In questo numero
GLI UOMINI DELLA TERRA ROSSA di Maria, Elisa & Enrico Marotta

 


Se dovessimo attenerci alle tante indagini sui poveri e sfruttati nel nostro pianeta, non ci resterebbe che piangere. Ma non lacrime di acqua. Esclusivamente di sangue.
Siamo malvagi, approfittiamo dei più deboli, non siamo capaci di sanare queste terribili piaghe del nostro mondo. Siamo ancora Caini.
A  volte , qualche film- documentario, come Birdwatchers, ci prende per mano nell’esaminare le nostre coscienze e a capire quanta ingiustizia tuttora regna nel nostro mondo.
"Il più grande genocidio della storia", così il regista Marco Bechis definisce lo sterminio degli indios operato dai coloni europei dal sedicesimo secolo in poi. Vederne gli effetti oggi, non solo sul territorio, ma anche sulle menti di ciò che rimane dei loro discendenti, è alla base di La terra degli uomini rossi. L’autore italiano, ma di origini cilene, continua con questo film la sua esplorazione delle conseguenze dei grandi drammi storici dell’America latina. Dopo i desaparecidos di Garage Olimpo e Hijos (una storia che Bechis conosce bene essendo stato sequestrato anche lui dalle forze militari argentine quando si trasferì a Buenos Aires), il suo sguardo si sposta in Brasile dove la difficile integrazione fra gli aborigeni americani ormai relegati nelle riserve e i fazenderos che da generazioni hanno occupato e fatto propria una terra che eticamente non gli appartiene, è il punto di partenza per un conflitto storicamente inesploso( ma che lascia del tutto indifferenti gli altri)..
E’ proprio questa miccia coperta da anni di sopraffazioni e sofferenze, da dolori così profondi da essere tramandati geneticamente e che significano afflitta accettazione di una vita ai margini, negazione di come la natura ha dato e creato, che danno lo start a Bechis per intraprendere la sua storia. Se è vero che gli uomini "bianchi" sono i possessori legali dei campi, gli "uomini rossi" sono quegli stessi campi. Non c’è costruzione sociale che regga, non c’è possibile giustificazione.
Lo scontro diventa quindi inevitabile. È atavico, e non accetta compromessi, perché - in realtà- non ce ne sono. Bechis racconta le cose per quello che sono, senza furbe ruffianerie.

Marco Bechis, questo è un film sulla tenace volontà di raggiungere un obiettivo in cui si crede fermamente. Nella sua vita, per cosa si è battuto con analoga determinazione?
Per fare questo film., ho faticato non poco. Trovare finanziamenti per un lavoro fatto in Brasile con indios protagonisti e una lingua che non è la nostra, è stata una delle più grandi lotte che abbia mai combattuto. È così comunque per qualsiasi regista, ogni suo film è una conquista. Chi crede in qualcosa, non può arrendersi davanti alle difficoltà comuni della vita.

Cosa ha trovato negli Indios che non c’é da noi?
Loro sono una comunità che tende a guardare fuori, sono espansivi. Noi invece ci chiudiamo sempre più. In un confronto, noi siamo destinati a perdere nel lungo periodo. Il fuori per noi è pericolo mentre per loro è opportunità.

Il film è teso anche ad una distribuzione internazionale?
Sì, ed infatti uscirà a novembre in Brasile. Proprio loro mi hanno detto che un film del genere non era mai stato realizzato. A volte serve uno sguardo esterno per guardarsi dentro.

E se dovesse parlare di Italia, su cosa si soffermerebbe?
Non saprei dire il soggetto, ma sicuramente la sensazione: la decadenza del livello culturale di guardia.

Sentiamo ora Santamaria, uno degli interpreti principali.

Come ti sei preparato al tuo personaggio?
E' stato per me importante conoscere la quotidianità delle persone che avrei dovuto impersonare. Sono partito tre settimane prima dell'inizio delle riprese e ho cominciato a lavorare in incognito in una fazenda. Sapevano che avrei dovuto fare un film ma non sapevano che quello sarebbe stato il mio ruolo, impersonare loro e così credevano che fossi lì in vacanza, che lavorassi per svago accanto a loro.

Com'è stato il lavoro con gli indios?
Ho trovato dei veri e propri attori, persone preparate come lo sono quelle che normalmente incontro nei laboratori di recitazione che sono solito frequentare. Anche se non erano mai stati al cinema prima di oggi, si muovevano sul set senza alcun indugio rendendo tutto il lavoro per me molto semplice.

Analogamente agli indios, anche se in forma più leggera, ti è mai capitato di lottare per conquistare qualcosa?
Ho lottato facendo film e rifiutando i ruoli. La carriera di un attore si costruisce cercando di non fare film brutti. Io ci ho provato il più possibile.

Cosa sapevi della tragedia degli indios prima che Marco Bechis ti chiamasse per il film?
Assolutamente nulla. È stato Marco che me ne ha parlato per primo. Sapevo che ci sono molte tribù indigene nel mondo che sono costrette a soffrire, ma non conoscevo il genocidio vissuto dagli indios brasiliani.. Ero stato in Sudamerica a girare un film molti anni fa e sapevo degli indios dell'Argentina e del Cile che si erano estinti o quasi.

Il lavoro sul set con gli indios…
Sono dei veri attori. Avevano già iniziato a fare questo laboratorio di recitazione quando sono arrivato lì. Mi sono messo a lavorare con loro, lavorare sul corpo, sullo spazio scenico, sulla voce e l'improvvisazione. Il primo approccio tra di noi è stato uguale a quello che ho con altri attori... che poi avessero meno esperienza cinematografica di me, non cambiava nulla!

Come ti sei avvicinato a questa comunità?

Mio zio è un contadino della Basilicata, mia madre viene da lì. L'Italia è una società discendente da contadini così come lo sono gli Indios. Con loro ho quindi ritrovato sensazioni e modi di pensare che sono propri della mia infanzia e che risiedono un po' in tutti noi. All'inizio comunque sul set è stato lacerante vedere dove stavano: le riserve. Poi ho conosciuto la loro gioia, la voglia di vivere, combattere e riscattarsi.

Cosa ti hanno trasmesso gli indios?
La grande voglia che hanno di imparare, sempre. È cresciuta in me la convinzione che c'è un altro modo di vivere il pianeta. Loro lo vivono e lo percepiscono in maniera diversa, hanno un rispetto profondo per l'altro ed una spiccata curiosità per quello che li circonda. E sanno anche leggere i segni che vengono dalla natura.

Maria, Elisa & Enrico Marotta

www.timeandmind.com