in scienze della comunicazione, presentandosi ai media con la medaglia al collo, quasi nasconde il fatto di essere la campionessa del mondo in carica, e ringrazia invece per il suo successo l’acqua torrenziale caduta durante tutta la finale perché – spiega – è più abituata di altre a sparare sotto il diluvio dal clima piovoso del suo Friuli. Quanto ai 140mila euro del premio previsto dal Coni per le medaglie d’oro, mentre altri azzurri chiedono la detassazione, ottenendola dal governo, Chiara Cainero dichiara che ne dividerà la metà con gli otto compagni della squadra italiana, secondo un accordo preso prima di partire per Pechino. Modello di sobrietà, oltre che di spirito sportivo.
Chissà quanto il suo nome sarà ricordato dal pubblico quando tornerà in pedana alle prossime Olimpiadi di Londra. Di come sia possibile essere dimenticati in fretta, se non si è tutti i giorni sotto i riflettori, ha diretta esperienza Alessandra Sensini, spericolata e stupenda velista grossetana arrivata ai 37 anni senza essere diventata la diva che ci si aspetterebbe a giudicare dalle quattro medaglie conquistate fra il ’96 e oggi, compreso l’oro di Sydney 2000. A Pechino è stato “solo” argento nella classe RS:X, in una disciplina poco nota quanto affascinante.
Un secondo posto che ha comunque valore inestimabile, al pari di quello ottenuto da Alessia Filippi, nuotatrice romana di 21 anni, argento olimpico negli 800 metri dietro l’imprendibile britannica Rebecca Adlington, giunta prima polverizzando il precedente record mondiale sulla distanza. Troppo presto per dire se a Londra sarà il turno dell’italiana: quattro anni di nuoto internazionale sono un’eternità, durante la quale possono saltare fuori nuove e formidabili avversarie oggi in tenera età. Fondamentale è che Alessia si ripresenti in Inghilterra con la stessa, scanzonata grazia che ne ha fatto uno dei simboli di Pechino 2008: una monella che, prima di tuffarsi, più che uno stretching mima due ancheggiamenti da discoteca, e sul podio sfoggia il sorriso spontaneo della ragazza arrivata così in alto senza sapere bene perché, approdata al mezzofondo dopo essersi divertita un sacco nelle gare miste, dove ha vinto per altro la bellezza di quattro titoli europei. In un universo sportivo dominato da bioniche creature, campioni capricciosi e divi ultramediatici, c’è assoluto bisogno di una Alessia Filippi che nuota con il cuore, e non solo con braccia e gambe.
D’accordo, parliamo anche di calcio. Ma non per tornare sui soliti Ibra, Ronaldinho, Del Piero e Cristiano Ronaldo che sono in copertina da una vita. Né della Spagna finalmente riuscita, e con pieno merito, a rivincere gli Europei. La scelta cade invece su Mario Barwuah Balotelli, classe 1990, attaccante dell’Inter. In attesa di vederlo esplodere come uno dei protagonisti del calcio mondiale, “Supermario” ha già fatto qualcosa di grande in 18 anni di una vita difficile. Nato a Palermo da immigrati ghanesi, all’età di 5 anni viene dato in affido alla famiglia Balotelli, che abita in un paese del Bresciano. Qui il ragazzo, giocando all’oratorio, sfoggia presto il talento che lo porta in maglia nerazzurra. Ma, essendo stato affidato e non adottato, deve aspettare di compiere 18 anni prima di diventare cittadino italiano, e di conseguenza essere schierato con la Nazionale Under 21: una maglia azzurra onorata dall’africano Barwuah con sentimenti sconosciuti ad assi italiani più vecchi e molto più pagati di lui.
Per chiudere, un campione che nel 2008 decide di lasciare. Si chiama Gianmarco Pozzecco, e ha 36 anni, di cui 15 passati giocando a basket in giro per l’Italia e per il mondo. Una carriera durante la quale vince solo uno scudetto con la maglia del Varese, oltre all’argento olimpico di Atene 2004. Cose quasi secondarie di fronte allo strepitoso talento di un playmaker che, con i suoi magici assist creati dal nulla, poteva mandare a canestro chiunque, perfino l’ultimo dei brocchi. Annunciando di abbandonare la Serie A, e caso mai di tornare a giocare in C nella squadra della sua Trieste, il “Poz” si prenota per altro come atleta del 2009.
Stefano Ferrio |