Se nell’animo di un uomo è esplosa la libertà, gli dèi non hanno più alcun potere su di lui”. L’espressione è di Sartre in Le Mosche. E scolpisce la figura e l’ideologia di questo scrittore e filosofo che, negata ogni trascendenza, ha formulato l’esistenzialismo ateo o ateismo esistenzialista, una corrente culturale che ha segnato il secolo XX.
Scoppia la seconda guerra mondiale e Sartre, il 21 giugno 1940, in una Francia già invasa dai tedeschi, è preso e internato del XX stalag di Treviri, una specie di campo di prigionia ammorbidito, riservato ad intellettuali, politici e sacerdoti.
Sartre fa amicizia con i numerosi sacerdoti e gesuiti internati come lui. Legge il Diario di un curato di campagna di Bernanos che gli fa una impressione profonda, canta, recita, tiene conferenze. Ha 35 anni. Discute con i sacerdoti, particolarmente con un gesuita, di filosofia e teologia.
Più tardi, a guerra finita, uno scrittore di fama, Merleau-Ponty, scriverà: “Nel campo di concentramento questo anticristo aveva intrecciato relazioni cordiali con un gran numero di preti e gesuiti”.
E furono proprio i sacerdoti del campo che nel dicembre 1940, all’avvicinarsi del Natale, convinsero Sartre a scrivere un dramma sul mistero del Dio fatto uomo. Sartre accettò la sfida. Ne uscì Bariona o il figlio del tuono. Racconti di Natale per credenti e non credenti. Sartre ne smarrì l’originale, ricuperato poi da appunti e copie dattiloscritte dei sacerdoti del campo. “È il documento di una esperienza cristiana – scrive Armando Torno - Una conferma che Sartre resta un filosofo profondamente laico ma continuamente attento al problema di Dio”.
Il lavoretto natalizio di Sartre fu messo in scena da lui stesso che scelse per sé la figura di uno dei Re Magi, il nero. Ed è interessante vedere come questo ‘anticristo’ abbia colto, in termini di grande poesia, il mistero di questa vergine madre di fronte a questo bambino che è suo figlio, carne della sua carne. Ma anche Dio. Trascriviamo qui il brano relativo alla scena del ’presepe’.
… e il suo latte diventerà sangue di Dio
“La Vergine è pallida e guarda il bambino. Ciò che bisognerebbe dipingere sul suo viso è uno stupore ansioso che non è apparso che una volta su un viso umano. Perché il Cristo è il suo bambino, carne della sua carne, è il frutto del suo ventre. L’ha portato nove mesi e gli darà il seno e il suo latte diventerà il sangue di Dio. In certi momenti la tentazione è così forte che dimentica che è Dio. Lo stringe fra la sue braccia e dice: piccolo mio! Ma in altri momenti rimane interdetta e pensa: Dio è là e si sente presa da un orrore religioso per questo Dio muto, per questo bambino terrificante. Poiché tuttte le madri sono così attratte a momenti davanti a questo frammento ribelle della loro carne che è il loro bambino e si sentono in esilio davanti a questa nuova vita che è stata fatta con la loro vita e che popolano di pensieri estranei. Ma nessun bambino è stato più crudele e più rapidamente strappato a sua madre poiché egli è Dio e di là di tutto ciò che lei può immaginare. Ed è una dura prova per una madre aver vergogna di sé e della sua condizione umana davanti a suo figlio.
Ma penso che ci sono anche altri momenti, rapidi e difficili, in cui sente nello stesso tempo che il Cristo è suo figlio, il suo piccolo, e che è Dio. Lo guarda e pensa: “Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. E’ fatta di me, ha i miei occhi e le forme della sua bocca sono la forma della mia. Mi rassomiglia. E’ Dio e mi assomiglia”. E nessuna donna ha avuto dalla sorte il suo Dio per se sola.
Un Dio piccolo che lei può prendere nelle braccia e coprire di baci, un Dio caldo che respira e sorride, un Dio che si può toccare e che vive.
È in questi momenti che dipingerei Maria se fossi pittore, e cercherei di rendere l’espressione di tenera audacia e di timidezza con cui protende il dito per toccare la dolce piccola pelle di questo bambino-Dio di cui sente nelle ginocchia il peso tiepido e che le sorride” (J.P. Sartre, Bariona o il figlio del tuono, editore Christian Marinotti).
Sabino Acquaviva: “Delle feste laiche, secolarizzate…”
Sociologo, studioso dei fenomeni della società contemporanea. La sua opera di maggiore risonanza è L’eclisse del sacro nella società industriale . Una tesi che ha fatto discutere filosofi, sociologi, teologi: il travolgente sviluppo delle tecnologie e l’imponente affermarsi dell’industria segnerà la fine della religione?
Ma Sabino Acquaviva non è soltanto il sociologo che dà l’allarme. E’ uno spirito riflessivo. Per coglierne gli aspetti più intimi occorre sfogliare il suo diario: “I pensieri di un uomo che ha tentato di dialogare con Dio” hanno scritto. E sono interessanti le sue riflessioni sul Natale. Un Natale perduto, squallido, sfolgorante di luci ‘simboli del nulla’.
Trascriviamo qui due passi che ci sembrano molto significativi.
25 novembre
“Fra un mese un altro Natale. Altri addobbi, altre stelle, altre luci. Ma tutto è sempre più spento, privo di significati simbolici profondi. Nel ciclo della mia vita ho assistito all’inaridirsi di ogni cosa. L’aspetto della città, per Natale, grida sempre di più, è fantastico di luci, sfolgoranti simboli del nulla. È triste confrontare tutto questo con i Natali di decenni or sono. Poche candele, come durante le festività di guerra: una notte di Natale piena di stelle autentiche a causa dell’oscuramento, una religiosità profonda. La luce della luna proiettata sulle arcate del chiostro del monastero di Praglia dove allora vivevo con i miei. Silenzio, salvo il brontolio continuo e lontano – di notte e di giorno – della battaglia sull’Appennino. Ricordo ancora quando gli Alleati sfondarono il fronte tedesco, l’improvviso silenzio della notte. Era come se tornasse nelle mani di Dio.
Oggi? Il rumore di fondo è un altro, quello dei mille marchingegni offerti dalla tecnica. E’ assordante e impedisce di pensare e capire. Poveri uomini e povere donne intenti a confondere l’effimero con l’eterno. La nostra? Una società in declino, quasi intimorita dal confronto con la dirompente spiritualità dell’Islam”.
25 dicembre
“Un Natale lontano dall’esperienza religiosa che si rivolge sempre più a un Dio senza immagine, senza precisi significati terreni, a un Infinito e un Eterno lontani dal nostro quotidiano. E delle feste laiche, secolarizzate, stravolte dal contingente, effimere, consumistiche. Degli addobbi spiritualmente squallidi, sempre più tristi via via che – anno dopo anno – perdono di significato. Sono solo e l’assenza di Dio mi rende malinconico” (Sabino Acquaviva, Dio dopo Dio, Diario 1964—2005, Ancora editrice).
“Un popolo che camminava nelle tenebre”…
Se noi chiedessimo a un bambino cos’è il Natale, quasi certamente risponderebbe: “E’ Babbo Natale con la slitta tirata dalle renne che porta tanti bei regali ai bambini”. E tra Babbi Natale e Babbe Natale non ci si salva, sono tra i piedi dappertutto. E Gesù Bambino che nasce nel silenzio di una grotta? Silenzio. Mai sentito. Esiliato. E allora comprendiamo la tristezza di Sabino Acquaviva.
Ma per il credente, il Natale è gioia piena, è luce di riflessi divini, è speranza di un mondo migliore e di un uomo nuovo. E’ Dio che ha piantato la sua tenda in mezzo a noi. Per vivere con noi e per noi. La liturgia della notte di Natale si apre con la grandiosa visione del profeta Isaia:
“Un popolo che camminava nelle tenebre
vide una grande luce.
Su coloro che abitavano in una terra tenebrosa
una luce rifulse.
Hai moltiplicato la gioia,
hai aumentato la letizia.
Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete.
Poiché tu, come al tempo di Madian,
hai spezzato il giogo che l’opprimeva”.
E di gioghi da spezzare oggi ce ne sono tanti.
Carlo Fiore |